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lunedì 14 maggio 2012

CHI HA PAURA DEL CAMBIAMENTO?

Dal blog di Grillo, alla politica attiva:
un movimento che si radica nelle istituzioni, 
mentre i media mainstream 
continuano a demonizzarlo
 
Non c’è bisogno di aspettare l’esito dei ballottaggi, per individuare le tre principali linee di tendenza che emergono dalla recente tornata elettorale. Elezioni amministrative, legate dunque chiaramente alle dinamiche territoriali dei singoli comuni in cui si votava, ma con tre indicazioni di massima, di carattere nazionale, ben precise.

In primo luogo, si registra un significativo incremento dell’astensione: il numero dei votanti, infatti, cala dal 74% circa delle precedenti comunali, al 67% scarso di questo primo turno (1).

In secondo luogo, si registra un netto arretramento dei partiti di Berlusconi e Bossi, la cui leadership è, già da qualche tempo, in lento declino, a causa degli scandali per vicende di sesso e corruzione, il cui impatto mediatico, evidentemente, sopravanza e precede gli esiti giudiziari delle stesse.

Infine, di questa vera e propria emorragia di consensi non se ne giova tanto l’opposizione tradizionale (PD, IDV e sinistre varie), né quella che sarebbe dovuta convergere nel cosiddetto Terzo Polo (UdC e FLI, soprattutto), ma in larga misura se n’è avvantaggiato il Movimento 5 Stelle, la creatura politica nata dal blog di Beppe Grillo e ormai palesemente in grado di confrontarsi seriamente con le altre forze partitiche.

Di questa sintesi, un riscontro più analitico, lo si può avere, leggendo i risultati elaborati dall’Istituto Cattaneo di Bologna, in proposito (2).

In particolare, qui, ci interessa approfondire meglio la terza questione, che, poi, in un certo senso, riassume anche le prime due.
«Della pesante sconfitta leghista ha approfittato il movimento Cinque stelle: Grillo ha presentato liste in 101 Comuni, conquistando quasi 200.000 voti, che rappresentano poco meno del 9% dei voti validi (per la precisione, l’8,74%). Il successo di Grillo è molto legato alle regioni settentrionali, quelle dove la Lega Nord andava forte. Al Nord il Movimento ha ottenuto un risultato medio pari al 10,75%, mentre al Sud si ferma al 3,6%. (…) Emblematico il caso di Parma, dove, osservano i ricercatori dell’Istituto Cattaneo, il 38,5% di coloro che avevano votato Lega nord nel 2010 hanno scelto di votare il candidato Pizzarotti del Movimento 5 Stelle».
A noi, in verità, proprio l’esempio di Parma, già a spoglio in corso (3), dava la sensazione netta che il grosso dei voti del candidato sindaco targato M5S provenisse dall’intero blocco sociale del vecchio centrodestra.

Del resto, il raffronto col dato delle precedenti comunali (4) ci sembra appunto confermare che, essendo sostanzialmente immutato il dato elettorale del centrosinistra (5), il grosso dei voti dispersi del vecchio sindaco (ossia, dei voti non confermati alle liste del centrodestra) si è diviso tra quel 10% di incremento dell’astensione e il successo netto di Pizzarotti, che appunto correrà per la poltrona di sindaco, sfidando al ballottaggio Bernazzoli, il candidato forte del centrosinistra.

Se questa tendenza si confermasse anche nell’immediato futuro, emergerebbe con forza una delle più evidenti contraddizioni di questo movimento politico che, pur presentando un programma fondamentalmente progressista (6), nel suo proporsi come soggetto portatore di “idee” e non di «ideologie di sinistra o di destra», finisce poi con l’attrarre a sé proprio quella parte di elettorato di destra che più si riconosce in quel qualunquismo rancoroso e anti-politico, che ha fatto sì che Wu-Ming1 scegliesse addirittura di usare il termine “criptofascismo”, per descrivere il grillismo (7).

Due i punti nodali, di questa lunga riflessione che, a nostro avviso, comunque andrebbe letta: 1) «Beppe Grillo è proprietario unico del logo e del nome «Movimento 5 Stelle», ed è lui a decidere insindacabilmente chi possa usarlo»; 2) «è la tematica dell’immigrazione quella in cui il discorso grillino si fa più decifrabile e lascia trasparire l’animus fascistoide».

Il secondo punto, purtroppo, ci sembra decisamente meno controverso del primo.

Quando Grillo si scaglia contro gli zingari e i rumeni (8) non fa ridere. Per nulla. E meno che mai fa riflettere:
«la Romania è in Europa. Ma cosa vuol dire Europa? Migrazioni selvagge di persone senza lavoro da un Paese all’altro? Senza la conoscenza della lingua, senza possibilità di accoglienza? Ricevo ogni giorno centinaia di lettere sui rom.
È un vulcano, una bomba a tempo. Va disinnescata. Si poteva fare una moratoria per la Romania, è stata applicata in altri Paesi europei. Si poteva fare un serio controllo degli ingressi. Ma non è stato fatto nulla.
Un governo che non garantisce la sicurezza dei suoi cittadini a cosa serve, cosa governa? Chi paga per questa insicurezza sono i più deboli, gli anziani, chi vive nelle periferie, nelle case popolari.
Una volta i confini della Patria erano sacri, i politici li hanno sconsacrati».
E che questo post del 2007 non costituisca una sgradevole eccezione, ma rappresenti invece un ben chiaro modo di vedere le cose, ce lo confermano queste poche righe (9), assai più recenti:
«La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall’altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della “liberalizzazione” delle nascite».
Lo sciocco svilimento di una campagna per garantire la cittadinanza italiana agli stranieri nati in Italia (10), ottenuto banalizzando la civilissima proposta di abbandonare l’idea che la nazionalità sia principalmente un fatto di sangue (più o meno puro?), che si trasmette di generazione in generazione. L’idea di ricollegare la cittadinanza alla residenza, al nascere e al vivere nel Paese, a essere parte della sua cultura, insomma, per Grillo, non ha senso. Se due stranieri mettono al mondo un loro figlio in Italia, ciò non basta a far sì che questa persona possa dirsi italiana. Ovviamente, Grillo qui si guarda bene dal precisare che la campagna nasce per tutelare migliaia di ragazze e ragazzi, nati in Italia da genitori stranieri, ma cresciuti, imparando la nostra lingua, studiando da noi, e facendo insomma tutto ciò che normalmente ti rende partecipe di una comunità nazionale. Mettere una firma per sostenere questa battaglia di civiltà, a quanto pare, distrae dai veri problemi del Paese. L’idea che questi nuovi cittadini, magari, potrebbero aiutarci a creare un paese migliore non è da prendere minimamente in considerazione.

Tuttavia, se è vero che le posizioni di Grillo in fatto di immigrazione risultano palesemente xenofobe, come abbiamo appena constatato, resta invece tutto da dimostrare il punto 1, precedentemente citato: che la proprietà del simbolo del M5S definisca necessariamente il rapporto tra Grillo e il movimento in termini di subordinazione.

Segnalavamo prima come il programma di questo movimento proponga contenuti sostanzialmente progressisti.

Vediamone più in dettaglio, qualche esempio (11): democrazia partecipativa («realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità dei cittadini il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi»); economia («Favorire le produzioni locali – Sostenere le società no profit – Sussidio di disoccupazione garantito – Disincentivi alle aziende che generano un danno sociale»); istruzione pubblica («Risorse finanziarie dello Stato erogate solo alla scuola pubblica – Abolizione della legge Gelmini – Diffusione obbligatoria di Internet nelle scuole con l’accesso per gli studenti – Graduale abolizione dei libri di scuola stampati, e quindi la loro gratuità, con l’accessibilità via Internet in formato digitale – Insegnamento obbligatorio della lingua inglese dall’asilo»); salute («Garantire l’accesso alle prestazioni essenziali del Servizio Sanitario Nazionale universale e gratuito»), energia («La prima cosa da fare è accrescere l’efficienza e ridurre gli sprechi delle centrali esistenti, accrescendo al contempo l’efficienza con cui l’energia prodotta viene utilizzata dalle utenze») trasporti («Disincentivo dell’uso dei mezzi privati motorizzati nelle aree urbane – Sviluppo di reti di piste ciclabili protette estese a tutta l’area urbana ed extra urbana – Potenziamento dei mezzi pubblici a uso collettivo e dei mezzi pubblici a uso individuale (car sharing) con motori elettrici alimentati da reti – Blocco immediato del Ponte sullo Stretto – Blocco immediato della Tav in Val di Susa – Proibizione di costruzione di nuovi parcheggi nelle aree urbane – Sviluppo delle tratte ferroviarie legate al pendolarismo»); informazione e telecomunicazioni («Un solo canale televisivo pubblico, senza pubblicità, informativo e culturale, indipendente dai partiti – Abolizione della legge Gasparri – Copertura completa dell’ADSL a livello di territorio nazionale – Statalizzazione della dorsale telefonica, con il suo riacquisto a prezzo di costo da Telecom Italia, e l’impegno da parte dello Stato di fornire gli stessi servizi a prezzi competitivi ad ogni operatore telefonico – Introduzione dei ripetitori Wimax per l’accesso mobile e diffuso alla Rete – Eliminazione del canone telefonico per l’allacciamento alla rete fissa»).

Molti di questi contenuti sono tipicamente “di sinistra”. E sebbene esistano anche aspetti più controversi (a sinistra non sarebbe particolarmente apprezzata, per esempio, né l’idea di abolire il valore legale dei titoli di studio, né quella di cancellare completamente i finanziamenti pubblici alla stampa libera), il punto realmente innovativo è chiaramente quello che tende a superare il rapporto tra rappresentanti e rappresentati, promuovendo e valorizzando la partecipazione di tutta la cittadinanza alla vita della polis.

Non solo si tratta di un tema particolarmente sentito in tutta quella vasta galassia di piccoli soggetti politici che stanno provando a ricostruire più apertamente “da sinistra” ― si pensi ad ALBA, ossia l’Alleanza per Lavoro, Benicomuni e Ambiente (12), per fare un esempio emblematico ― una politica a misura d’uomo, ma è anche e soprattutto in questa prassi partecipativa che, bene o male, si risolverà il contrasto tra il proprietario del simbolo e il movimento di cittadini.

Se, infatti, il Movimento 5 Stelle vuole essere davvero un soggetto collettivo in cui le pratiche democratiche sono la regola aurea, da declinare non più nei termini di mera scelta di rappresentanti a cui delegare il compito di provvedere ad attuare le istanze dei rappresentati, è ovvio che tutto ciò che pensa e sostiene Beppe Grillo non dovrebbe essere nulla di più che l’opinione di uno dei tanti soggetti di questo movimento politico.

Che Grillo non sia un leader politico in senso tradizionale è innegabile, così come sarebbe improprio definirlo come una sorta di ideologo del movimento nato dal suo blog.

Più di un attivista, in effetti, quando si tocca l’argomento delicato del rapporto Grillo/M5S, evidenzia la persistenza di un doppio cordone ombelicale: quello della gratitudine verso la persona che ha fatto sì che questa avventura politica potesse nascere e crescere vigorosa; quello della visibilità mediatica che la figura di Grillo garantisce al movimento, fuori da internet e dai contatti diretti sul territorio.

Ma, per quanto forti possono essere questi legami, delle due l’una: o il movimento è in grado di scegliere democraticamente di non fare tutto quello che Grillo pensa che sia giusto fare (e/o di fare eventualmente anche tutto quello che Grillo invece non ritenesse opportuno) o non può. E se non può ― che sia in virtù della questione della proprietà del simbolo o solo per il carisma col quale il comico genovese sarebbe in grado di condizionare sempre la maggioranza dei cittadini che portano avanti questo progetto politico ― allora il M5S non è né libero, né autonomo, né democratico, perché l’essenza di una vera democrazia è la possibilità di scelta. Meglio ancora: se in una comunità non c’è possibilità di scegliere, ma ci deve necessariamente conformare alla volontà di un determinato individuo, per quanto nobile e autorevole, ebbene: in quella comunità politica non c’è democrazia.

Anche per questo, se il movimento vuole camminare con le sue gambe farebbe meglio a recidere i cordoni ombelicali col comico chioccia; senza che questo significhi automaticamente rinnegare tutto ciò che Grillo ha rappresentato per loro in questi anni.

E se definire una volta per tutte la questione della proprietà del simbolo, costruendo anche formalmente l’autonomia del movimento, renderebbe storia antica e superata ogni polemica sugli ordini impartiti dal capo, come nella recente questione del non partecipare ai dibattiti politici televisivi (13), anche la visibilità che Grillo garantisce al movimento nei media mainstream si sta rivelando sempre più spesso un’arma a doppio taglio.

Persino all’osservatore più distratto, infatti, non sarà sfuggito come, soprattutto in TV, Grillo e il ‘suo’ movimento, ultimamente, non vengano più trattati come una sorta di nota folkloristica, a margine della politica ufficiale. Ora, le ‘sparate’ di Grillo, sovente, vengono utilizzate per provare a depotenziare l’attrattiva di un soggetto politico in crescita, che fa tanto più paura a chi ha interesse a che nulla cambi in questo Paese, quanto più il soggetto appare forte ed estraneo al sistema di potere precostituito.

Qui va detto subito che la sfacciataggine e l’ipocrisia di una comunicazione tutta improntata all’oggi, fanno sì che a dare del nazifascista a Grillo possano essere gli stessi personaggi (14) che negli ultimi venti anni hanno contribuito, muovendo le leve del potere politico e mediatico, a quel tentativo (riuscito solo in parte) di trasformare la costituzione antifascista in anticomunismo viscerale, provando addirittura a riscrivere la storia di questo Paese, rappresentando come deprecabili episodi singoli (15), gli effetti della dittatura fascista e di un conflitto bellico di dimensioni planetarie. E, d’altra parte, l’incentrare questo tipo di lettura critica non tanto sulla violenza verbale delle invettive ad personam del comico genovese, quanto, piuttosto, sulla xenofobia di certi suoi testi ― come qui abbiamo già ampiamente sottolineato ― comporterebbe poi la necessità di fare i conti coi CIE (16) e i respingimenti di massa (17), giusto per voler stare strettamente al tema e senza andare a riaprire anche le ferite di Genova 2001 (18) e le troppe coperture di comportamenti fascisti nelle istituzioni.

Ma al di là della evidente strumentalità di molti degli attacchi mediatici che sono stati rivolti a Grillo, da quando si è diffusa la notizia che il movimento cominciava a raccogliere cifre interessanti nei sondaggi (19), non si può negare che, con la storia della mafia che «non ha mai strangolato il proprio cliente» (20), il comico ha fatto un clamoroso doppio errore di comunicazione.

In un momento in cui si capiva benissimo che i grandi media lo stessero un po’ aspettando al varco, per sferrare una sorta di attacco concentrico, Grillo ha scelto di fare una provocazione concettuale, che, anche se formulata alla perfezione, sarebbe stata comunque facilmente strumentalizzabile, per la delicatezza del tema trattato. E già questo, in campagna elettorale, è un errore politico da dilettanti.

Ma ancor più grave è stata l’incapacità di sviluppare logicamente la provocazione che si voleva proporre. Grillo, infatti, non ha detto che siamo in presenza di uno Stato che, di fronte a una grave crisi economica, invece di chiedere sacrifici a chi non ha mai versato il proprio contribuito o di domandare, tra quelli che lo versano, soprattutto ai più facoltosi, sceglie di pretendere tanto dai tanti che già hanno risorse economiche molto scarse, rischiando, così, metaforicamente, di strangolarli. Non ha detto questo e non ha aggiunto a ciò la battuta, tanto iperbolica, quanto rischiosa, sullo Stato che, così facendo, si comporta anche peggio della mafia, che ti uccide soltanto se non paghi il pizzo e non quando lo paghi. Niente di tutto questo: ha scelto semplicemente malissimo le parole, improvvisate o preparate che fossero.

Per tutte queste ragioni, sarebbe dunque interesse primario del Movimento 5 Stelle separare nettamente gli sviluppi presenti e futuri del proprio precorso politico da ciò che direttamente si connette alla persona del suo mentore. A meno che non vogliano disinteressarsi totalmente della rappresentazione mediatica del loro operare, infatti, fintanto che resterà valida l’equazione Grillo = M5S, ogni attacco alla persona di Grillo imporrà loro di sottrarre tempo alla realizzazione della progettualità politica, per dedicarlo a parare gli attacchi mediatici, tanto più intensi, quanto più i sondaggi pronosticheranno un possibile successo della loro proposta politica.

Da ultimo, vorremmo provare a chiarire brevemente perché abbiamo sostenuto che il successo elettorale del Movimento nato dal blog di Grillo, rispetto alle tre linee di tendenza nazionale, che sono emerse dopo queste comunali, aveva aspetto prevalente e riassumeva, in un certo senso, anche le altre due.

Se c’è un dato politico certo, in questo momento, è che nel Paese esiste una forte domanda di cambiamento.

Crollano quelli che avevano vinto nettamente le politiche del 2008, si sfalda quello che noi abbiamo spesso definito come un progetto eterodiretto di bipartitismo coatto, il principale partito dell’opposizione (e ora di tutto il Paese che ancora va a votare), nel persistente inseguimento della sua chimera centrista, ugualmente perde elettori, anche se in percentuale la cosa si nota di meno, a causa dell’incremento dell’astensionismo, e la multiforme sinistra extraparlamentare non riesce a riproporre a livello nazionale quei percorsi unitari che in ambito locale sono risultati spesso vincenti, anche sfidando apertamente i due sedicenti grandi partiti dell’aborto bipartitico e le occasionali forze centriste.

Tendenze consolidate in diverse tornate elettorali, di cui questa ultima costituisce solo un’ulteriore conferma.

In questo quadro, il successo elettorale di un nuovo movimento politico che, nel breve periodo, riesce a trarre forza da tutte le contraddizioni fin qui rilevate, a nostro avviso, dimostra soprattutto come questo successo sia sintomo di una diffusa insoddisfazione verso una classe politica che non è più credibile.

Sulle ragioni di questo deficit di credibilità abbiamo già scritto in passato e ancora scriveremo, ma ora ci sembra innegabile che, per una fetta considerevole della popolazione italiana (un terzo dei votanti), l’insoddisfazione per la classe politica è tale da far sì che il “non voto” rappresenti, di fatto, il primo partito. Ma ancora più interessante è il dato che mette in crisi il dogma propagandato per quasi tutta la cosiddetta seconda Repubblica: la democrazia dell’alternanza, fondata su due opzioni politiche che non possono differenziarsi più di tanto, perché le elezioni si vincono sempre al centro, in base a come si orientano di volta in volta quelle fantomatiche masse di elettori moderati, che, però, evidentemente in Italia non esistono. Non esistono, perché, anche stavolta, non c’è spostamento di masse di elettori da destra a sinistra (o viceversa): ragionando sui grandi numeri, infatti, l’elettore deluso dal proprio schieramento politico di riferimento o si astiene o punta su una proposta politica radicalmente nuova.

Ed è proprio questo, in ultima analisi, il motivo per cui Grillo (e per transitività il M5S) diventa oggetto di attacchi mediatici concentrici: il successo di una proposta di radicale cambiamento rischia di spezzare definitivamente il sacro dogma della conservazione, offrendo un’alternativa concreta all’astensione, a tutti quei cittadini italiani che non sono più disposti a legittimare col proprio voto questa immutabile conservazione.

Cittadini insoddisfatti, che diventano sempre di più.

Una lezione politica che ― piaccia o meno ― quelle forze che davvero hanno intenzione di provare a cambiare questo Paese dovranno tener nel dovuto conto, presto o tardi.

Giuseppe D'Elia

 per L'Indiependente.it 
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(1) http://comunali.interno.it/votanti/votanti120506/Cvotanti.htm

(2) http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=164945

(3) http://friendfeed.com/seideegiapulp/1331be83/in-un-piccolo-comune-leghista-e-berlusconiano

(4) http://comunali.interno.it/comunali/amm120506/retro/C0560270.htm

(5) http://comunali.interno.it/comunali/amm120506/C0560270.htm

(6) http://www.beppegrillo.it/movimento/2010/08/istruzione.html

(7) http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=6524#

(8) http://www.beppegrillo.it/2007/10/i_confini_scons/index.html

(9) http://www.beppegrillo.it/2012/01/la_cittadinanza.html

(10) http://www.litaliasonoanchio.it/index.php?id=521

(11) http://www.beppegrillo.it/iniziative/movimentocinquestelle/Programma-Movimento-5-Stelle.pdf

(12) http://www.soggettopoliticonuovo.it/scegliamo-il-nome/

(13) http://www.beppegrillo.it/2012/05/i_talk_show.html

(14) http://affaritaliani.libero.it/politica/crosetto-grillo-usa-toni-fascisti270412.html?refresh_ce

(15) http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/antifa/cazzinostri.htm

(16) http://giualsud.it/interventi/i-cie-in-italia-dove-la-tortura-e-legalizzata/

(17) http://friendfeed.com/seideegiapulp/15b6367a/presadiretta-mare-chiuso-documentario-di

(18) http://mementotnemem.blogspot.it/2012/03/genova-le-lacrime-di-luglio-dieci-anni.html

(19) http://www.corriere.it/politica/12_aprile_15/bersani-antipolitica_a6aa68dc-86eb-11e1-9381-31bd76a34bd1.shtml

(20) http://www.youtube.com/watch?v=bkewHuB6J-I&t=0m42s

mercoledì 26 ottobre 2011

Uniti per un cambiamento globale: socialismo o barbarie?/3


(segue) Tirando le fila del discorso, restano alcuni nodi delicatissimi da sciogliere: in primo luogo, va chiarito se è lecito discutere di vere e proprie istanze rivoluzionarie e se è possibile volgere in positivo la comune matrice anti-capitalista, recuperando — con lessico marxiano — l’alternativa tra socialismo o barbarie; secondariamente (e correlativamente) va posta la questione del come perseguire le suddette istanze.

Va detto subito che, ancora una volta, il movimento è oggettivamente eterogeneo e che queste diversità possono frenare non poco la spinta unitaria, tuttavia: comune è la domanda di forme nuove del vivere associato; comune è il bisogno di maggiore democrazia; comune è la consapevolezza che se il capitalismo è come un virus, di cui le crisi periodiche costituiscono soltanto i sintomi, mai la società potrà rigenerarsi, fintanto che ci si adopererà soltanto per lenire la sintomatologia, lasciando al virus la possibilità di continuare a proliferare.

Che gli sviluppi di queste premesse abbiano carattere spiccatamente rivoluzionario è, dunque, un dato di fatto. Che questa comune matrice anti-capitalista possa dar luogo a una diffusa rinascita (attualizzata) delle tematiche marxiane è invece soltanto uno dei possibili esiti di queste lotte.

Più che cercare di comprendere quante e quali delle tante sigle che direttamente si riallacciano al pensiero di Marx e dei suoi interpreti, in questa sede, può allora essere utile verificare se un rinnovato ricorso alle categorie marxiane possa agevolare o meno il realizzarsi del cambiamento sociale comunemente auspicato dal movimento.

Va verificato, insomma, se c’è un embrione di coscienza di classe alla base della dichiarata ricerca di unità, volta alla realizzazione di un cambiamento globale che permetta di uscire definitivamente dalla perdurante situazione di crisi economica.

Bisogna quindi ritornare, innanzi tutto, sulla famigerata crisi.

Vladimiro Giacchè, recentemente, ha fatto il punto della situazione, in maniera molto sintetica, ma chiarissima (seppur circoscrivendo il tutto al caso italiano):
«A oltre quattro anni dall’inizio della crisi continuano i salvataggi di banche e assicurazioni con soldi pubblici: l’ultimo caso, di pochi giorni fa, riguarda Dexia e costerà 90 miliardi di euro a Belgio, Francia e Lussemburgo. In compenso si lascia marcire la crisi greca, dopo averla aggravata con il piano di austerity draconiano che ha accompagnato il “salvataggio” del 2010. I bilanci pubblici in Europa sono stati prima appesantiti accollando ad essi il debito privato, e ora si tenta di alleggerirli smantellando i sistemi di welfare e privatizzando a più non posso. Intanto si assiste ad uno spostamento di sovranità dagli Stati a una sorta di terra di nessuno in cui chi detta le regole sono di fatto i governi degli Stati “forti” dell’Unione o addirittura la Banca Centrale Europea. Quest’ultima, non contenta di far male il proprio lavoro (vedi l’aumento dei tassi di interesse a luglio), ha pensato bene di cominciare a dettare agli Stati le politiche economiche e sociali: richiedendo all’Italia — con una lettera che avrebbe dovuto rimanere segreta “per non turbare i mercati” — di effettuare la “privatizzazione su larga scala” dei servizi pubblici, ridurre gli stipendi pubblici e rendere più facili i licenziamenti». (10)
Dopo aver spiegato poi perché va assolutamente scongiurato il rischio default, onde evitare un ulteriore peggioramento delle condizioni esistenziali delle classi lavoratrici, Giacchè pone l’accento su una questione fondamentale:
«C’è però un altro modo per leggere lo slogan “Noi il debito non lo paghiamo”: mettendo l’accento sul “noi”. Questa è invece una rivendicazione sacrosanta, soprattutto nei confronti di una finanziaria che — tra colpi di scure alla finanza pubblica, abolizione di gran parte delle detrazioni fiscali e aumento delle imposte indirette — grava in gran parte su chi guadagna di meno e paga le tasse, mentre è in arrivo l’ennesimo condono-regalo per gli evasori. È giusto esigere che la crisi la paghi chi evade 120 miliardi di euro all’anno e chi detiene grandi patrimoni, e che i risparmi, anziché sugli asili nido e sulle scuole, si facciano sulle spese militari (26 miliardi) e sullo sperpero di denaro pubblico per le imprese private (30 miliardi all’anno). Avanzare oggi questa rivendicazione equivale a introdurre nelle dinamiche di questa crisi un vincolo nuovo: l’indisponibilità di chi sinora ne ha pagato il prezzo a continuare così».
Va precisato, in proposito, che non a caso la formula più esplicita dello slogan citato — formula che il movimento ha iniziato a privilegiare, proprio per scongiurare le (interessate) accuse di irresponsabilità — è questa: “Noi la vostra crisi non la paghiamo”. In questa contrapposizione, in questa presa di coscienza che c’è un “Noi” maggioritario che, unendosi, può ribaltare la condizione di soggezione nei confronti di quel “Voi” minoritario ed elitario, c’è senz’altro un seme di un rinnovato conflitto di classe che potrebbe germogliare, contrapponendo apertamente i detentori di capitali ai lavoratori subordinati. 

Ma, allo stato attuale delle cose, di più davvero non si può dire, senza arrivare a conclusioni troppo arbitrarie.

Può sottolinearsi, piuttosto, come il predetto slogan si vada a riempire di contenuti:
«Non è vero che tutto il debito va ripagato, il popolo ha l’obbligo di restituire solo quella parte che è stata utilizzata per il bene comune e solo se sono stati pagati tassi di interesse accettabili. Tutto il resto, dovuto a ruberie, sprechi, corruzione, è illegittimo e immorale, come hanno sempre sostenuto i popoli del Sud del mondo.
Per questo chiediamo un’immediata sospensione del pagamento di interessi e capitale, con contemporanea creazione di un’autorevole commissione d’inchiesta che faccia luce sulla formazione del debito e sulla legittimità di tutte le sue componenti. Le operazioni che dovessero risultare illegittime, per modalità di decisione o per pagamento di tassi di interesse iniqui, saranno denunciate e ripudiate come già è avvenuto in altri paesi.
La sospensione sarà relativa alla parte di debito posseduto dai grandi investitori istituzionali (banche, assicurazioni e fondi di investimento sia italiani che stranieri) che detengono oltre l’80% del suo valore. I piccoli risparmiatori vanno esclusi per non compromettere la loro sicurezza di vita.
Contemporaneamente va aperto un serio e ampio dibattito pubblico sulle strade da intraprendere per garantire la stabilità finanziaria del paese secondo criteri di equità e giustizia.
Almeno cinque proposte ci sembrano irrinunciabili:
- riforma fiscale basata su criteri di tassazione marcatamente progressiva;
- cancellazione dei privilegi fiscali e seria lotta a ogni forma di evasione fiscale;
- eliminazione degli sprechi e dei privilegi di tutte le caste: politici, alti funzionari, dirigenti di società;
- riduzione delle spese militari alle sole esigenze di difesa del paese e ritiro da tutte le missioni neocoloniali;
- abbandono delle grandi opere faraoniche orientando gli investimenti al risanamento dei territori, al potenziamento delle infrastrutture e dell’economia locali, al miglioramento dei servizi sociali col coinvolgimento delle comunità». (11)
Questa progettualità politica, unita ad altre ben note proposte — si pensi soprattutto alle ipotesi di tassazione sulle transazioni finanziarie o Tobin Tax (12) e al cosiddetto “reddito di cittadinanza” (13) — dimostra inequivocabilmente che la distanza, innegabile, che c’è (in Italia, in particolar modo) tra i movimenti e il parlamento segnala una fortissima assenza di rappresentatività, che dovrebbe preoccupare ogni sincero democratico.
«Era necessario farci strada con la violenza, con il sacrificio, con il sangue; era necessario stabilire un ordine e una disciplina voluti dalle masse, ma impossibili da ottenere con una propaganda all’acqua di rose, con parole, parole e ancora parole e con ingannevoli battaglie parlamentari e giornalistiche». (14)
Chi sa che queste parole sono state scritte da Benito Mussolini, nel capitolo della sua autobiografia intitolato al “giardino del fascismo”, infatti, di fronte alle persistenti tracce di esaltazione di una violenza che — come si è già sottolineato in precedenza — produce solo ulteriore regresso sociale, non può non pensare immediatamente alla massima di Michel Foucault sul
«come fare per non diventare fascisti anche se (soprattutto se) si crede di essere militanti rivoluzionari». (15)
Viene dunque conclusivamente in rilevo la questione del metodo e delle forme con cui praticare la lotta politica per il progresso sociale, nel dato momento storico.

Qui va detto senza tanti giri di parole che la scelta di forme di lotta nonviolente, risponde non certo a preconcette adesioni dogmatiche a petizioni di principio, ma ad una ponderata valutazione strategica.

Cosa c’è di più rivoluzionario del perseguimento e del raggiungimento di stabili obiettivi di progresso sociale senza spargimenti di sangue? Già l’ovvia risposta a questa domanda — oltre a quanto già detto in termini di reazione repressiva — dovrebbe incentivare la scelta di queste pratiche.

Ma c’è di più: per quanto lo sviluppo di internet abbia aperto nuovi e innumerevoli canali di accesso alla comunicazione di massa — che ora non è più esclusivamente verticale, come nei decenni scorsi — la forza di penetrazione dei grandi media (e delle televisioni, in particolar modo) rimane ancora preponderante. Principalmente, per la capacità di produrre meccanismi di identificazione. Ciò che consente di comprendere, da un lato, perché le masse abbiano potuto tollerare (e ancora tollerano) per decenni che, in determinate regioni del pianeta, altri esseri umani debbano convivere con guerre, pestilenze e carestie e, dall’altro, e per converso, come sia possibile che l’incendio di un’automobile nel corso di una manifestazione di protesta, talvolta, produca ostilità verso l’intero movimento. In quest’ultimo caso, opera un meccanismo identificativo (“quell’auto poteva essere la mia!”) che è del tutto assente nella prima ipotesi (“succede lontano da qui, ergo non può succedere anche a me”).

Riflettendo bene su come operano questi potenti meccanismi emotivi, forse, la scelta strategica di privilegiare forme di lotta nonviolente e pratiche inclusive dovrebbe essere compresa e meglio apprezzata da tutti.

E, in effetti, è proprio qui che un recupero del lessico marxiano potrebbe rivelarsi preziosissimo per abbandonare la logica dello scontro di piazza, riconciliandosi anche con quel famoso e controverso testo pasoliniano, in cui l’autore simpatizzava coi poliziotti “figli di poveri”, contrapponendoli ai giovani manifestanti (benestanti) “figli di papà”. (16)

In un epoca come quella attuale di diffuso e progressivo impoverimento, infatti, dovrebbe essere molto più semplice comprendere che il poliziotto, servitore dello Stato, è un lavoratore subordinato esattamente come lo sono quelli che stanno riempiendo le piazze di mezzo mondo, Italia inclusa: i lavoratori, i salariati, i precari, i cassintegrati, i pensionati, gli inoccupati, le tante formule nuove (e spesso vuote) create ad arte per frammentare e dividere quel (simbolico) 99% che costituisce l’ossatura di quella maggioranza soggiogata dalla minoranza detentrice dei capitali accumulati e del Potere.

Provare allora a spezzare il giogo di un copione di scontri, purtroppo, già messo in scena infinite volte, cercando di instaurare un dialogo che renda partecipi e solidali i lavoratori dei corpi di polizia, con le ragioni della classe lavoratrice nelle sue più diverse forme, non è forse la premessa basilare per la riuscita di una rivoluzione pacifica?


Il 15 ottobre, in piazza, c’è stato anche questo (17): qualche primo, timidissimo (e poco pubblicizzato) tentativo di invertire la tendenza allo scontro, instaurando un dialogo tra lavoratori; un dialogo basato sulla “solidarietà di classe”, insomma. Così come, a scontri avvenuti, si è avuto modo di leggere anche una severa (auto)critica, svolta dall’interno, da un funzionario di polizia del Silp CGIL, che non ha avuto remore nel denunciare (18) errori di gestione, a suo avviso, evidentissimi, stante la conclamata inefficacia del modello “militare” di ordine pubblico, in situazioni come quella di cui, qui, si sta discutendo.

Come è evidente, dunque, anche in Italia, nonostante tutto, ci sono ancora ampi margini per scrivere assieme una pagina fondamentale della storia dell’umanità.

Peccato solo che, in una fase politica di rinnovato fermento sociale, i principali partiti politici (soprattutto quelli presenti in Parlamento), fin qui, abbiano preferito restare a guardare, mostrando di non aver per nulla compreso quello che sta succedendo attorno a loro e al loro nauseante immobilismo.

Giuseppe D'Elia


«Bourgeois society stands at the crossroads,
either transition to socialism 
or regression into barbarism». 

martedì 25 ottobre 2011

Uniti per un cambiamento globale: socialismo o barbarie?/2


(segue) Mobilitazione globale permanente, dunque: unire le masse popolari radicalmente critiche verso il modello economico-sociale imperante, con l’obiettivo di realizzare forme più compiute di democrazia, attraverso la pacifica occupazione delle principali piazze dei diversi Paesi.

Tutto limpido e alla luce del sole.

Messo nero su bianco, anzi:
«Uniti per un cambiamento globale: più di 1.000 città – 82 paesi. Il 15 Ottobre gente di tutto il mondo prenderà le strade e le piazze.
Dall’America all’Asia, dall’Africa all’Europa, la gente si sta sollevando per rivendicare i propri diritti e chiedere una democrazia autentica. Ora, è arrivato il momento di unirci tutti in una protesta globale non violenta. I poteri dominanti lavorano a beneficio di pochi, ignorando la volontà di una vasta maggioranza e senza tenere conto del costo umano ed ecologico che dobbiamo pagare. Questa situazione intollerabile deve finire. Uniti in una sola voce, faremo sapere ai politici e alle élite finanziarie a cui sono asserviti, che ora siamo noi, i popoli, che decideremo il nostro futuro. Non siamo merce nelle mani di politici e banchieri che non ci rappresentano. Il 15 Ottobre ci troveremo in piazza per mettere in moto il cambiamento globale che vogliamo. Manifesteremo pacificamente, dibatteremo e ci organizzeremo fino a riuscirci. È ora che ci uniamo. È ora che ci ascoltino. People of the world, rise up (…)!» (5).
Va sottolineato che il contenuto dell’appello internazionale, testé trascritto, in Italia, raccoglieva un diffuso consenso, testimoniato, chiaramente, ad esempio, dal contenuto di questo pubblico manifesto di adesione:
«Uniti per l’alternativa ha scelto fin dall’inizio di raccogliere la sfida degli indignados globali, perché è proprio la ricerca, paziente e faticosa, dell’unità, della ricomposizione delle lotte, la cifra distintiva del suo percorso. Connettere le differenze, questo è il primo obiettivo da praticare per invertire la rotta della crisi!
(…) Chiaramente, l’unità da sola non è sufficiente. Non basta combinare le resistenze operaie con le lotte studentesche o in difesa dei beni comuni, c’è bisogno di un progetto comune di trasformazione. L’alternativa è questo orizzonte, questo desiderio di cambiamento che si fa programma politico concreto: la capacità di egemonia dei movimenti — ampiamente dimostrata dai risultati referendari di giugno — non può non prendere la forma di un processo costituente di un nuovo modello sociale, economico e politico.
(…) In questo senso è decisivo che le manifestazioni siano partecipate da centinaia di migliaia di persone. I numeri da soli non bastano, di questo ne siamo certi, ma di fronte alla violenza della finanza e delle banche, i numeri sono la prima condizione per cominciare ad affermare un rapporto di forza favorevole. Ci vuole poi una mobilitazione permanente, che sappia fare tesoro delle straordinarie esperienze americane di questi giorni, oltre che della primavera araba e delle mobilitazioni spagnole. (…)» (6).
Cosa doveva succedere, allora, nel nostro Paese, il 15 ottobre? Far confluire nella capitale centinaia di migliaia di persone, occupare con questa massa una delle piazze storiche delle proteste popolari (piazza San Giovanni), piantare le tende in loco e difendere con tecniche di lotta nonviolenta questo neonato presidio permanente di democrazia, in cui sarebbero stati meglio definiti gli obiettivi politici immediati della protesta popolare e i metodi pacifici e democratici per raggiungerli e mantenerli.


Cosa ha impedito che tutto questo potesse accadere? Un’esplosione improvvisa di violenza nichilista. Una furia devastatrice che ha dapprima spezzato il corteo e poi lo ha costretto a disperdersi e ad abbandonare il progetto iniziale, visto che nella piazza e nelle strade attigue si era, ormai. scatenata una battaglia con le forze dell’ordine che, di fatto, vanificava ogni possibilità di raggiungere gli obiettivi programmati.

Soffermarsi sul “cosa” ha impedito la riuscita della manifestazione più che soffermarsi a lungo a dibattere sul “chi” ha determinato tutto questo è mero buon senso, dato che l’unico elemento certo e indiscutibile, al momento, è il rapporto numerico tra fautori della devastazione e manifestanti che invece avrebbero preferito far ricorso a forme di lotta nonviolente.

Su questo punto, Marco Rovelli ci offre una ricostruzione che costituisce un ottimo punto di partenza per una più attenta analisi della vicenda:
«Eravamo tanti. La narrazione comincia da qui. Di questo dobbiamo far memoria. Eravamo tanti, un fiume in piena. E dobbiamo andare oltre, e prendere lezione, e costruire pratiche di movimento che adesso non ci sono.
Non è questione di violenza e non violenza, non è questa la questione. (Che poi, nulla è più violento del “sistema”, oggi, che ci sta portando via presente e futuro, nostro e del pianeta: ogni altra violenza, oggi, è in scala inferiore rispetto a questa). La violenza accade, può accadere, la Storia ce lo insegna che a volte deve accadere. A certe condizioni: se è razionale rispetto allo scopo, dunque sensata e può produrre effetti reali in un contesto di strategia; se non vi sono altri mezzi possibili (e questo, per dire, esclude le autolegittimazioni di quella parte di movimento che rivendica gli scontri paragonando le pratiche della piazza romana a quelle di piazza Tahrir). Non siamo in presenza di queste condizioni. Ben miope è la mistica degli scontri di piazza. Che non si inseriscono in alcuna strategia politica, che non producono alcun effetto positivo, che contribuiscono a distruggere un movimento e non a costruirlo. In che cosa oggi siamo più vicini alla demolizione del sistema? In nulla.
E ancora — rispetto alla “narrazione” ufficiale dei media — non si parli di black bloc, con la retorica buoni indignati/cattivi venuti da fuori. (…). Non si parli, perciò, neppure di infiltrati, ciò che costituisce per molti del movimento un bell’alibi.
La questione principale è un’altra. È la questione delle pratiche. Che devono essere condivise. Non si parassita un corteo che ha altri obiettivi e convocato con altre pratiche, non gli si impone la propria minoritaria presenza. Questa è la violenza peggiore. Imporre agli altri le proprie pratiche. Prendendo la testa in 300 di una manifestazione di 300mila persone e segnando il destino di quella manifestazione. È una questione di democrazia. (…)» (7).
Le riflessioni di Rovelli sono importanti — anche se non condivisibili al cento per cento — perché evidenziano in maniera molto chiara e sintetica le tante (e intricate) questioni che l’esplosione di violenza incontrollata del 15 ottobre italiano lasciano aperte.

Mettendo un attimo da parte la questione delle forme di lotta politica (lotte nonviolente vs. uso della forza), indubbiamente, a quella minoranza che ha imposto la logica dello scontro di piazza a quella della piazza occupata pacificamente e trasformata in presidio di rinnovamento democratico, vanno fatte notare alcune cose.

Innanzi tutto, appunto, il loro imporsi come un’oligarchia di segno opposto a quella che questo nascente movimento di massa sta cercando di combattere democraticamente; con il che il movimento — almeno in Italia — finisce col rimanere schiacciato tra due oligarchie: quella capitalista e quella nichilista.

Senz’altro quella rabbia diffusa che sta alla base di comunicati come quello che apertamente inneggiava all’insurrezione (8) è ben sintetizzata in considerazioni di questo tipo:
«se c’era un paese che doveva trasformare l’indignazione in incazzatura di massa, quello era proprio l’Italia, che vive un presente veramente penoso». (9)
Ma se questa rabbia si spiega con la particolarità della situazione politica italiana, che non sembra assolutamente in grado di offrire speranze di concreto miglioramento né ai lavoratori precari, né a chi è senza lavoro, in ogni caso, tutto ciò non giustifica una violenza che resta fine a se stessa.

Se pertanto il nucleo centrale della critica di chi sceglie lo scontro e la devastazione si può riassumere in una questione di inefficacia delle forme di lotte nonviolente: se, insomma, il problema è che i cortei e le manifestazioni a nulla servirebbero, perché la situazione di chi protesta, poi, non migliora mai, quando la protesta volge al termine, l’autolesionismo della scelta di segno opposto diventa innegabile.

Diversamente da come scrive Rovelli, infatti, non solo la devastazione di piazza non serve a demolire il sistema, ma addirittura fa ulteriormente regredire le condizioni di vita delle classi più disagiate, dato che al disagio economico, si aggiunge la risposta repressiva dell’ordine costituito che travalica le responsabilità dei singoli, finendo col criminalizzare (e non solo da un punto di vista mediatico) la protesta in quanto tale.

In altre parole, al danno di una condizione di vita particolarmente disagiata si viene così ad aggiungere la beffa della sempre più difficile possibilità di costruire una proposta di alternativa politica che sia realmente in grado di invertire la tendenza degli ultimi decenni: quella di privilegiare, sempre e comunque, gli interessi dei potentati economici (che accumulano, per generazioni, i capitali) a danno di quelli delle masse dei lavoratori (che restano escluse dal processo di accumulazione capitalistica).

In questo senso, quindi, se si riconosce — come anche Rovelli fa — il potenziale distruttivo, verso le ragioni della protesta e della stragrande maggioranza di coloro che la sostengono, delle pratiche di devastazione, diventa prioritario scegliere democraticamente un metodo politico di lotta e praticarlo coerentemente fino in fondo.

(continua)

Giuseppe D'Elia


«Bourgeois society stands at the crossroads,
either transition to socialism 
or regression into barbarism». 

lunedì 24 ottobre 2011

Uniti per un cambiamento globale: socialismo o barbarie?/1


C’è un interrogativo che si impone oggi all’attenzione di chi vuole realmente capire quello che sta succedendo in mezzo mondo, man mano che la crisi economico-finanziaria degli ultimi anni continua a dispiegare i propri effetti regressivi sulle vite di sempre più ampie fasce di popolazione: può esistere un modello economico-sociale, storicamente, non superabile da un’alternativa migliore?

Se l’economia capitalista genera forme sociali che garantiscono il benessere di una esigua minoranza di individui, mentre alle masse — a seconda della regione geografica in cui la sorte fa venire al mondo ciascun singolo — tocca la casuale alternativa tra una condizione esistenziale di persistente difficoltà e una prospettiva di vita in cui già la mera sopravvivenza è un lusso, insomma: com’è possibile che la messa in discussione del sistema economico rimanga sempre ai margini del dibattito politico mediatico?

Se si riflette sul significato degli slogan transnazionali e delle rivendicazioni politiche che stanno alla base delle ondate montanti di protesta, il dato comune che emerge è duplice: una generica matrice anti-capitalista e un diffuso bisogno di democrazia partecipata. In quel “We are the 99%”, dunque, c’è soprattutto una critica radicale a quella «forma di regime politico in cui il potere è nelle mani di pochi, eminenti per forza economica e sociale» (1), che corrisponde esattamente alla definizione di ciò che è un’oligarchia (capitalista).

D’altra parte, un’accusa agli oligarchi, alfieri del capitalismo finanziario, è testuale e nettissima in un recente intervento del premio Nobel per l’economia Paul Krugman:
    «i Masters of the Universe di Wall Street capiscono, nel profondo del loro cuore, quanto sia moralmente indifendibile la loro posizione. (…). Sono gente che è diventata ricca trafficando con complessi schemi finanziari che, lungi dal portare evidenti benefici economici agli americani, hanno contribuito a gettarci in una crisi i cui contraccolpi continuano a devastare la vita di decine di milioni di loro concittadini.
    Non hanno ancora pagato nulla. Le loro istituzioni sono state salvate dalla bancarotta dai contribuenti, con poche conseguenze per loro. Continuano a beneficiare di garanzie federali esplicite ed implicite — fondamentalmente, siamo ancora in una partita in cui loro fanno testa e vincono, mentre i contribuenti fanno croce e perdono. E beneficiano anche di scappatoie fiscali grazie alle quali, spesso, gente che ha redditi multimilionari paga meno tasse delle famiglie della classe media.
    Questo trattamento speciale non sopporta un’analisi approfondita e, perciò, secondo loro, non ci deve essere nessuna analisi approfondita. Chiunque metta in evidenza ciò che è ovvio, per quanto possa farlo in modo calmo e moderato, deve essere demonizzato e cacciato via. Infatti, più una critica è ragionevole e moderata, più chi la porta dovrà essere immediatamente demonizzato (…).
    Chi sono, dunque, gli antiamericani? Non i manifestanti, che cercano semplicemente di far sentire la propria voce. No, i veri estremisti, qui, sono gli oligarchi americani, che vogliono soffocare qualsiasi critica sulle fonti della loro ricchezza» (2).
Va specificato che l’analisi di Krugman — tanto lucida, quanto esplicita — si riferisce espressamente alle manifestazioni di protesta statunitensi: quelle ormai universalmente note come “Occupy Wall Street” (3), promosse da quel simbolico (e democratico) «99% che non tollererà più l’avidità e la corruzione del 1%»; un movimento che ha scelto di usare «la tattica rivoluzionaria della primavera araba» e di «incoraggiare l’uso della nonviolenza per massimizzare la sicurezza di tutti i partecipanti».

Qualcuno ha accostato questo neonato movimento a quello partito da Seattle, nello scorcio conclusivo del millennio scorso.

Molto interessanti, in proposito, le considerazioni di Naomi Klein, una delle più note figure di riferimento del movimento contro la globalizzazione capitalistica degli anni Novanta:
    «la più grande differenza che fa un decennio è che nel 1999 stavamo ereditando un capitalismo al culmine di un boom economico frenetico. La disoccupazione era bassa, i portafogli azionari erano gonfi. E i media erano ubriachi di denaro facile. Allora era tutto in fase di apertura, non di chiusura.
    Abbiamo evidenziato che la deregolamentazione che c’era dietro quella frenesia ha espresso il suo prezzo. Il danneggiamento degli standard del lavoro. Il danneggiamento degli standard ambientali. Le aziende stavano diventando più potenti dei governi e questo stava danneggiando le nostre democrazie. Ma a essere onesti, mentre i bei tempi scorrevano si imponeva di alimentare un sistema economico basato sull’avidità, almeno nei paesi ricchi.
    Dieci anni dopo sembra che non ci siano più paesi ricchi. Solo un sacco di gente ricca. Persone che si sono arricchite saccheggiando la ricchezza pubblica ed esaurendo le risorse naturali in tutto il mondo.
    Il punto è che ognuno oggi può vedere che il sistema è profondamente ingiusto e che sta sbandando fuori controllo. L’avidità senza freni ha demolito l’economia globale. E sta demolendo anche la natura. (…). La nuova normalità sono i disastri seriali: economici ed ecologici.
    Questi sono i fatti sul terreno. Sono così palesi, così evidenti, che è molto più facile entrare in contatto con il pubblico di quanto non lo fosse nel 1999, e per costruire il movimento velocemente.
    Sappiamo tutti che il mondo è capovolto: ci comportiamo come se non ci fosse una fine a ciò che è realmente finito — i combustibili fossili e lo spazio atmosferico per assorbire le loro emissioni. E ci comportiamo come se ci fossero limiti rigorosi e inamovibili a quanto è in realtà abbondante — le risorse finanziarie per costruire il tipo di società della quale abbiamo bisogno.
    Il compito del nostro tempo è quello di cambiare questa situazione: per sfidare questa falsa scarsità. Insistere sul fatto che possiamo permetterci di costruire una società decente e inclusiva — e al tempo stesso, rispettare i limiti reali di ciò che la terra può sopportare.
    I cambiamenti climatici ci dicono che dobbiamo fare questo con una scadenza. Questa volta il nostro movimento non può distrarsi, dividersi, o essere bruciato o spazzata via dagli eventi. Questa volta dobbiamo avere successo. E non sto parlando di regolamentare l’operato delle banche e aumentare le tasse ai ricchi, anche se questo è importante.
    Sto parlando di cambiare i valori di base che governano la nostra società. Quest’obiettivo è difficile da inserire in una singola rivendicazione mediaticamente efficace, ed è altrettanto difficile immaginare come portarlo avanti. Ma il fatto di essere difficile non la rende meno urgente (…)» (4).

Con queste premesse, dovrebbe essere ormai chiaro ed evidente che la giornata di mobilitazione planetaria convocata per il 15 ottobre scorso, all’insegna dello slogan “United for global change” (5) aveva un significato che i media mainstream nazionali hanno completamente occultato, riducendo la copertura informativa pressoché esclusivamente alla cronaca e all’analisi degli scontri di piazza.

Scontri sui quali è doveroso soffermarsi, ma non certo a discapito delle ragioni della protesta.

(continua)

Giuseppe D'Elia


«Bourgeois society stands at the crossroads,
either transition to socialism 
or regression into barbarism». 
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venerdì 22 luglio 2011

"Genova, le lacrime di luglio", dieci anni dopo /4


(segue) La caserma di Bolzaneto, poi, è il luogo simbolico in cui la tesi della reazione concitata e della occasionale perdita di controllo dei singoli agenti, davvero appare poco verosimile. Bolzaneto era il luogo di detenzione (per accertamenti) dei fermati. Cosa è successo a Bolzaneto? «Li hanno picchiati, da quando sono usciti dai cellulari a dentro le stanze della caserma» (14), stando alla testimonianza di due agenti di polizia penitenziaria presenti in loco: una delle diverse risultanze processuali che porteranno alla condanna di una parte – quindici su quarantaquattro – di quegli «ufficiali, guardie carcerarie e medici imputati di aver sottoposto a sevizie più di duecento no global» (15).
«L’esame delle parti offese si è svolto per tutto il 2006 (...). Dalle testimonianze sono emersi sempre più chiaramente alcuni dettagli: il benvenuto che veniva riservato ai fermati dal cosiddetto 'comitato d'accoglienza' (decine e decine di agenti che insultavano e picchiavano gli arrestati all'arrivo a Bolzaneto), le due ali di agenti schierati ai lati del corridoio, che prendevano a calci, schiaffi e pugni le persone costrette a passarvi in mezzo, facendo sgambetti per potersi accanire su chi cadeva a terra. I fermati e gli arrestati in cella, compresi i feriti, erano costretti a tenere le braccia alzate appoggiate al muro, il volto rivolto alla parete e le gambe divaricate: dopo molte ore tale posizione creava forti dolori e crampi, ma chi tentava di spostarsi veniva picchiato dagli agenti a guardia delle celle (...). In infermeria le persone dovevano spogliarsi completamente e fare flessioni davanti a numerosi agenti. Venivano prestate ai feriti cure insufficienti, alcuni hanno subito qui ulteriori violenze da parte degli agenti addetti alle perquisizioni. Nelle celle è stato spruzzato più volte gas urticante, spesso direttamente negli occhi degli arrestati (...). Anche chi chiedeva l’accompagnamento ai bagni ha subito umiliazioni di ogni tipo: spesso fatti attendere molte ore, alcuni non hanno potuto trattenere le deiezioni – e non gli è poi stato consentito di lavarsi; dovevano espletare i propri bisogni con la porta aperta, sottoposti allo scherno dei presenti; soprattutto le donne hanno subito minacce di violenza sessuale, e altre umiliazioni, come il rifiuto degli assorbenti igienici a chi aveva le mestruazioni. (...) Inoltre, non vennero per due giorni distribuiti generi alimentari, acqua o presidi sanitari (come, appunto, gli assorbenti igienici) (...), se non qualche biscotto e panino la domenica (14)».
E su quest'altra deplorevole vicenda non è proprio il caso di soffermarsi oltre, visto che le condotte illecite sono state accertate in giudizio e i fatti sono di assoluta gravità.

A Genova, infine, venne ucciso un ragazzo: Carlo Giuliani. Volutamente si è scelto di parlarne in conclusione di discorso. Perché? Perché quanto esposto nelle righe precedenti mostra chiaramente la volgarità di quella strumentalizzazione mediatica secondo la quale, banalmente, Carlo è morto mentre aggrediva dei carabinieri, indossando un passamontagna, con in mano un estintore che brandiva come fosse un'arma da lancio: insomma, secondo la vulgata propagandistica di questo decennio, Carlo, in fondo, dieci anni fa, è morto (anche) perché se l'è cercata! Solo che poi se uno ascolta il racconto del padre di Carlo, racconto corredato di diverse immagini e tutt'ora reperibile in Rete (16), scopre innanzi tutto che non c'è stato un assalto di alcuni scalmanati a una pattuglia isolata di carabinieri, ma una carica insensata a un corteo autorizzato, messa in atto da una pattuglia proveniente da una traversa laterale rispetto al percorso del corteo: e che è stata quella carica, partita da via Caffa, a innescare gli scontri di Piazza Alimonda (17). Si scopre, in sostanza, che non tutti i manifestanti hanno accettato di subire passivamente la repressione violenta condotta con metodi illegali, ma che alcuni hanno anche reagito. E se la reazione a una condotta illegale non è automaticamente lecita (può anche esserlo, ma va comunque dimostrato), ciò non toglie che nessun illecito può mai giustificare una sorta di esecuzione sommaria. Insomma: quand'anche fosse vero che di fronte alla minaccia dell'estintore, il carabiniere ha estratto la pistola e ha sparato (ma le immagini mostrano una diversa realtà, in cui prima c'era il carabiniere con la pistola puntata e poi c'è Carlo che solleva da terra quel famoso estintore...), resta sempre da dimostrare che quella condotta difensiva fosse lecita.

Qui allora va detto, conclusivamente, che:
«Il procedimento per l'omicidio di Carlo Giuliani è stato così archiviato il 5 maggio 2003 dal GIP Elena Daloiso, che ha accolto non solo la richiesta di archiviazione formulata dal PM Silvio Franz per legittima difesa, ma anche per "uso legittimo delle armi in manifestazione". Secondo la tesi del PM il proiettile che uccise Carlo Giuliani fu deviato da un sasso e, in ogni caso, il carabiniere Placanica sparò per legittima difesa. Non è stato tenuto in nessun conto la ricostruzione dei periti di parte offesa che avevano dimostrato, incrociando le immagini relative al lancio del sasso con i rumori dello sparo, l'impossibilità fisica della ricostruzione proposta dal PM».
E sul punto, chi non fa l'esperto di balistica, con un po' di sano scetticismo, fondato sul metodo scientifico e sul calcolo delle probabilità, di fronte al contrasto tra periti, non può non chiedersi quale fatalità può aver mai consentito – coerentemente col risultato della perizia accolta dal GIP – a due corpi di massa e sostanza differente, che viaggiano, con diversa velocità, su due traiettorie autonome, di convergere nello stesso istante, in uno stesso punto dello spazio, producendo una deviazione del corpo metallico (la pallottola) tale da far sì che questa vada a colpire lo sventurato Carlo Giuliani, uccidendolo.

Perché anche questo è accaduto a Genova dieci anni fa: convergenze fisiche tanto letali, quanto improbabili.

Giuseppe D'Elia


«Indomita Genova, le lacrime di luglio. 
Infondere paura come forma di controllo». 

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(14) http://www.processig8.org/Bolzaneto.html

(15) http://www.piazzacarlogiuliani.org/carlo/processi/bolzaneto.php

(16) http://www.youtube.com/watch?v=BhnmKr-YOGY

(17) http://www.processig8.org/Alimonda.html

giovedì 21 luglio 2011

"Genova, le lacrime di luglio", dieci anni dopo /3


(segue) Con l'aiuto del web, è possibile allora provare a ricostruire, per sommi capi, l'insieme di violazioni di legge, avvenute a Genova nel luglio del 2001. Violazioni di legge messe in atto proprio da chi più di tutti la legge dovrebbe rispettarla: con il che, sarebbe bene che, finalmente, si convenisse tutti sul punto che violare la legge, indossando una divisa, è un'aggravante e non una esimente.

A Genova, dieci anni fa, le cariche delle forze dell'ordine si trasformarono in una inspiegabile caccia all'uomo, con annessi pestaggi, talvolta anche a danno di persone che giacevano a terra inermi (6): si arrivò addirittura all'uso dei blindati per una nuova (criminale) forma di carica, del tutto sui generis (7). Fu aggredito persino chi semplicemente si trovò proverbialmente nel posto sbagliato, al momento sbagliato (8): è il caso di Marco Mattana, allora minorenne, «pestato a sangue» senza che «vi fu nessuna provocazione nei confronti degli agenti». Di Mattana qualcuno ricorderà il volto tumefatto e rabbioso (9) anche se, forse, è «l'immagine del vicecapo della Digos Alessandro Perugini che rifila un calcio in faccia al ragazzo» (10), quella che meglio riesce a descrivere la follia di quei giorni.

Follia dovuta solamente alla concitazione degli scontri di strada? Tesi che non regge, dato che le violenze registrate in strada furono solo una parte della complessiva opera di violenta repressione del dissenso che si registrò in quei giorni.
«(...) la notte del 21 luglio 2001 attorno alle 23.30, il primo reparto mobile di Roma, in tenuta antisommossa, comandato da Vincenzo Canterini, fa irruzione nelle scuole Diaz e Pascoli, (la prima utilizzata dai manifestanti come dormitorio, la seconda come centro stampa), per effettuare una perquisizione (...). Tutte le persone ospitate all'interno della scuola vengono tratte in arresto con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale e associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio e detenzione di bottiglie molotov. (...) Per quanto riguarda le armi e gli oggetti da difesa: il bottino recuperato dalle forze dell'ordine era fatto di coltellini svizzeri, macchine fotografiche, libri, fazzoletti di carta, assorbenti interni, maschere antigas e un piccone; successivamente si venne a sapere che il piccone era stato raccolto dal cantiere aperto presente all'interno della scuola. Per quanto riguarda le bottiglie Molotov (...) le indagini successive hanno rivelato una verità differente (...) che quelle bottiglie sono state in realtà ritrovate (...) in un cespuglio sul lungomare di Corso Italia nel pomeriggio del giorno precedente. Il 12 maggio 2003 il GIP Anna Ivaldi dispone l'archiviazione delle indagini contro i manifestanti per il reato di resistenza, con un'ordinanza di archiviazione in cui si afferma che "non può affermarsi, neppure con un minimo grado di certezza, che coloro che si trovavano nella Diaz e che vennero poi arrestati abbiano lanciato oggetti sulle forze di polizia"... Deve poi escludersi essi abbiano posto in essere atti di resistenza nei confronti del personale di polizia, una volta che questo riuscì ad accedere all'interno della Diaz"... (11)».
Un'operazione notturna, con numerosi illeciti, dunque. Una operazione di una violenza inaudita, come testimoniato da Michelangelo Fournier, «all'epoca vice questore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma» (12). Dopo aver inizialmente taciuto «per senso di appartenenza al corpo», la scena descritta da Fournier, nei colloqui coi magistrati, è la seguente:
«Quattro poliziotti, due con cintura bianca e gli altri in borghese stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sembrava una macelleria messicana».
L'ennesima conferma di quanto fossero fondate le denunce di Amnesty International che, fin da subito, aveva registrato segnalazioni di numerose violazioni dei diritti umani, perpetrate dalle forze dell'ordine, nei giorni del G8, a danno dei manifestanti (13).


Giuseppe D'Elia


«Indomita Genova, le lacrime di luglio. 
Infondere paura come forma di controllo». 

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(6) http://www.youtube.com/watch?v=lp1G1fZpibk

(7) http://www.youtube.com/watch?v=Xh8Uf79fW8Y

(8) http://www.veritagiustizia.it/old_rassegna_stampa/locchio_del_ragazzo_del_g8.php

(9) http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/g8-condannato-alessandro-perugini-vice-capo-della-digos-di-genova-145161/

(10) http://www.ecn.org/agp/g8genova/indexpics20.htm

(11) http://www.piazzacarlogiuliani.org/carlo/processi/diaz.php

(12) http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=70956

(13) http://www.youtube.com/watch?v=bK58QeERLx0

mercoledì 20 luglio 2011

"Genova, le lacrime di luglio", dieci anni dopo /2


(segue) Tanti, troppi, errori, di tanti, troppi, singoli, che anche molto recentemente, purtroppo, si sono rivisti in quel di Chiomonte, in occasione delle proteste di questo inizio luglio dei No-Tav. Pestaggi, cacce all'uomo, cariche con mezzi meccanici, lacrimogeni sparati direttamente addosso ai manifestanti: il video in cui è lo stesso operatore a essere colpito da uno di questi lacrimogeni, mentre riprendeva i lanci non conformi ai regolamenti è emblematico di un modus operandi inaccettabile in un qualunque Paese libero e minimamente civile (4).

Dunque, quello che è successo a Genova dieci anni fa è molto importante anche (soprattutto?) per capire fino a che punto la repressione violenta ed illegale del dissenso è realmente soltanto il frutto di una serie di condotte illecite di singoli agenti. Per valutare bene, cioè, se è possibile e ragionevole escludere, al di là di ogni lecito dubbio, che si possa invece prendere in considerazione l'ipotesi opposta di un vero e proprio pianificato disegno repressivo.

E, per questo tipo di riflessione, fondamentale, già dieci anni or sono e ancora oggi, è stato ed è l'apporto del web. Una Rete di preziose informazioni che ha fatto (e che fa) da contrappunto al coro giustificazionista dei media tradizionali. Con le notevoli eccezioni di singole rispettabilissime voci che non si sono uniformate (5), le TV e la grande stampa infatti partivano (e partono) sempre dal presupposto che la legalità sia una sorta di prodotto delle divise. L'equazione “uomo in divisa = buono”, con annessa adesione acritica alle versioni dei fatti fornite dalle questure, anche quando queste versioni dei fatti risultano smentite da immagini, testimonianze e accertamenti della magistratura: l'esatto contrario di ciò che dovrebbe fare chi si propone di fornire un'informazione completa alla cittadinanza. Un'informazione che sia al servizio della verità fattuale per come emerge, man mano che le notizie si rendono disponibili. Un'informazione, insomma, che non faccia da megafono agli apparati di potere, veicolando surrettiziamente la barbara idea che il rispetto delle garanzie e delle libertà di ogni cittadino spetti solo ed esclusivamente al manifestante diligente.

Sciocchezze, da propaganda di regime, perché – giova ripeterlo – la diligenza del manifestante non si valuta in piazza, con eventuale applicazione di rimedi da giustizia sommaria: nei moderni Stati di diritto, chi è accusato di condotte illecite viene fermato, identificato, processato e, se condannato, allora scatta la sanzione. Sanzione, che non sarà mai un pestaggio, così come non potrà mai essere la pena capitale, tra l'altro.


Giuseppe D'Elia


«Indomita Genova, le lacrime di luglio. 
Infondere paura come forma di controllo». 


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(4) Giusto alcuni spunti: a) http://friendfeed.com/seideegiapulp/0088a5a3/rendiamoci-conto-youtube-val-susa-poliziotto | b) http://friendfeed.com/seideegiapulp/9b259e05/l-illegalita-occultata-dal-coro-mediatico | c) http://www.carmillaonline.com/archives/2011/07/003968.html

(5) http://www.youtube.com/watch?v=c9I_tHhRUWE

martedì 19 luglio 2011

"Genova, le lacrime di luglio", dieci anni dopo /1


Cos'è successo esattamente a Genova dieci anni fa? E, soprattutto, perché è così importante che se ne parli ancora? O, meglio, perché lo è (1) per quasi tutti quelli che sono stati direttamente o indirettamente coinvolti nel social forum del 2001, organizzato in concomitanza col G8?

Senza avere la pretesa di arrivare a conclusioni definitive, chi scrive, crede che ci siano alcuni punti fermi – tra l'altro, vedremo, di stretta attualità – sui quali oggi è semplicemente doveroso continuare a riflettere, affinché quella storia (davvero una gran brutta storia) non abbia mai più a ripetersi.

A Genova, dieci anni fa, c'erano migliaia di persone che, liberamente e legittimamente, protestavano contro la follia di una politica sottomessa agli interessi del grande capitale finanziario.
«Quel movimento diceva – e ancora oggi dice – che la religione del mercato senza regole avrebbe portato al mondo più ingiustizie, più sfruttamento, più guerre, più violenza. Che avrebbe distrutto la natura, messo a rischio la possibilità di convivenza e persino la vita nel pianeta. Che non ci sarebbe stata più ricchezza per tutti ma, piuttosto, nuovi muri, fisici e culturali, tra i nord ed i sud del mondo. Non la pacificazione, conseguenza della “fine della storia”, ma lo “scontro di civiltà”. (…) Oggi, le ragioni di allora sono ancora più evidenti. Una minoranza di avidi privilegiati pare aver dichiarato una guerra totale al resto dell’umanità e all’intera madre Terra. Dopo aver creato una crisi mondiale mai vista cercano ancora di approfittarne, rapinando a più non posso le ultime risorse naturali disponibili e distruggendo i diritti e le garanzie sociali messe a protezione del resto dell’umanità in due secoli di lotte» (2).
Nel merito, dunque, le ragioni della protesta erano tutt'altro che infondate.

E se il merito è in ogni caso indiscutibile – dato che, in un Paese libero, «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero» (3) –, tutt'al più lo Stato può riservarsi di intervenire, qualora i metodi della protesta entrassero in conflitto con altri beni protetti dallo stesso (la sicurezza individuale, la proprietà privata, etc.).

In un Paese libero, insomma, lo Stato può senz'altro sanzionare eventuali condotte illecite dei manifestanti, ma questo dovrà esser fatto esclusivamente a seguito di un giusto processo (cioè quando le condotte illecite saranno state accertate e comprovate).

Dieci anni fa, invece, nel nostro Paese successe questo:
«(...) per aver detto solo la verità, venimmo repressi in maniera brutale e spietata. La città di Genova fu violentata fisicamente e moralmente. Le regole di una democrazia, che sempre prevede la possibilità del dissenso e della protesta, vennero sospese e calpestate. Un ragazzo fu ucciso. Migliaia vennero percossi, feriti, arrestati, torturati. Eravamo le vittime, ma per anni hanno tentato di farci passare per i colpevoli» (2).
E la repressione violenta del dissenso fu registrata in talmente tanti episodi e su un periodo di tempo così lungo, da rendere davvero poco credibile la tesi che fosse tutto e solo frutto dell'errore del singolo. Di tanti, troppi, singoli, in verità.

Giuseppe D'Elia


«Indomita Genova, le lacrime di luglio. 
Infondere paura come forma di controllo». 
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(1) http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/2011/06/23/genova_g8_io_ricordo.html

(2) http://genova2011.wordpress.com/

(3) Art 21 Cost. --> http://www.quirinale.it/qrnw/statico/costituzione/costituzione.htm

giovedì 8 luglio 2010

Salpa dalla Rete la nave dei diritti


Creare "ponti, non muri". Tre semplici parole che permettono di cogliere a pieno lo spirito del sito "lo sbarco" ed il senso di questo "diario di bordo di un'impresa possibile". Quale impresa? Quella della "nave dei diritti", iniziativa promossa da nostri connazionali "che vivono a Barcellona" e che si dicono "seriamente preoccupati" per "ciò che avviene in Italia". Il manifesto di questo "movimento di cittadini/e", in Rete già da diversi mesi, racconta di come, vista dall'estero, l'Italia appaia sempre più come un Paese in cui "il razzismo cresce, così come l'arroganza, la prepotenza, la repressione, il malaffare, il maschilismo, la diffusa cultura mafiosa, la mancanza di risposte per il mondo del lavoro, sempre più subalterno e sempre più precario".
In Spagna, in particolare, desta sconforto la lettura dei "molti articoli" in cui "si è parlato dei campi Rom bruciati, dei provvedimenti di chiusura agli immigrati, delle aggressioni, dell'aumento dei gruppi neofascisti, delle ronde, dell'esercito nelle strade, della chiusura degli spazi di libertà e di democrazia, delle leggi ad personam". Tuttavia, i promotori, "convinti che ci siano migliaia di esperienze di resistenza, di salvaguardia del territorio, di difesa dei diritti, della salute, di servizi pubblici di qualità", hanno deciso di dar vita ad un percorso di sostegno dei valori positivi dell'Italia che non fa notizia.
Da qui, l'idea di celebrare i 150 anni dallo sbarco dei Mille, salpando in nave da Barcellona per portare "un grido di aiuto e solidarietà" agli Italiani che resistono a questo "imbarbarimento pericoloso". Una nave per solcare il Mediterraneo e ricordare, tra l'altro, che (...) 

Giuseppe D'Elia