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mercoledì 12 dicembre 2012

C’ERA UNA VOLTA IL CRESCI ITALIA [2 di 4]

(segue) Alla luce di quanto abbiamo potuto osservare fin qui, non sembra poi così peregrina, l’idea che il trattamento riservato alla Grecia rappresentasse per qualcuno un ottimo metodo per indurre agevolmente tutti i PIGS ― Portogallo, Italia, Grecia e Spagna; cui si aggiunge anche l’Irlanda nella versione con la doppia “i” dello sgradevole acronimo suino (13) ― ad accettare senza troppe resistenze i diktat del pensiero dominante.

D’altra parte, ormai, vi è un diffuso consenso sull’insensatezza del metodo adoperato, se lo scopo finale è quello di preservare in ogni caso l’unione monetaria, quale garanzia primaria della tenuta e della solidità della moneta stessa e di tutta l’area euro.

Alessandro Leipold, per Il Sole 24 Ore, pur muovendosi sempre fuori dall’ottica dell’assunzione comunitaria del debito greco, traccia un quadro di una chiarezza lampante, sul punto:
«Non si può continuare sulla strada che ha condotto ad una recessione senza precedenti e ad un’allarmante inasprimento del clima sociale, che porterebbe prima o poi proprio alla fuoriuscita che si vuole evitare. Vi è ormai un coro crescente che denuncia i limiti all’aggiustamento in una situazione recessiva. Tra le voci più recenti, vi sono la ricerca (seppur criticata) del FMI sui moltiplicatori fiscali, gli studi della Banca di Francia e del National Institute of Economic and Social Research pubblicati questa settimana, e l’intervento del Premio Nobel per l’economia, Christopher Pissarides, alla British Academy a fine ottobre. Alla luce di tanti autorevoli interventi e dell’esperienza stessa, vanno riconosciute almeno tre esigenze imprescindibili: l’aggiustamento greco va spalmato su un periodo più lungo (si cominci almeno con due anni in più); l’onere del debito va alleviato non solo, come pare acquisito, con interessi più bassi e scadenze più lunghe, ma anche con una ristrutturazione vera e propria del debito verso i creditori ufficiali; e il financing gap che rimane va colmato con un mix ragionevole di aggiustamento e finanziamento. A questo riguardo, la condizionalità andrebbe circoscritta a quanto è veramente critico da un punto di vista macroeconomico: non può essere (come lo è stata) un albero dei desideri al quale viene appesa ogni misura auspicabile, oltrepassando di gran lunga la capacità attuativa di un Paese dalle istituzioni deboli» (14).
E sostanzialmente l’accordo di due settimane fa, tra Eurogruppo e FMI, per lo sblocco di una nuova tranche di aiuti alla Grecia, si è mosso appunto su queste linee, diciamo così, più accomodanti: «riacquisto da parte della Grecia di una quota dei bond in circolazione, riduzione significativa dei tassi di interesse sui prestiti bilaterali e delle commissioni sui prestiti EFSF; allungamento di 15 anni della durata dei rimborsi e rinvio di 10 anni dei pagamenti degli oneri» (16).

Si poteva dunque agire diversamente. Ma, forse, se fin dall’inizio si fosse cercato di risolvere la crisi greca senza esasperarla, personaggi chiave di questa fase storica come il tuttora in carica ― ancorché dimissionario (17) ― prestigiosissimo Presidente del Consiglio dei ministri italiano, Mario Monti, avrebbero dovuto fare uno sforzo maggiore sul piano comunicativo per spiegare le proprie scelte di politica economica. Vuoi mettere la comodità e l’efficacia mediatica di un: meglio pagare più tasse che“finire come la Grecia” (18)?

Qui viene in rilievo il ruolo decisivo di un’informazione mainstream che, purtroppo, continua a essere tutt’altro che indipendente. Infatti, come già segnalavamo, in sede di analisi dei primi cento giorni di operato del nostro governo tecnico (19), su un problema serio è reale, qual era l’eccessivo aumento degli interessi da pagare sui titoli del debito pubblico nazionale, si è innestata una costruzione mediatica di natura emergenziale, secondo la quale il Paese era ormai “sull’orlo del baratro” (20): anche il lettore più distratto che, però, un minimo segue le vicende politiche, facendo mente locale, ricorderà bene quante volte, nel corso dell’ultimo anno, i principali media nazionali hanno dato ampio risalto a questa immagine. Come se l’Italia non avesse un PIL che è quasi sei volte quello della Grecia e non fosse la terza economia dell’area euro e una delle economie più floride del pianeta (21). Come se nel nostro Paese non ci fosse un impressionante problema di ineguale distribuzione di una ricchezza che è comunque ingente (il famigerato 45% circa di ricchezza nazionale complessiva, che si concentra nelle mani del 10% delle famiglie più ricche), anche al netto della enorme quota di economia sommersa (il leggendario tesoretto da 490 miliardi di euro (22): quasi un terzo del PIL nazionale). Come se il debito pubblico, fosse un problema in quanto tale e non un dato che va sempre analizzato in rapporto a tutti i fondamentali macroeconomici dello Stato indebitato (non ultimi in importanza la scadenza dei crediti e la natura soggettiva dei titolari degli stessi).

Ma se su tutte queste cose possiamo evitare di dilungarci nuovamente, avendole già analizzate a suo tempo, restano invece ancora in sospeso, essendosi dipanati nei mesi successivi alla nostra precedente uscita, gli altri due pilastri dell’azione di questo governo: dopo il Salva Italia, infatti, la macchina di propaganda governativa proponeva il Cresci Italia e la Spending Review (modo esterofilo, quest’ultimo, per definire quella che sostanzialmente è un’operazione di tagli alla spesa pubblica).

Riguardo a quest’ultima, va sottolineato solamente che non si tratta di un’innovazione, ma del proseguimento di un’opera già avviata dai precedenti governi a partire dal 2007. Rispetto al recente passato la differenza consisterebbe nel passaggio dalla logica dei tagli lineari (che, in un periodo successivo, potrebbe rivelarsi addirittura controproducente a causa dei cosiddetti “rimbalzi” di spesa) a quella di tagli mirati (23).

Come è ovvio, il taglio può effettivamente andare a incidere su costi eccessivi, frutto magari di dinamiche corruttive, così come può andare a ridurre il personale e i servizi erogati.

L’unico taglio che produce effetti positivi è chiaramente quello della prima specie, mentre in prosieguo di analisi si comprenderà perfettamente perché soprattutto le riduzioni di personale andrebbero evitate in una fase recessiva, come quella che sta ancora attraversando il nostro Paese.

Del primo provvedimento, invece, già ci eravamo in parte occupati, quando era ancora, in fieri, sottolineando come ci sembrassero un po’ troppo enfatiche ed ottimistiche le previsioni che si potevano leggere ― «Il decreto legge rinominato dal presidente del Consiglio Monti “Cresci Italia” consentirà nel breve periodo, di traghettare l’economia nazionale fuori dalla spirale recessiva (…)» ― sul sito del Governo italiano (24).

Fine della recessione nel breve periodo, dunque; crescita a ritmi europei e secondo equità, nel medio periodo, le prospettive di sintesi del programma governativo.
Possiamo incominciare a vedere, ora, cosa ci dicono gli indicatori economici, su questi punti.

Una prima chiarissima sintesi ce la offre Guglielmo Forges Davanzati, su MicroMega di qualche giorno fa (25):
«Sul piano della politica economica, il bilancio del governo Monti non è particolarmente entusiasmante. Tre dati possono essere sufficienti per attestarlo: circa centomila individui hanno perso lavoro nel corso dell’ultimo mese, come rilevato nell’ultimo Rapporto ISTAT, con un tasso di disoccupazione giovanile (superiore al 30%) che ha raggiunto, in Italia, il suo massimo storico; è notevolmente aumentato il numero di fallimenti di imprese, con oltre cento crisi industriali in atto; il rapporto debito/PIL è aumentato di 6 punti percentuali nel corso dell’ultimo anno. In altri termini, appare sempre più evidente che ciò che viene definita “crisi” è oggi niente altro che l’inevitabile effetto di politiche fiscali restrittive attuate in un contesto di calo della domanda aggregata; politiche che questo Governo, più del precedente, ha perseguito con la massima tenacia».
Ma possiamo andare un po’ più a fondo e scoprire che il peggioramento del rapporto debito pubblico/PIL è frutto di un doppio dato negativo, se solo si considera che: 1) il prodotto interno lordo, secondo le stime (in dollari) del FMI decresce ancora, di circa 41 miliardi su base annua, riportandoci ai livelli di ricchezza del 2001 (26) e facendo registrare un arretramento del 2,4%, stando ai dati Eurostat (27); 2) lo stock di debito pubblico accumulato continua a crescere, aggirandosi oggi intorno ai 2000 miliardi (di euro): una crescita media di oltre 8 miliardi al mese, nei primi 10 mesi dell’anno, come facevano recentemente notare Federconsumatori e Abusdef (28).

Come si sia potuta realizzare questa congiuntura così negativa, lo si capisce immediatamente, leggendo con attenzione questo breve passaggio dell’analisi dell’operato del governo tecnico, uscita poche settimane fa su Sbilanciamoci.info (29):
«Il rapporto debito/PIL, il parametro che più influenza la vulnerabilità del debito dello Stato, ha superato il 126%, quasi sei punti percentuali in più rispetto all’anno precedente; alla crescita ha contribuito il fabbisogno finanziario dello stato, nei primi nove mesi dell’anno quasi identico a quello dei due anni precedenti, e la diminuzione del prodotto, anche di quello espresso a valori correnti. Malgrado le numerose e pesanti manovre fiscali, tra le quali l’introduzione dell’IMU, l’innalzamento dell’aliquota ordinaria IVA, l’inasprimento delle accise sui carburanti, le maggiori imposte di bollo, oltre al fiscal drag e alle ancora insufficienti misure di contrasto all’evasione, le entrate fiscali sono cresciute in misura limitata; il gettito IVA, a causa del crollo dei consumi, è sceso. Le spese, limitate sul piano interno, hanno risentito degli esborsi ― circa 18 miliardi nei primi nove mesi dell’anno ― che anche l’Italia ha effettuato per finanziare le misure europee di intervento per gli altri paesi europei in difficoltà».
Quest’ultimo dato è particolarmente significativo: si tratta di una parte della quota che l’Italia versa soprattutto per il cosiddetto Fondo salva Stati, oltre che per il Meccanismo europeo di stabilità, suo sostituto.

L’entità delle cifre è considerevole:
«Nel 2012 il governo stima di concedere finanziamenti complessivi in favore di Grecia, Irlanda e Portogallo per 29,5 miliardi che saranno sempre erogati dall’EFSF. In più bisogna conteggiare i versamenti per la sottoscrizione della quota italiana al capitale dell’ESM, (l’European Stability Mechanism), il meccanismo permanente destinato a sostituire il vecchio Fondo salva Stati. Si tratta di circa 5,6 miliardi da versare in due rate» (30).
Per dare immediata contezza di quanto pesi questa voce di spesa sul nostro bilancio, può essere utile raffrontarla con una consistente voce di entrata, la patrimoniale diffusa che il governo tecnico ha messo a carico di tutti i proprietari di immobili, compresi quelli che hanno solo la proprietà dell’abitazione in cui vivono. Ebbene: il gettito IMU 2012, da recenti calcoli (31), risulta andare anche oltre la stima originariamente prevista di 21 miliardi. E tuttavia nemmeno destinando tutti i 28 miliardi (proventi IMU preventivati + extra-gettito) di questa entrata si riuscirebbero a coprire per intero le suddette spese comunitarie (oltre 35 miliardi di euro, in complesso). Ulteriore effetto collaterale della moneta unica, in assenza di Stato unico.

Ma, assodata la persistenza della fase recessiva e del contemporaneo incremento del debito pubblico, c’è un altro dato che inquieta e preoccupa: il numero complessivo dei disoccupati.
«In soli dieci mesi, tra novembre 2011, data d’insediamento del governo Monti, e settembre 2012, sono aumentati di 416mila unità, passando dai 2 milioni e 359mila di novembre 20011 ai 2milioni e 774mila di settembre 2012» (32).
Un mese dopo, l’Istat registra un ulteriore incremento ci poco meno di centomila unità, per un numero complessivo di disoccupati di 2,87 milioni di persone, cui vanno aggiunti (per una singolare coincidenza) un’analoga cifra in termini di lavoratori precari: giusto 7mila in più (33).

Dunque, al momento, in Italia, non vi è traccia né di crescita economica, né di equità. E ci pare proprio che prenda corpo, con una certa consistenza, l’ipotesi che le favole, in realtà, le raccontino gli esponenti tecnici e politici del partito dell’austerità e i media complici, che continuano a spacciare per valide delle ricette ideologiche, fin qui, ripetutamente smentite dall’evidenza empirica.
(continua)

Giuseppe D'Elia

 per L'Indiependente.it   
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(13) http://it.wikipedia.org/wiki/PIGS

(14) http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2012-11-03/atene-troika-cambi-rotta-090653.shtml?uuid=Ab4oodzG

(15) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-11-27/grecia-notte-troika-trova-081805.shtml?uuid=AbMP6k6G

(16) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-11-27/grecia-notte-troika-trova-081805.shtml?uuid=AbMP6k6G

(17) http://www.linkiesta.it/monti-dimissioni

(18) http://tg24.sky.it/tg24/politica/2012/03/31/monti_wen_jiabao_italia_cina.html

(19) http://mementotnemem.blogspot.it/2012/03/30032012-governo-tecnico-e-messa-tra.html

(20) http://www.repubblica.it/politica/2011/10/06/news/montezemolo_confindustria-22816708/

(21) http://bit.ly/U5RkCO

(22) http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=17035&typeb=0&Evasione-fiscale-490-miliardi-di-bottino

(23) http://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2012/05/02-Senato.pdf

(24) http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/cresci_italia/

(25) http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-potere-di-generare-crisi/

(26) http://www.linkiesta.it/italia-economia-congiuntura-decennio-perso

(27) http://www.wallstreetitalia.com/article/1468622/pil-italia-2-4-in-iii-trimestre-tasse-dicembre-94-5.aspx

(28) http://www.umbrialeft.it/notizie/consumatori-governo-monti-debito-pubblico-cresce-8-miliardi-al-mese

(29) http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/L-anno-perduto-di-Mario-Monti-15511

(30) http://www.corriere.it/economia/12_giugno_11/piani-ue-italia-paghera-48-miliardi_9194b364-b385-11e1-a52e-4174479f1ca9.shtml

(31) http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/radiocor/economia/dettaglio/nRC.html

(32) http://www.economiaepolitica.it/index.php/lavoro-e-sindacato/altro-che-spread-la-vera-emergenza-e-la-disoccupazione/#.UMTLbPnjn0p

(33) http://www.repubblica.it/economia/2012/11/30/news/disoccupazione_giovanile_record/

martedì 11 dicembre 2012

C'ERA UNA VOLTA LA CIVILTÀ EUROPEA [1 di 4]

Il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, recentemente, ha voluto rimarcare la necessità di proseguire senza tentennamenti con le cosiddette politiche di rigore e austerità nell’Eurozona, dato che alcuni Paesi «hanno vissuto in un mondo di favola, sottostimando gli squilibri» di deficit e debito pubblico, oramai divenuti “insostenibili”. Insomma: la BCE «farà tutto il necessario per preservare l’euro» (1), solo nella prospettiva di uno stabile contenimento della spesa pubblica.

Ci sono (almeno) due punti di estremo interesse in queste dichiarazioni di Draghi.
Innanzi tutto, vi è una esplicita ammissione di quanto sia essenziale l’intervento operativo della Banca Centrale per la tenuta della moneta, tenendo bene a mente l’anomalia della sussistenza e persistenza di una moneta unica, in assenza di un unico Stato (ma su questo ritorneremo più avanti).

Non meno importante, però, è l’impatto dogmatico della lettura (parziale) che si continua a dare a questa fase storica: deficit di spesa corrente e debito pubblico sarebbero un male da evitare sempre e comunque e rappresenterebbero, senz’altro, la causa prima di questa crisi economica, apparentemente, senza rapide e indolori vie d’uscita.

E più ancora del principio ― che pure ci sembra ampiamente discutibile, a dire il vero ― è l’applicazione di questo dogma della condanna indiscriminata della spesa pubblica che ci sembra doveroso analizzare: contenimento perenne delle voci di spesa del bilancio pubblico e, conseguentemente, revisione e ridimensionamento degli stessi concetti di Stato sociale e di servizio pubblico universale, oltre che dell’intervento pubblico diretto in economia. Dunque, in sostanza: Stato leggero e primato economico del privato e del mercato; una sorta di uscita “da destra” dalla crisi, se vogliamo dare un minimo di connotazione politica a scelte economiche che sono tutt’altro che neutre e oggettive. Uno slittamento a destra che, però, non va banalmente interpretato come convergenza continentale o mondiale verso un comune sentire, che si traduce in risultati elettorali che premiano, democraticamente, quei progetti politici che perseguono una certa idea di società (più individualista e meno egalitaria) a scapito di un’altra, fondata su opposti valori. Vi è qualcosa di profondamente diverso e di nuovo nella vulgata della fine delle favole che sta accompagnando i progetti di riassetto economico delle nostre società, vessate da questa imponente crisi del modello economico. Vi è, innanzi tutto (e alquanto paradossalmente), il ribaltamento dei fattori di crisi in valori positivi. L’occultamento delle responsabilità che il modello economico e i suoi attori privati hanno avuto nel generare questa crisi e, anzi, sic et simpliciter un sostanzioso rilancio del medesimo modello economico senza significativi correttivi di sorta, come ‘ovvia’ soluzione della crisi che esso stesso ha determinato e prodotto.

La cifra distintiva di quella che potremmo ben definire come una vera e propria restaurazione capitalistica su larga scala, ancora una volta, è espressa magistralmente da Luciano Gallino, nel suo recente “La lotta di classe dopo la lotta di classe” (testo di cui si raccomanda vivamente la lettura).

In estrema sintesi, secondo il sociologo torinese:
«La caratteristica saliente della lotta di classe nella nostra epoca è questa: la classe di quelli che da diversi punti di vista sono da considerare i vincitori ― termine molto apprezzato da chi ritiene che l’umanità debba inevitabilmente dividersi in vincitori e perdenti ― sta conducendo una tenace lotta di classe contro la classe dei perdenti. Questa classe dominante globale esiste in tutti i paesi del mondo, sia pure con differenti proporzioni e peso. Essa ha tra i suoi principali interessi quello di limitare o contrastare lo sviluppo di classi sociali ― quali la classe operaia e le classi medie ― che possano in qualche misura intaccare il suo potere di decidere che cosa convenga fare del capitale che controlla allo scopo di continuare ad accumularlo» (2).
In questo scenario, un ruolo decisivo nell’affermazione di quello che tende a configurarsi come un modello di pensiero unico elitario, che non riesce (ancora?) a incontrare forme diffuse e strutturate di opposizione di massa, è svolto chiaramente dai mezzi di comunicazione tradizionali e non. Televisioni, radio, giornali e persino i portali web dell’informazione mainstream, nell’apparente pluralismo dell’offerta, infatti, sul piano quantitativo veicolano massicce dosi del pensiero dominante, ammantandolo sovente col piglio autorevole del parere tecnico. Strategia di cui in Italia abbiamo avuto diretta esperienza nella fase di governo dell’attuale legislatura, soprattutto nel suo scorcio conclusivo, ma ― seppur in forme differenti ― in realtà tutto il periodo della cosiddetta Seconda Repubblica ne porta ancora i segni, ormai diventati vere e proprie cicatrici.

Se dunque, per dirla con lessico marxiano, «i pensieri della classe dominante sono in ogni epoca i pensieri dominanti» (3), è evidente che quando la classe dominante arriva a possedere strumenti di persuasione potenti e penetranti come mai ve n’erano stati in passato, gli spazi di manovra per provare a opporsi ai «pensieri del loro dominio» si fanno sempre più ristretti.

In prosieguo di discorso proveremo allora a comprendere al meglio a che punto è la crisi: come si è generata e come se ne esce, o, meglio, quali sono gli esiti delle prescrizioni dominanti che, per ora, si sono imposte come indiscutibili vie d’uscita. Cercheremo di capire se è vero e fino a che punto può essere verosimile l’idea che deficit di bilancio e debito pubblico continuamente crescente siano l’inevitabile conseguenza di un mondo che offre diritti e garanzie giuridiche ai lavoratori e avanzati sistemi di Welfare State (4) e, soprattutto, se un elevato stock di debito pubblico accumulato è un problema in sé, o se un qualche rischio di tenuta dei conti si presenta eventualmente, solo al ricorrere di determinate condizioni. Cercheremo insomma di capire se è vero che in Europa si è vissuti per decenni in “mondo di favola”, per usare le parole di Draghi, o se c’è qualcuno che racconta favole e che cerca di trasformare il sogno dell’integrazione europea in un incubo fatto di austerità e vessazioni delle classi lavoratrici. Un incubo del tutto insensato e controproducente, se l’ottica che si vuole perseguire è quella del benessere diffuso.

Sotto questo aspetto, la dolorosa vicenda della Grecia è paradigmatica. Un misto di errori tecnici, di egoismi (non solo) nazionalisti e di ottuso ideologismo ha fatto sì che, nel giro di un paio d’anni, i problemi del Paese si siano drammaticamente aggravati sia nei fondamentali economici, che nella carne viva dei cittadini greci, costretti a fare i conti con scenari di una miseria che l’Europa intera si illudeva di aver definitivamente relegato nella soffitta di un passato che mai più si sarebbe dovuto rivivere.

Vito Lops, sul quotidiano di confindustria (5), è chiarissimo, in proposito:
«Sono trascorsi più di due anni dal primo salvataggio (110 miliardi) della Grecia orchestrato dall’Eurozona. Da allora, complici previsioni ottimistiche e calcoli errati sul moltiplicatore fiscale (i danni sul Pil ipotizzati, derivanti dalle riforme di austerity, erano stimati con una leva dello 0,5 mentre in realtà il “moltiplicatore dei danni” è risultato superiore a 1) da parte delle autorità europee hanno complicato le cose».
E, più avanti, citando l’economista di AllianceBernstein, Darren Williams, offre alcuni numeri difficilmente equivocabili:
«Il tasso di disoccupazione sarebbe dovuto salire al 15,2% quest’anno e il debito del settore pubblico al 149,7% del Pil nel 2013. I fatti si sono dimostrati ben diversi. Secondo gli ultimi dati, l’economia greca si è contratta dell’11,7% nel 2010 e 2011, e le proiezioni ufficiali suggeriscono che calerà al 9,9% nel 2012 e 2013. Nonostante questo calo, le prime proiezioni per il mercato del lavoro si sono dimostrate troppo ottimistiche: il tasso di disoccupazione ha raggiunto oggi il 25,4% e continua a salire. Naturalmente questo programma ha avuto un forte impatto sia sull’economia che sulla popolazione. Ma ci sono stati dei risultati in termini di miglioramento della sostenibilità del debito? La risposta è negativa. Anziché raggiungere il 149,7% del Pil nel 2013, le ultime proiezioni vedono il debito governativo salire al 191,6% del Pil nel 2014. La natura autodistruttiva del programma greco porta importanti lezioni per gli altri Paesi in difficoltà dell’Eurozona».
Si poteva agire diversamente, dunque? Certo che si poteva! E si doveva farlo, se solo si considera che l’intero PIL della Grecia rappresenta una minuscola frazione ― circa il 2% (6) ― del PIL UE, ragion per cui a fronte di disagi minimi per tutti, un meccanismo di messa in comune dei debiti avrebbe immediatamente rappresentato al capitale speculativo la certezza che l’unione monetaria è anche politica e che non esistono dunque anelli deboli della catena, che possono saltare da un momento all’altro, innescando ulteriori processi depressivi, con conseguenze negative incalcolabili.

Anche qui, quindi, la transizione infinita (e dal carattere incerto) verso una Unione Europea che si costituisca a tutti gli effetti come Stato federale democratico, gioca senz’altro un ruolo decisivo negli sviluppi tutt’altro che risolutivi della vicenda greca.

Ma vi è un di più che non può essere ignorato. Già all’inizio di questo 2012, in Grecia, la percezione degli effetti devastanti delle pretese della cosiddetta troika (UE, FMI e BCE) era talmente forte e diffusa da scatenare violente reazioni di piazza, in presenza di un’ulteriore stretta nel senso dell’austerità. A fronte dei previsti licenziamenti e decurtazioni salariali nel settore pubblico, uniti a diffusi incrementi delle imposte dirette e indirette, il conseguente peggioramento delle condizioni economiche di ampie fasce della popolazione greca era oramai scontato, così come non bisognava avere capacità divinatorie per comprendere che se decine di migliaia di persone perdono il lavoro e altre centinaia (e centinaia) di migliaia di cittadini greci comunque avrebbero avuto minori risorse a disposizione da spendere, il risultato finale sarebbe stato il crollo della domanda interna. Una situazione, tra l’altro, non rimediabile, stante l’impossibilità ― la politica monetaria è di competenza esclusiva della BCE, nell’area euro ― di provare a controbilanciare le perdite interne, con una svalutazione competitiva. E se crolla la domanda interna e non si può nemmeno svalutare per tentare di rilanciare le esportazioni, la conseguenza è inevitabile: avvitamento recessivo e peggioramento ulteriore della situazione economica generale del Paese. Come è poi puntualmente avvenuto.

Ebbene di fronte alle prime perplessità che, anche qui da noi, questa strategia del tutto irragionevole cominciava a destare, i Boldrin di turno, da buoni campioni dell’ideologia dominante, spiegavano che, in sostanza, la Grecia non merita né fiducia, né sconti, né compassione, dato che:
«per più di un decennio ha vissuto su una spesa pubblica impazzita ed in continua crescita, prendendo a prestito da chiunque, per consumare e non per investire, mentre alterava i propri conti per ingannare i creditori» (8).
Gli effetti di queste politiche possono essere ben sintetizzati da queste righe scritte un paio di mesi fa da Ettore Livini:
«La Grecia dà l’ok alla vendita di cibi scaduti per provare a combattere la marea montante della povertà. Il ministero allo Sviluppo, secondo quanto riportano siti on line greci, ha approvato infatti una nuova legge che consentirà ai supermercati di lasciare sugli scaffali a prezzi super-scontati una serie di prodotti anche dopo la data entro cui devono essere “preferibilmente consumati”. Il cibo dovrà essere esposto separato da quello a prezzo pieno e il venditore risponderà del suo buon stato di conservazione. Il costo per il cliente dovrebbe secondo le stime essere pari a un terzo circa del normale. Non è consentito invece l’utilizzo di questa merce all’interno di ristoranti o negli alberghi. (…) La decisione del governo ellenico conferma la difficile situazione sociale della popolazione greca. La disoccupazione è salita a luglio al 25,1% contro il 17% di un anno fa con quella giovanile (tra i 15 e i 24 anni) arrivata allo stratosferico livello del 54,2%. Un greco su quattro, insomma, è senza lavoro e il 27% dei cittadini vive sotto la soglia della povertà secondo i dati Eurostat. È il frutto della politica di austerity degli ultimi quattro anni che ha portato a un calo del PIL del 22% e a una serie di manovre finanziarie pari a 63 miliardi di euro, pari più o meno al 33% del PIL. Come se l’Italia fosse stata costretta a digerire tagli di bilancio per 600 miliardi circa» (9).
Ma, evidentemente, il popolo greco, la Grecia stessa nella sua interezza ― «un paese dove, sino all’altro giorno, le figlie nubili dei dipendenti pubblici ottenevano uno stipendio dal governo e i barbieri vanno in pensione, pubblica e sussidiata, a 50 anni perché maneggiano sostanze pericolose!», come faceva notare sempre il nostro buon Boldrin ― tutto questo se lo merita. Così come, in base a questa logica, un trattamento del genere se lo meriterebbero anche tutti gli altri Paesi che si rifiutassero di fare i cosiddetti “compiti a casa”, espressione che il tecnico e sobrio Mario Monti ama ripetere spessissimo a beneficio della stampa di mezzo mondo (10).

E in tutto ciò la cosa più incredibile è quanto, proprio nell’anno in cui l’UE si può fregiare del premio Nobel per la pace (11), si continui a sottovalutare il rischio che una straordinaria opera di vessazione di larghe fasce di ceti popolari possa tradursi, nel medio periodo, non solo nel tanto temuto e vituperato populismo in chiave anti-europea, ma in un molto più temibile diffuso risveglio di un’ultra-nazionalismo di stampo dichiaratamente nazi-fascista.

Ciò di cui, purtroppo, proprio in Grecia vi è già traccia tangibile, alla luce dell’impressionante successo che un partito violento e pericoloso (12) come Alba Dorata ha avuto nelle ultime elezioni.

Dal sogno dell’Europa dei popoli che si federano in uno Stato del benessere, all’incubo dei fascismi di ritorno, il passo è fin troppo breve, dunque! Soprattutto, quando dall’obiettivo del benessere diffuso si passa a una sorta di logica perversamente punitiva di intere popolazioni, senza nemmeno soffermarsi a ragionare sulle effettive responsabilità di chi avrebbe commesso errori. Perché se c’è una fetta di popolazione che si è arricchita illecitamente a danno dell’economia pubblica, nel momento in cui si assume a fondamento base della politica economica il risanamento del bilancio dello Stato, o si individuano esattamente i responsabili del dissesto e si ripiana il disavanzo (quantomeno al netto degli interessi), rimettendo a posto il maltolto e addebitandolo solo a chi se n’è effettivamente appropriato, o si opera come si è scelto di fare in Grecia: si distrugge un’intera economia e, magari, si permette pure ai veri disonesti di farla franca, pur di non condividere tra tutti gli Stati membri il costo del risanamento, per intero o solo per quella quota che non si riesce a recuperare direttamente da chi ha sbagliato.

Giuseppe D'Elia

 per L'Indiependente.it  
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