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giovedì 15 settembre 2011

Prodromi e sviluppi politici dell'undici settembre: da Berlino a Breivik, un viaggio nella crisi epocale delle sinistre/3


(segue) Come il lettore più attento avrà di certo notato, il discorso sugli effetti politici di lungo periodo della reazione americana agli attacchi dell’undici settembre, da ultimo, si è particolarmente incentrato sulla situazione europea. Questo perché alla logica dello scontro di civiltà e alla dottrina Bush della guerra preventiva permanente, quantomeno sul piano simbolico, gli USA, diversamente dall’Europa, hanno già provato a reagire, scegliendo di eleggere il primo Presidente di origini africane della storia del loro paese. Ovviamente, non rientra certo nell’economia di questo discorso una disamina accurata dell’operato del Presidente Obama. Tuttavia il Paese vittima degli attentati, di fatto, ha già scelto di voltare pagina. E il cambiamento proposto da Obama, almeno programmaticamente, nel suo contesto, risulta (nella forma) più ‘rivoluzionario’ delle attuali proposte delle sinistre riformiste europee. Il che può essere un discreto indizio a favore della tesi delle precondizioni più favorevoli al dilagare delle destre xenofobe e dell’individualismo esasperato, laddove le sinistre erano già politicamente più deboli. Infatti, l’impatto del crollo del mondo diviso in due blocchi, logicamente, è stato molto più devastante per quella sinistra che (più o meno apertamente) aveva flirtato col marxismo ortodosso, che non per la sinistra americana.

Sia come sia, l’inadeguatezza di una sinistra che sembra ormai incapace d’immaginare il futuro e di progettare un mondo e una società diversi e migliori, se non fosse già comprovata da quanto osservato fin qui, si rivela con tutta evidenza nel modo in cui le sinistre (soprattutto europee) non riescono ad affrontare la recente crisi economica.

Qui emerge il dramma di una classe politica che cede completamente il campo del discorso pubblico all’irrazionalità della controparte: di una destra che, in Italia, ad esempio, si vanta di saper “parlare alla pancia” dei cittadini elettori.

E se alla deliberata e dichiarata scelta di una parte politica che si rivolge ai bassi estinti, l’unica risposta sensata è la denuncia costante delle sue innumerevoli contraddizioni, la domanda inevasa non può che essere la seguente: perché queste enormi contraddizioni non vengono sempre denunciate come tali, ma anzi talvolta vengono assecondate?


In concreto, sul punto specifico che adesso si sta considerando: perché si accetta di descrivere una crisi finanziaria come una sorta di calamità naturale a cui non si può far altro che cercare di porre un qualunque rimedio, una volta che questa sia capitata?
Perché invece, ad esempio, non si dà il dovuto risalto alle lucide considerazioni svolte in proposito da un sociologo di chiara fama, quale è Luciano Gallino (14):
«Uno dei problemi di fondo di questa crisi è che le banche hanno contratto enormi debiti a causa di errate iniziative borsistiche come l’acquisto di titoli tossici. Debito che si è riversato sui deficit dei governi grazie ai salvataggi pubblici. Dal 2008 tanto negli Stati uniti quanto in parecchi Paesi europei, certamente nel Regno unito, in Germania e Francia, si sono fatte fior di politiche keynesiane “imbastardite” per salvare le banche. L’economia è stata salvata grazie all’intervento massiccio degli Stati, valutato tra soldi spesi e impegnati intorno ai 12–15 trilioni di dollari» (15),
ragion per cui oggi
«il finanzcapitalismo ha disvelato il suo ultimo capolavoro: rappresentare il crescente debito pubblico degli Stati non come l’effetto di lungo periodo delle sue proprie sregolatezze e dei suoi vizi strutturali, largamente sostenuti e incentivati dalla politica, bensì come l’effetto di condizioni di lavoro e di uno stato sociale eccessivamente generosi» (16).
Non è più che ragionevole ipotizzare che (almeno in Italia e in Europa) delle sinistre che non avessero ripudiato integralmente la questione della lotta di classe oggi non avrebbero alcuna difficoltà nel denunciare e nel combattere fermamente la dissennatezza e le mistificazioni di un capitalismo finanziario che, per usare alcune note ed efficacissime espressioni, sta facendo una vera e propria “lotta di classe alla rovescia”, cercando di instaurare una sorta di “socialismo per ricchi”?


E, ritornando su quanto detto in precedenza, di fronte al dilagare di una destra xenofoba che descrive i fenomeni migratori come una sorta di barbara e temibile invasione, perché la sinistra non ha il coraggio di denunciare l’assurdità di un modello economico che si fonda sulla libera circolazione delle merci e dei capitali, ma che poi vuole ostacolare (o addirittura impedire) l’altrettanto libera circolazione delle persone?

Perché la cosiddetta sinistra riformista si rifiuta di mettere seriamente in discussione il modello economico che genera il fenomeno migratorio di massa, rendendo così più difficile la creazione di un mondo aperto, accogliente e senza frontiere?

Perché le sinistre non riescono, cioè, a fare fronte comune nemmeno sull’ovvia considerazione che in un sistema economico che fosse in grado di garantire davvero il benessere diffuso di ogni area del pianeta, il fenomeno delle migrazioni di massa (e le susseguenti questioni di ordine pubblico che vi si potrebbero riconnettere), semplicemente, svanirebbe nel nulla, restando circoscritto alle eccezionali ipotesi di catastrofi naturali di immani dimensioni e rendendo, quindi, ogni individuo libero di scegliere dove vivere, senza che ciò debba più determinare alcun problema di insicurezza collettiva (reale o anche solo percepita)?
Insomma: se le sinistre europee, oggi, non hanno la capacità di far comprendere facilmente ai popoli che si propongono di guidare quanto sia stato folle appaltare (e in esclusiva) la questione dello sviluppo economico al mercato e far scorrere un intero decennio, inventandosi nuove crociate e nemici inesistenti da andare a combattere in giro per il mondo, guerreggiando fuori e innalzando mura e fossati immaginari dentro, non è anche e soprattutto perché esse stesse hanno ceduto al fascino della telepolitica dei bassi istinti e dell’immediato consenso da capitalizzare nei sondaggi d’opinione, accontentandosi di fare (quando è possibile) un po’ di amministrazione spicciola e nulla più?

L’auspicio conclusivo, allora, è che i tanti e diversi spunti di un discorso complicatissimo che qui abbiamo soltanto potuto abbozzare, ma che altri, in maniera più compiuta e autorevole, stanno già sviluppando, possano trovare presto una più ampia diffusione, diventando il cuore della rinascita delle sinistre che finalmente si riconnettono col proprio popolo. Un popolo di lavoratori, per ciò stesso maggioritario e in perenne conflitto con gli interessi del capitale, ma anche un popolo che sa benissimo che non c’è necessariamente un contrasto insanabile tra libertà e uguaglianza e che, forse, comprende altrettanto bene che la giusta sintesi va trovata nel valore rivoluzionario disperso: la fratellanza; da declinare però non più in chiave nazionale, ma planetaria (ossia: fratellanza del genere umano).

Se le sinistre riusciranno a rifondarsi su base umanista e laburista – socialdemocratica e keynesiana o socialista e neo-marxiana, a seconda di sviluppi che qui è semplicemente impossibile prevedere – forse, le cose potranno davvero cambiare negli anni a venire.

Diversamente, si rimarrà ancora a lungo schiavi della logica delle due destre, una dal volto feroce, l’altra dal volto un po’ più umano, ma entrambe piegate a difendere i medesimi interessi economici: quelli del grande capitale finanziario. L’unico elemento, tra l’altro, che sia in grado di trarre profitto da una logica di guerra permanente e da un ‘libero’ mercato generatore di infiniti conflitti e mostruose diseguaglianze. Ciò che, in ultima analisi, è accaduto nel decennio appena trascorso.


Giuseppe D'Elia


«Every nation, in every region, now has a decision to make. 
Either you are with us, or you are with the terrorists». 
________________________________________

(14) http://it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Gallino

(15) http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&id=17453&view=article

(16) http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-civilta-del-denaro-in-crisi/

mercoledì 14 settembre 2011

Prodromi e sviluppi politici dell'undici settembre: da Berlino a Breivik, un viaggio nella crisi epocale delle sinistre/2


(segue) Dunque, probabilmente, i prodromi dell’impatto politico che l’evento simbolico del crollo delle Twin Towers ha avuto sulla civiltà occidentale si possono far risalire all’altro crollo simbolico, quello del muro di Berlino, datato appunto 1989.

Quel crollo è stato propagandato, nella vulgata politica degli anni a seguire, appunto come momento topico della fine delle ideologie. E il crollo delle ideologie – o meglio la fine dell’esperienza comunista sovietica e, con essa, la fine della cosiddetta Guerra Fredda tra il blocco del capitalismo e quello del socialismo reale – veniva salutato (ingenuamente?) come un viatico sicuro verso un’era di libertà, di prosperità e di pace tra i popoli.

Peccato che, poi, le cose non siano andate affatto così.

Lo scorcio conclusivo del secondo millennio, infatti, ha addirittura riportato la guerra nel cuore dell’Europa (seppur restando circoscritta all’area balcanica). E il nuovo millennio, poi, è stato inaugurato all’insegna di un preteso scontro di civiltà tra l’Occidente libero e l’Islam (l’intero mondo islamico per i più fanatici; il solo Islam fondamentalista per i più pacati). Uno scontro da vincere, ricorrendo alla cosiddetta “dottrina Bush” (6) della guerra preventiva per l’esportazione della democrazia, perché l’undici settembre appunto ‘dimostrava’ che un nuovo temibile nemico era alle porte e che, quindi, d’ora in avanti, tutto sarebbe stato lecito pur di non soccombere.

Come ha scritto recentemente il filosofo e studioso di psicoanalisi sloveno Slavoj Žižek, di fronte a uomini «pronti a distruggere questo mondo per amore dell’altro mondo», dunque, si paravano altri uomini «pronti a distruggere la loro democrazia in nome dell’odio per l’altro musulmano» (7). E basta solo pensare a Guantanamo (8), Abu Ghraib (9) e alla pratica degli interrogatori col cosiddetto waterboarding (10), per rendersi immediatamente conto di quanto egli abbia centrato il punto.

Ma Žižek offre diversi altri utilissimi spunti di discussione nell’articolo citato.
Innanzi tutto sulle evidenti responsabilità di quelle sinistre deideologizzate che, come già si è accennato, finiscono per lasciare l’intero campo del discorso politico al pensiero della controparte, che tanto più si radicalizza, quanto più si diffonde incontrastato.
«Dopo il crollo dei regimi comunisti del 1990, siamo entrati in una nuova era nella quale la forma predominante di esercizio del potere statale è diventata l’amministrazione esperta depoliticizzata e il coordinamento degli interessi. L’unico modo per introdurre un po’ di passione in questo campo, per mobilitare i cittadini, è la paura: la paura degli immigrati, della criminalità, della depravazione sessuale dei senza dio, di un’eccessiva interferenza dello stato (che si esprime con il controllo e l’aumento delle tasse), la paura della catastrofe ecologica, ma anche delle vessazioni (la correttezza politica è la forma esemplare della strategia della paura).
Questo tipo di politica fa sempre affidamento sulla manipolazione di folle spaventate e paranoiche, quelle che i greci chiamavano ochlos. Di conseguenza, l’evento politico più importante dei primi dieci anni del nuovo millennio è stato l’ingresso dei movimenti antimmigrazione nell’area dei partiti convenzionali, dopo aver finalmente tagliato il cordone ombelicale con quelli di estrema destra ai quali prima erano legati. Dalla Francia alla Germania, dall’Austria all’Olanda, nel nuovo spirito dell’orgoglio per la propria identità storica e culturale, adesso i partiti trovano accettabile sottolineare che gli immigrati sono ospiti che devono adattarsi ai valori culturali della società che li accoglie. “Questo è il nostro paese, prendere o lasciare”.
I progressisti, naturalmente, sono inorriditi da questo razzismo populista. Ma a guardare meglio scopriamo che il loro multiculturalismo tollerante e il loro rispetto per le differenze (etniche, religiose, sessuali) condivide con i movimenti antimmigrazione la necessità di tenere i diversi a debita distanza. Rispetto gli altri, ma loro non devono intromettersi troppo nel mio spazio. Nel momento in cui lo fanno, mi danno fastidio (…)».

Non va taciuto, poi, che l’articolo di Žižek prende le mosse da un altro evento simbolico che, anticipando di pochissimo il decennale del crollo delle torri, ne ha reso ancor più evidenti i nefasti effetti socio-politici (ultranazionalismo, individualismo esasperato, intolleranza, xenofobia, militarizzazione di ogni campo dell’esistenza), sui quali qui si sta cercando di ragionare.

Ci riferiamo chiaramente al massacro dell’isola di Utøya (11), in Norvegia, messo in atto, lo scorso 22 luglio, da un fondamentalista cristiano: tale Anders Behring Breivik.

Estremamente significative le righe che Žižek dedica alla descrizione del personaggio e del contesto politico in cui la sua delirante e criminale iniziativa è maturata:
«Breivik è apertamente razzista, ma filosemita e filoisraeliano, perché lo stato di Israele è la prima linea di difesa contro l’espansione musulmana. Vorrebbe perfino vedere ricostruito il tempio di Gerusalemme. Insomma, paradossalmente è un nazista razzista filosemita. Come è possibile?
Una spiegazione potremmo trovarla nelle reazioni della destra europea alla strage di cui si è reso responsabile. Il suo mantra è stato che, pur condannando i suoi atti delittuosi, non dobbiamo dimenticare che esprimono “una legittima preoccupazione per problemi reali”. (…)».
In definitiva, a ben vedere, qui abbiamo la conferma del fatto che a una sinistra evanescente – che nella sua ossessiva spinta moderatrice e centrista, finisce con l’assumere quelli che dovrebbero essere i tratti tipici di una destra liberale – si viene a contrapporre, apertamente, una destra di massa che tende a far sue le tematiche di fondo e l’irrazionalità del neofascismo, omettendo solo il richiamo esplicito a quella tradizione politica.

Non a caso, in Italia, è stato proprio il leghista Mario Borghezio a condannare la strage di Breivik, condividendone però le ragioni ispiratrici: le stesse, a suo dire, espresse da Oriana Fallaci nelle sue famose invettive anti-islamiche, post undici settembre (12).

Non a caso, proprio Borghezio è noto in Rete per i ‘preziosi’ suggerimenti, offerti alla destra identitaria francese:
«Bisogna rientrare nelle amministrazioni dei piccoli comuni, dovete insistere molto sull’aspetto regionalista del movimento (…), ci sono delle buone maniere per non essere etichettati come fascisti nostalgici, ma come un nuovo movimento regionale, cattolico, etc. ma sotto sotto rimanere gli stessi» (13).
Ed anche in questo caso, Žižek offre una descrizione assai puntuale dell’attuale contesto politico europeo:
«C’è un partito centrista predominante che rappresenta il capitalismo globale, di solito con un programma culturale liberale (tolleranza nei confronti dell’aborto, dei diritti dei gay, delle minoranze etniche e religiose, e così via). A contrastarlo c’è un partito populista antimmigrazione sempre più forte le cui frange estreme sono apertamente razziste e neofasciste».
In altre parole, come ormai dovrebbe essere chiaro, oggi in Europa la partita politica sostanzialmente si viene a giocare tra due destre, quella liberale (che, di fatto, ha quasi interamente occupato il campo dell’altra parte) e quella xenofoba, autoritaria o neofascista che dir si voglia.

Con buona pace delle sedicenti sinistre riformiste, autocondannatesi a una sostanziale irrilevanza politica.
(continua)

Giuseppe D'Elia


«Every nation, in every region, now has a decision to make. 
Either you are with us, or you are with the terrorists». 
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(6) http://it.wikipedia.org/wiki/Dottrina_Bush

(7) http://www.internazionale.it/opinioni/slavoj-zizek/2011/08/19/le-radici-dell%E2%80%99odio-e-della-convivenza/

(8) http://en.wikipedia.org/wiki/Guantanamo_Bay_detention_camp

(9) http://www.repubblica.it/2004/d/sezioni/esteri/iraq21/raptag/raptag.html

(10) http://www.guardian.co.uk/media/video/2008/apr/22/amnesty.ad.waterboarding

(11) http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=157175

(12) http://www.youtube.com/watch?v=lE-J7iABcEQ

(13) http://archivio.denaro.it/VisArticolo.aspx/VisArticolo.aspx?IdArt=562302&KeyW=

martedì 13 settembre 2011

Prodromi e sviluppi politici dell'undici settembre: da Berlino a Breivik, un viaggio nella crisi epocale delle sinistre/1


Nel decennale dell’evento simbolico del crollo delle Torri Gemelle di New York – colpite da due aerei di linea, dirottati e trasformati in arma kamikaze da alcuni fondamentalisti islamici, mentre un terzo aereo si andava a schiantare sul Pentagono e un quarto mancava l’obiettivo, precipitando in un campo, in seguito alla ribellione dei dirottati – sul piano del racconto, non c’è molto altro da aggiungere a quanto si è già, celebrativamente, letto, visto e ascoltato negli ultimi giorni.

Per dovere di cronaca, in verità, andrebbe registrato anche il dato di fatto che al racconto veicolato dai media mainstream, da diversi anni, fa da contraltare una narrazione differente (e assai più problematica) della vicenda degli attacchi aerei dei dirottatori kamikaze. Una narrazione alternativa nata e sviluppatasi principalmente in Rete e, sovente, etichettata e liquidata – forse un po’ troppo sbrigativamente – come cospirazionista, nella sua interezza. Sul punto, parafrasando Roberto Quaglia, autore de “Il Mito dell’11 Settembre e l’Opzione dottor Stranamore”, ancora una volta, va posta solo la domanda diabolica: «Internet ha davvero smascherato la madre di tutti i complotti, oppure ha generato il padre di tutti i miti?» (1), senza pretendere, in alcun modo, di dare una risposta definitiva, che – in un senso o nell’altro – saprebbe tanto di Atto di Fede.

Del resto, anche stando ai fatti come sono noti ai più, è del tutto legittimo avanzare qualche dubbio sulla correttezza dell’operato dell’amministrazione USA, sotto la presidenza di Bush jr, semplicemente per il fatto che essa ha, indiscutibilmente, scelto di usare la tragedia di dieci anni fa a fini politici, incidendo peraltro (e non poco) sui destini di mezzo mondo.
Ed è proprio questo, l’aspetto che, oggi, andrebbe maggiormente approfondito: gli effetti politici e sociali dell’evento undici settembre, in quella sorta di comunità sovranazionale che si è sentita, improvvisamente, proiettata in tempo di guerra, senza che, in realtà, vi fosse stata un’azione di guerra in senso proprio.

Non è politica, insomma, la scelta di considerare “atto di guerra” un quadruplice attentato terroristico, per quanto senz’altro di enorme portata? Non dovrebbe essere lampante, anche solo analizzando semanticamente l’espressione “War on Terror”, la valenza tutta politica delle scelte operate dieci anni fa? Che senso ha dichiarare letteralmente guerra al “terrore” (o al “terrorismo”)? Come si è giunti a credere che fosse la cosa più naturale di questo mondo reagire occupando militarmente l’Afghanistan, soltanto perché si riteneva che lì si trovassero i vertici dell’organizzazione terroristica che ha rivendicato gli attentati? Come si può giustamente denunciare l’orrore delle circa tremila vittime innocenti dell’undici settembre e, contestualmente, assecondare la scelta politica di una risposta militare che avrebbe prodotto (e ha prodotto) una crescita esponenziale delle morti e delle devastazioni?

Interrogativi di semplice buon senso, che si potevano porre già dieci anni fa.

Domande che, nella sostanza, ogni persona ragionevole dovrebbe porsi oggi, visto che, facendosi beffe dei contingenti militari NATO ancora operativi in Afghanistan, a quanto pare, Osama Bin Laden, il capo supremo della famigerata Al-Qaida, in realtà, si nascondeva in Pakistan, là dove – senza che vi fosse bisogno di una guerra decennale – sarebbe stato recentemente ammazzato (pare, nel tentativo di catturarlo), anche se nessun operatore dell’informazione ha mai visto il corpo, sepolto in mare, non si è ben capito per quale ragione (2).

l tutto mentre Bush figlio, sempre nell’ambito della sua epica “War on Terror”, nel 2003, decideva di portare a termine il lavoro lasciato a metà dal padre una dozzina d’anni prima, occupando militarmente l’Iraq, fino alla deposizione e all’esecuzione per impiccagione del suo autocrate Saddam Hussein (3). Va sottolineato che costui venne formalmente accusato di possedere (e di nascondere alla comunità internazionale) delle ormai leggendarie “armi di distruzione di massa”, sulla base di un’informativa dei servizi in seguito riconosciuta come fasulla (4). Qui, dunque, formalmente, un casus belli di una qualche consistenza c’era. Non era vero, ma almeno c’era.

Ora, è lecito presumere che in tutto questo, un ruolo fondamentale lo abbia svolto la vera e propria (almeno in Italia) militarizzazione dei grandi media, che, soprattutto nell’immediato, hanno sposato in maniera a dir poco acritica la linea bellicista. Ma poiché il caso italiano – ossia la sostanziale coincidenza della leadership della destra maggioritaria e bellicosa con la proprietà delle tre principali reti televisive e, dal 2002 (5), col controllo politico delle altre tre, quelle (formalmente) pubbliche – resta unico nel panorama internazionale, c’è qualcosa che va al di là del bombardamento mediatico, nella vasta diffusione di questo modello di pensiero tendenzialmente fascistoide. Ci sono cioè delle precondizioni politiche che, verosimilmente, devono essere in grado di spiegare questa sorta di acquiescenza generalizzata a scelte illiberali e pretestuosamente guerrafondaie, accolte con entusiasmo dalle destre di mezzo mondo e, per lo più, assecondate dalle sinistre di palazzo, con la sola notevole eccezione di un eterogeneo fronte pacifista popolare, rimasto però di fatto senza una autentica e significativa rappresentanza nei centri decisionali del potere.

Nella consapevolezza di quanto sia arduo provare a svolgere un discorso di tale complessità e vastità, nell’economia di poche righe, di seguito, si cercherà pertanto di abbozzare una sommaria ricostruzione, individuando in particolare alcuni riferimenti simbolici, che possano essere d’aiuto nel tentativo di provare a capire meglio quello che è successo politicamente alla cosiddetta civiltà occidentale a cavallo tra il secondo e il terzo millennio dell’era cristiana.

Anticipando in parte le conclusioni, si tratta di comprendere e di verificare – assumendo chiaramente come osservatorio privilegiato la situazione italiana (ed europea), cercando però di non desumerne generalizzazioni arbitrarie – fino a che punto su tutto ciò abbia (o non abbia) potuto influire la crisi epocale delle sinistre post 1989. Di quelle sinistre che hanno malaccortamente interpretato il crollo del muro di Berlino, prima, e del blocco sovietico, subito dopo, come la sconfitta di un’Idea, lasciando così un intero campo libero al prevalere incontrastato dell’individuo sulla comunità, del nazionalismo sull’internazionalismo, del capitale sul lavoro, delle oligarchie sulla democrazia e della conservazione sul progresso.

(continua)

Giuseppe D'Elia


«Every nation, in every region, now has a decision to make. 
Either you are with us, or you are with the terrorists». 
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(1) http://archivio.denaro.it/VisArticolo.aspx/VisArticolo.aspx?IdArt=574458

(2) http://www.newyorker.com/online/blogs/newsdesk/2011/05/killing-osama-was-it-legal.html

+ http://bit.ly/riwQRt

(3) http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2006/12_Dicembre/29/saddam_esecuzione.shtml

(4) http://www.tmnews.it/web/sezioni/news/PN_20110217_00218.shtml

(5) http://www.repubblica.it/online/politica/polemicherai/assalto/assalto.html

giovedì 16 settembre 2010

Fischi e contestazioni politiche: il dibattito in Rete


Sarà la persistenza della crisi economica, sarà l'ipotesi di un possibile ricorso a elezioni anticipate, fatto sta che le ultime settimane hanno registrato frequenti episodi di contestazione politica, di cui la Rete si è occupata con discreto interesse. C'è da dire innanzitutto che i protagonisti non hanno molto in comune: Dell'Utri, Schifani e Bonanni, infatti, sono tre figure non marginali del panorama politico italiano, ma con storie piuttosto diverse. Al vecchio amico del premier i contestatori non perdonano la condanna (salvo Cassazione) per concorso esterno in associazione mafiosa e, contestualmente, l'operazione di rivalutazione postuma del fascismo che costui ha messo in atto, pubblicando dei diari del duce, valutati da più esperti come un falso storico. Per il sindacalista Bonanni l'accusa è chiaramente quella di non fare gli interessi dei lavoratori. Ma per il presidente del Senato già diventa più sfumata – vecchi rapporti professionali coi mafiosi? – la ragione di un dissenso così veemente. Al punto che non è escluso che quei fischi vadano anche al PD dialogante, in un momento in cui molti suoi elettori si aspetterebbero invece una netta spallata al governo traballante.
Sia come sia, il dibattito nel web si è incentrato in particolare su forme e limiti di queste manifestazioni di dissenso. In sostanza, ci si è interrogati su come far convivere libertà di parola ed esercizio del dissenso. Nell'impossibilità di riportare tutte le opinioni, una sintesi non dogmatica ci sembra quella di Gaetano Alessi del blog "Ad Est on line" che soprattutto si chiede quali siano "i limiti di sopportazione di un popolo nei confronti dell'arroganza del potere" e dove tracciare "la linea di demarcazione tra giusto esercizio di dialettica e sopraffazione". Anche perché di fronte a un corto circuito politico-informativo che (...) 

Giuseppe D'Elia

giovedì 9 settembre 2010

Visita di Gheddafi, la denuncia di Torsello


Fatica a spegnersi l'eco indignata che in Rete si è registrata in occasione della recente visita italiana del caro "amico" Gheddafi. Tra le migliaia di pagine web postate sull'argomento, molto scalpore e ampia condivisione hanno suscitato le parole di Emilio Fabio Torsello, uscite su dirittodicritica.com.
In una "lettera aperta ai colleghi giornalisti", Torsello denuncia, senza giri di parole, la scelta dei principali organi di informazione nazionale di dare quasi un taglio da show alla descrizione dell'evento. Solo che non c'è nulla di spettacolare in questa vicenda. Perché "Gheddafi è un dittatore. Non un comico. Non un attore. Non un saltimbanco. " un dittatore". Dato che "nel nostro mestiere la scelta delle parole è fondamentale" - le parole "come un tarlo scavano la mente delle persone e la percezione che queste hanno della realtà" - è mai possibile, si chiede Torsello, ridurre Gheddafi a una sorta di personaggio da operetta? E tutto questo "dopo Lockerbie, dopo i silenzi su Ustica, dopo i missili contro Lampedusa, dopo il vergognoso trattato di 'amicizia' con l'Italia e la sistematica violazione dei diritti umani ai danni dei migranti in Libia".
Su quest'ultimo aspetto, poi, nei blog e nei social network, l'esosa pretesa avanzata dal despota libico di farsi pagare "almeno 5 miliardi di euro l'anno", per controllare le migrazioni di massa dall'Africa all'Europa, è stata stigmatizzata sottolineando il modo in cui la Libia attua questo cosiddetto controllo. E in diversi hanno, infatti, rilanciato il filmato choc "Morire nel deserto" curato da Fabrizio Gatti per L'Espresso, perché nulla è più efficace di quelle immagini di morte per far comprendere il dramma esistenziale dei popoli migranti. In proposito, infine, è dall'agenzia di stampa della Cei che arriva il monito più netto, laddove (...) 

Giuseppe D'Elia

giovedì 29 luglio 2010

Obbligo di rettifica, blogger a rischio


Sembrerà una nemesi paradossale, ma dopo che la rete si è mobilitata in massa per impedire che la cosiddetta legge bavaglio condizionasse la libertà di stampa, ora che le norme più controverse del famigerato ddl sulle intercettazioni vengono finalmente corrette, gli unici a restare imbavagliati sono proprio i blogger; quasi presi in giro dalla persistente riproposizione di quell'irragionevole estensione dell'obbligo di rettifica, previsto dalla legge per la stampa del 1948, a tutti i siti informatici, indiscriminatamente.
In proposito, esattamente un anno fa, questa rubrica già segnalava le prime iniziative di protesta della rete. Iniziative che, tra l'altro, hanno poi trovato in Parlamento un'interlocuzione bipartisan. Il prontamente ribattezzato "comma ammazza-blog" (il comma 29) è stato dunque fatto oggetto di due diverse proposte di modifica, targate Pd e Pdl, a firma, rispettivamente, dei deputati Roberto Zaccaria e Roberto Cassinelli. Quest'ultimo, addirittura, nella stesura del suo emendamento si è avvalso della collaborazione del web, grazie a un innovativo progetto di scrittura collettiva.
Tuttavia lo scorso 21 luglio, in Commissione giustizia alla Camera, Giulia Bongiorno, nella sua veste di Presidente, ha reputato inammissibili entrambi gli emendamenti, scatenando l'ira della rete che si è sentita beffata dalla carenza di motivazioni, oltre che dal paradosso, registrato da Guido Scorza, secondo cui l'emendamento Zaccaria è stato prima dichiarato inammissibile e poi, ciò nonostante, ugualmente messo ai voti e bocciato.
Leggerezze? Approssimazioni? Mala fede? Sia come sia, il web non si è arreso e ha lanciato subito una nuova campagna, che su Facebook ha raccolto immediatamente diverse migliaia di adesioni. Contestualmente Fabio Chiusi del blog "Il Nichilista" ha dato una risposta articolata all'onorevole Bongiorno, che (...) 

Giuseppe D'Elia

giovedì 15 luglio 2010

Cassazione e maltrattamenti in famiglia: quando anche la Rete alimenta l'equivoco


Fino a che punto il desiderio di sanzionare certe condotte particolarmente riprovevoli può offuscare una serena capacità di giudizio, quando si tratta di questioni giuridiche? Un chiaro esempio di questo errore di valutazione ci è stato offerto, nei giorni scorsi, dall'unilateralità monolitica con cui si è descritta la vicenda del reato di maltrattamento in famiglia che, in base ad una recente pronuncia della Cassazione, non sussisterebbe più, se si dimostra che la persona maltrattata possiede un "carattere forte". In sostanza, informazione ufficiale e web all'unisono hanno creato la seguente massima giurisprudenziale: "quando la donna ha un carattere forte non costituiscono reato i maltrattamenti commessi a suo danno dal marito".
Peccato che – come opportunamente osserva l'avv. Carmela Puzzo in una "Nota a sentenza" pubblicata su "Diritto & Diritti" – "è evidente il travisamento da parte dei media del ragionamento e delle affermazioni effettuate dalla Suprema Corte, che con la decisione in esame non ha fatto altro che ribadire un orientamento pacifico della giurisprudenza".
Dunque, la Cassazione ha riaffermato che "per la sussistenza del reato di maltrattamenti in famiglia, che è reato a condotta plurima, non sono sufficienti singoli e sporadici episodi occasionali, in quanto i più atti che integrano l'elemento materiale del reato debbono essere collegati tra loro da un nesso di abitualità e devono essere avvinti, nel loro svolgimento, da un'unica intenzione criminosa, quella appunto di avvilire ed opprimere la personalità della vittima".
Rispetto a tali profili (abitualità ed intenzionalità della condotta): "il fatto non sussiste" per "evidenti carenze probatorie". E bastava leggere la sentenza, disponibile fin da subito in Rete, con la dovuta attenzione per (...) 

Giuseppe D'Elia

giovedì 8 luglio 2010

Salpa dalla Rete la nave dei diritti


Creare "ponti, non muri". Tre semplici parole che permettono di cogliere a pieno lo spirito del sito "lo sbarco" ed il senso di questo "diario di bordo di un'impresa possibile". Quale impresa? Quella della "nave dei diritti", iniziativa promossa da nostri connazionali "che vivono a Barcellona" e che si dicono "seriamente preoccupati" per "ciò che avviene in Italia". Il manifesto di questo "movimento di cittadini/e", in Rete già da diversi mesi, racconta di come, vista dall'estero, l'Italia appaia sempre più come un Paese in cui "il razzismo cresce, così come l'arroganza, la prepotenza, la repressione, il malaffare, il maschilismo, la diffusa cultura mafiosa, la mancanza di risposte per il mondo del lavoro, sempre più subalterno e sempre più precario".
In Spagna, in particolare, desta sconforto la lettura dei "molti articoli" in cui "si è parlato dei campi Rom bruciati, dei provvedimenti di chiusura agli immigrati, delle aggressioni, dell'aumento dei gruppi neofascisti, delle ronde, dell'esercito nelle strade, della chiusura degli spazi di libertà e di democrazia, delle leggi ad personam". Tuttavia, i promotori, "convinti che ci siano migliaia di esperienze di resistenza, di salvaguardia del territorio, di difesa dei diritti, della salute, di servizi pubblici di qualità", hanno deciso di dar vita ad un percorso di sostegno dei valori positivi dell'Italia che non fa notizia.
Da qui, l'idea di celebrare i 150 anni dallo sbarco dei Mille, salpando in nave da Barcellona per portare "un grido di aiuto e solidarietà" agli Italiani che resistono a questo "imbarbarimento pericoloso". Una nave per solcare il Mediterraneo e ricordare, tra l'altro, che (...) 

Giuseppe D'Elia

giovedì 3 giugno 2010

Social network, Tyarannybook chiude per eccesso di visite


Più di due milioni di visitatori in pochi giorni. Un successo talmente inaspettato, quello di Tyarannybook, che gli attivisti della sezione portoghese di Amnesty International si sono dovuti infine arrendere, optando per una temporanea chiusura. Perché? La risposta la si può leggere direttamente su quel che resta del social network anti-tirannia: "con la grande popolarità è arrivata una domanda travolgente di investimenti e risorse tecniche e di personale".
Una domanda che, evidentemente, non può essere soddisfatta da una struttura non-profit e che, quindi, "per ora", rende di fatto impossibile "mantenere l'esperienza di Tyrannybook così come era stata originariamente concepita".
Comprendere al meglio il funzionamento di Tyrannybook, ora che non è più attivo, rimane operazione comunque fattibile, grazie al filmato di lancio della campagna, tuttora rinvenibile on line. L'idea, in effetti, era tanto semplice quanto efficace: dar vita ad un social network di osservatori dei più noti tiranni del pianeta, che – salvo qualche lieve ritocco grafico – ricalcasse la struttura base di Facebook.
In pratica (...) 

Giuseppe D'Elia

giovedì 27 maggio 2010

Intercettazioni: il paradosso della privacy del mafioso


Che sia proprio il sottosegretario per l'Attuazione del Programma di Governo, Daniela Santanché, a svelare in TV le contraddizioni della legge sulle intercettazioni telefoniche, con le sue dichiarazioni a Mattino 5 sulla necessità di proteggere la privacy dei mafiosi, è uno di quei curiosi scherzi del fato che il web permette di valutare meglio, ascoltando le parole della diretta interessata, prontamente caricate su You Tube da più di un utente. Video-denunce fatte con indignazione e con la speranza – forse non vana, alla luce delle pressanti mobilitazioni della società civile di questi giorni – di poter bloccare in qualche modo un provvedimento che rischia di ostacolare sia la libertà di informazione, che il lavoro di investigatori e inquirenti.
Al filmato si può accedere agevolmente con la chiave di ricerca "difendiamo la privacy dei mafiosi", sintesi estrema di un discorso, in realtà, un po' più articolato, ma ugualmente illogico. La Santanché, difatti, sostiene che la finalità programmatica della legge è quella di limitare lo spreco di risorse economiche causato da un eccessivo ricorso allo strumento d'indagine dell'intercettazione telefonica. Per fare un esempio, poi, spiega che se "si sta indagando su un mafioso (...), intercettarlo mentre parla con la fidanzata degli atti sessuali che compie, o quando parla con la madre (...), non ha senso: è un abuso". Peccato che non consideri che un criminale potrebbe tradirsi anche (soprattutto?) in una conversazione telefonica informale. Peccato che la stessa Santanché, alla fine, si tradisce, criticando il "processo mediatico" che precede "il giusto processo" nei tribunali; se c'è il processo, infatti, c'è anche la notitia criminis: con il che siamo già chiaramente fuori dallo scenario da lei ipotizzato. Non è un caso, insomma, se persino un giurista del calibro di Rodotà ha dichiarato di recente che (...) 

Giuseppe D'Elia

giovedì 13 maggio 2010

RSF Italia bacchetta il premier: la libertà di stampa non è mai troppa


Tra le tante reazioni registrate in Rete in relazione a quella infelice battuta del capo del governo sulla "fin troppa libertà di stampa" che vi sarebbe in Italia – "un fatto che non è discutibile", a suo dire –, le risposte più significative sono targate RSF. Parole del presidente della sezione italiana di Reporters sans Frontières, Mimmo Càndito, per l'esattezza, rilanciate, poi, da diversi blog. Lo storico inviato de La Stampa, attraverso il sito di RSF, si è infatti espresso con estrema chiarezza sul punto: "quanto dichiara il presidente del Consiglio (...) suona amaramente come una di quelle minacciose dichiarazioni che erano pratica di governo di certi poteri che venivano definiti latinoamericani".
Del resto, anche se non identiche nei numeri dei posizionamenti nelle classifiche mondiali, le analisi di Rsf non si discostano nella sostanza da quelle di Freedom House che avevano innescato la reazione polemica del premier. Se, difatti, per Fh l'Italia è tra i paesi "parzialmente liberi" (tra i 25 paesi dell'area "Europa Occidentale", solo la Turchia si trova nelle nostre stesse condizioni), per Rsf, "nella classifica mondiale sulla libertà di manifestazione del pensiero", la nostra repubblica risulta, addirittura, "ultima tra i paesi di democrazia avanzata".
Càndito, peraltro, motiva in maniera circostanziata questi risultati negativi: "giornalisti epurati se dissenzienti, giornalisti premiati se servili, attacchi agli spazi di investigazione, normative penalizzanti del lavoro di cronaca politica, minacce continue contro le voci che denunciano un clima di pesante riduzione al conformismo, mistificazione spudorata della realtà, utilizzo spregiudicato del conflitto di interessi". Insomma, il rischio è (...) 

Giuseppe D'Elia

giovedì 22 aprile 2010

Il premio Pulitzer a un giornale online del settore no profit


L'importanza di un prestigioso riconoscimento come il premio Pulitzer, conferito quest'anno al sito americano ProPublica.org, nella categoria "Investigative Reporting", è in realtà duplice. Non solo si tratta, infatti, della prima volta che il premio va ad un soggetto "non-profit", nato apposta per il web. Ma, soprattutto, è l'ambito di riferimento a testimoniare inequivocabilmente quanto oggi internet sia determinante anche in settori essenziali del sistema informativo. Mai come stavolta, insomma, suonano come un chiaro riconoscimento le parole del formulario di rito con cui, appunto, "per un ragguardevole esempio di giornalismo investigativo", viene assegnato il premio alla cronista di ProPublica, Sheri Fink, per il suo reportage "The Deadly Choices at Memorial". Un dettagliato lavoro, pubblicato anche dal New York Times Magazine, sulle delicatissime scelte, circa la vita o la morte dei pazienti, che una parte del personale medico ha compiuto al Memorial Medical Center di New Orleans, durante l'emergenza causata dall'uragano Katrina, a fine agosto 2005.
In assenza di un rigoroso rispetto di protocolli e procedure decisionali, chi somministra dosi letali di farmaci sedanti ad un malato reputato senza speranze rischia, difatti, conseguenze penali anche laddove tale forma di eutanasia fosse permessa dalla legge. E come decidere poi l'ordine di priorità nei soccorsi, in situazioni critiche come quelle emergenziali, quando si sa, cioè, che non si riuscirà a salvare tutti? Quanto sia difficile definire al meglio procedure di questo tipo e muoversi senza errori su crinali così delicati (...) 

Giuseppe D'Elia

giovedì 15 aprile 2010

Videoreporter di guerra, in rete immagini atroci dal fronte iracheno


Lo scoop di Wikileaks.org sui cosiddetti "danni collaterali" delle guerre umanitarie svela l'ipocrisia dell'ossimoro bellicista già nel titolo del filmato, ormai, diffuso da tutti i media: "assassinio collaterale". Non a caso, dunque, il video si apre con una citazione di Orwell sulla potenza mistificatoria del "linguaggio politico", capace di far sembrare "l'omicidio rispettabile" e, persino, di "dar l'aspetto di solidità al puro vento". Ed infatti tutta la retorica bellica, letteralmente, si svuota di fronte alla forza di queste immagini 'riservate', girate dagli stessi militari.
Periferia irachena, 12 luglio 2007. Pattugliamento stradale via elicottero. Ad un certo punto, il mirino inquadra una decina di persone e la squadra chiede (ed ottiene) subito l'autorizzazione ad attaccare. Perché? Semplicemente, perché gli strumenti di lavoro di un fotoreporter della Reuters sono stati confusi con delle armi. Ma, al di là dell'errore fatale, ciò che conta è che il filmato reso pubblico ci mostra l'equivalente di un'esecuzione sommaria. Un tiro a bersaglio da videogame che, però, lascia nella polvere vittime in carne, ossa e sangue. Ed ancora più agghiacciante è la parte conclusiva del video. Laddove, di lì a poco, la stessa scena si ripeterà, addirittura, nei confronti di un furgone sul quale due persone cercavano solo di caricare una delle vittime per soccorrerla. Possiamo aprire il fuoco? Ok, aprite il fuoco. In quel furgone (...) 

Giuseppe D'Elia

giovedì 1 aprile 2010

Un video della Bbc celebra la rete: mezzo rivoluzionario


Condensare un messaggio significativo in un video di sessanta secondi non è facile. Ma bisogna ammettere che i creativi di Bbc World News hanno davvero superato se stessi, nel promo usato per il lancio della Super Power Season del mese scorso. Per invogliare il pubblico a seguire due settimane di programmi web e radiotelevisivi, dedicati allo "straordinario impatto della Rete sulle nostre vite", infatti, hanno scelto un tipo di narrazione che, non a caso, ha entusiasmato diversi blogger.
Il filmato si apre con l'immagine di una donna vagamente eterea che saluta i "Cittadini della Terra", spiegando innanzitutto che la sua gente utilizza tecnologie che "permettono di liberarsi della forma fisica", nonché di percorrere anche "grandi distanze in un batter d'occhio". Questa figura femminile, luminosa, quasi spirituale, affiancando, poi, Barack Obama, racconta del loro costante dialogo coi principali leader del pianeta, per "aiutare la razza umana a sopravvivere alla sua infanzia".
Nelle due scene successive, si rafforza l'impressione di avere a che fare con una sorta di presenza extracorporea non umana:
(...) 

Giuseppe D'Elia

giovedì 18 marzo 2010

L'ARROGANZA DI UN POTERE SENZA LIMITI



L'arroganza del Potere. Passerà alla storia con questa didascalia l'immagine di un ministro in carica che, letteralmente, cerca di buttar fuori un cronista, reo di aver posto una domanda scomoda al capo del governo. Non a caso, insomma, quest'istantanea ha fatto immediatamente il giro del web, per essere poi ripresa anche dalla stampa di mezzo mondo. E se lo sguardo dell'osservatore si sposta dal dettaglio al quadro d'insieme, le cose non migliorano affatto. Perché quella scena avviene davvero in un contesto surreale. Perché per l'ennesima volta, in sedici anni di cronache politiche, il primo ministro italiano proclama l'infallibilità della sua parte, vittima di fantomatici complotti della fazione avversa, messi in atto, al solito, con la complicità di alcuni giudici.

Il tutto nel corso di una conferenza stampa farsesca, in cui, mentre si continuava a raccontare la storiella della competizione elettorale regionale falsata dall'assenza della lista del principale partito, si ammetteva candidamente che il sostegno del medesimo partito, a questo punto, sarebbe stato indirizzato direttamente verso il listino del candidato presidente. Con il che, da un lato, si rivelava l'inconsistenza dell'argomento urlato per giorni della competizione con un solo candidato presidente in campo (quello della fazione che complotta coi giudici per sovvertire la volontà popolare, ovviamente); dall'altro si svelava come l'unico vero problema fosse che su certe poltrone non si sarebbero potuti accomodare i prescelti del preteso principale partito. Quello stesso partito che – sia ben chiaro – se è, o non è, principale lo decidono di volta in volta gli elettori, valutandone i comportamenti. E tra i comportamenti non rientra anche la capacità di consegnare una lista per tempo e non all'ultimo minuto? Per non parlare dell'incapacità di ammettere i propri errori e della forzatura di un decreto mal scritto, fatto firmare in fretta e furia al Presidente della Repubblica, pur di provare a rientrare in gioco. 

Giuseppe D'Elia

giovedì 25 febbraio 2010

Corruzione: Italia bocciata da Transparency International


Tangentopoli bis o solo qualche isolata birbanteria? In poche parole è principalmente attorno a questo interrogativo che si è sviluppato il dibattito in Rete in questi ultimi giorni. Un dibattito in cui sembra prevalere l'idea di una corruzione a dir poco dilagante; anche se c'è pure qualcuno che minimizza, rispolverando la tesi del complotto giudiziario dei giudici politicizzati che tendono ora a condizionare, ora a sovvertire gli esiti elettorali.  
Ad indebolire le ragioni dei teorici dei "casi isolati" e delle "inchieste ad orologeria" vi è, però, un'analisi di un organismo internazionale indipendente, disponibile on line già dallo scorso novembre. Transparency International è un'organizzazione che, dagli inizi degli anni Novanta, fa della "lotta contro la corruzione" la sua stessa ragione di vita, cercando di realizzare una "coalizione globale" che punta a porre fine al "devastante impatto della corruzione" nelle nostre società. Ebbene, questa associazione elabora ogni anno un "Indice di percezione della corruzione" (Corruption Perceptions Index) che, usando una scala da zero a dieci, approssimata al primo decimale, consente di stilare una classifica dei paesi più o meno virtuosi.
Purtroppo, i dati rilevati nel 2009 danno conferma di una accentuata tendenza del nostro paese a quella 'opacità' che facilita le pratiche corruttive. E ciò, soprattutto, in raffronto ai nostri partner europei. Con un coefficiente di 4,3, infatti (...) 

Giuseppe D'Elia

giovedì 4 febbraio 2010

Dai blog alla strada: i "corsari" della rete in piazza per la libertà



Grazie ai Corsari della Rete (corsaridellarete.ning.com), stavolta, il classico tam tam del web sta prendendo una vera e propria forma fisica. Per ora soltanto attraverso un filmato promozionale, già piuttosto diffuso nel circuito dei blogger italiani e nei social network. Presto, però, con un fare concreto che si preannuncia come la prima di una serie di 'azioni audaci e mediatiche per difendere la libertà della internet italiana'. Più esattamente, il 20 febbraio: "a piedi nudi, incatenati alle caviglie, a ritmo di tamburi, davanti all'ambasciata Usa, 60 audaci utenti della Rete danzeranno contro il Decreto Romani n. 169". Il video lo si può tranquillamente visualizzare visitando il blog di Enzo Di Frenna (enzodifrennablog.it/dblog) promotore, assieme a Claudio Messora di byoblu.com, dell'iniziativa "Mr President, help Internet in Italy!". Laddove il presidente di cui si invoca simbolicamente l'aiuto è Barack Obama, innanzi tutto, perché (...) 

Giuseppe D'Elia

giovedì 28 gennaio 2010

Riemergono in rete le notizie sulle scorie perse nei mari del Sud

Diciamolo senza tanti giri di parole: è soprattutto grazie al web che oggi la questione delle navi dei veleni non è stata definitivamente messa a tacere. Questione rilevantissima ed attualissima, del resto. Soprattutto alla luce di una politica che non solo considera irrilevante il no alle centrali nucleari espresso dai cittadini verso la fine degli anni Ottanta, ma che nicchia ogni qual volta si pone il quesito fondamentale circa la sorte delle scorie radioattive.
Che fine faranno i rifiuti radioattivi delle centrali, in un Paese che, già in un recente passato, ha avuto non poche difficoltà ad individuare siti appropriati persino per lo stoccaggio del materiale di risulta del nucleare medico-diagnostico? La risposta inquietante ce la fornisce un filmato, girato poco più di un mesa fa a Palermo, che circola in rete già da un po' (chiave per la ricerca: "Gianni Lannes l'alba di una nuova resistenza"). Lannes - nel corso di un convegno, il cui audio integrale è tuttora reperibile sul sito di Radio Radicale - in pochi minuti, tratteggia un quadro che definire a tinte fosche sarebbe mero eufemismo. In sostanza, le indagini del coraggioso freelance sarebbero in grado di provare che il traffico di rifiuti tossici da imbarcare su navi destinate ad essere affondate nel Mediterraneo sussiste ancora oggi. Lannes racconta appunto (...) 

Giuseppe D'Elia

giovedì 24 dicembre 2009

L'attacco al Premier diventa un caso su siti e blog italiani

Questa settimana non analizzeremo l'ennesima proposta di legge che ha come obiettivo dichiarato una restrizione degli spazi di libera discussione nel web. Come ben sanno i lettori affezionati di questa rubrica, in effetti, la notizia, nell'Italia di questi ultimi anni, non è certo una novità. Con tutte le cautele possibili e senza aderire a tesi preconcette, ci sembra invece molto più interessante registrare come, in relazione alla recente causa scatenante delle ventilate restrizioni, in diverse migliaia di navigatori italiani si stia insinuando un dubbio sconvolgente. Ci riferiamo ad una serie impressionante di filmati e pagine web che pretendono di dimostrare come l'aggressione al premier possa essere, in realtà, il frutto avvelenato di una clamorosa messinscena (v. Berlusconi montatura).
Solita tesi cospirazionista?
Ma può bastare, poi, questa etichetta a lasciar cadere tutto sotto silenzio? O non sarebbe invece meglio (...) 

Giuseppe D'Elia

giovedì 17 dicembre 2009

Il movimento viola e la necessità di nuova informazione

La prima notizia è che il "popolo viola", dopo aver riempito piazza San Giovanni, ha deciso di andare oltre il No B. Day. La seconda notizia, forse ancor più interessante, è che l'obiettivo dichiarato non è la nascita di un nuovo partito. Dunque cosa vogliono le centinaia di migliaia di persone che, grazie al web, stanno finalmente smuovendo le ristagnanti acque della scena politica italiana? Premettiamo subito che (...) 

Giuseppe D'Elia