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lunedì 8 aprile 2013

QUEL CAMBIAMENTO CHE NON C'È

Dalla rivoluzione alberghiera che, subito, rischia di trasformarsi in una farsesca dittatura del megafono, al "se c'era Renzi". Primi spunti per una riflessione post-elettorale in divenire.

VINCITORI MORALI E VITTORIE DI PIRRO. Chi ha vinto dunque le elezioni? A oltre un mese di distanza anche a questa (in teoria) semplicissima domanda risulta difficile dare una risposta immediata e inequivocabile. E già questo dice molto dello scenario politico attuale.
Nondimeno, per quanto si tratti della più classica delle vittorie di Pirro, va detto subito che la coalizione guidata da Pierluigi Bersani ― nonostante la conferma di una sostanziosa perdita di consenso ― è quella che ha preso più voti di tutti (1), il 24 e 25 febbraio scorsi. L'equivoco M5S «primo per numero di voti» (2) nasce infatti solo dall'omissione del dato del voto estero (3).
PD primo partito, quindi, battendo M5S (4), oltre che vincente in coalizione, sopravanzando quella guidata da Berlusconi.
Ma la vittoria di Bersani è chiaramente monca, stante il vantaggio minimo acquisito sugli avversari e l'assenza di una maggioranza di seggi in Senato (5).
Del resto, il vincitore morale è certamente Grillo, che col suo M5S sfiora i 9 milioni di voti, sbugiardando clamorosamente la leggenda secondo la quale, in Italia, le elezioni si potrebbero vincere solamente puntando sulla conquista di quella fantomatica quota maggioritaria di elettorato moderato, di cui anche stavolta si sono perse le tracce. Come già notavamo in un primo commento a caldo (6), infatti, queste elezioni segnano innanzi tutto la sconfitta dell'idea che si potesse uscire dal cosiddetto bipolarismo muscolare delle due coalizioni inclusive, con una sorta di bipartitismo coatto, realizzato facendo nascere due maxi-partiti non troppo dissimili (PD e PDL) che avrebbero dovuto puntare, stabilmente e strutturalmente, alla conquista dell'elettorato moderato, tagliando le cosiddette ali estreme.
I numeri (7), sul punto, sono impietosi:
a) le ali estreme non si sono fatte tagliare, ma sono riuscite a far sì che il proprio voto confluisse in un solo contenitore politico: appunto, il movimento di Grillo (il quale, anzi, della troppa familiarità tra i due partiti egemoni ne ha fatto un punto di forza della sua propaganda, col noto ― e, invero, impreciso ― gioco di parole (8) su quell'unica lettera di differenza);
b) l'Italia che nel 2006 ― quando Prodi batté per una manciata di voti Berlusconi (9) ― appariva esattamente spaccata in due, sette anni dopo, vede tre aree politiche che aggregano un consenso che nella migliore delle ipotesi non riesce ad andare molto al disopra del 30% dei voti validamente espressi, a cui si aggiunge un'insieme di forze sedicenti moderate che raccoglie poco più del 10%, nonostante la preziosa leadership di Mario Monti, campione di questa Italia affidabile e responsabile, nonché tuttora Presidente del Consiglio dei ministri (il quale, alla fine dei giochi, non riesce nemmeno a raggiungere la metà dei consensi di una forza dichiaratamente anti-sistema, come quella guidata dal comico genovese). 

LO SCONFITTO, IL PERSISTENTE POTERE MEDIATICO E LA FORZA DELLA DISPERAZIONE. Chi ha perso senz'altro il maggior numero di elettori, però, è Silvio Berlusconi.
E, tuttavia, a riprova del suo perdurante predominio mediatico, la perdita netta ― in meno di cinque anni (9) ― di circa 6 milioni e mezzo di voti come partito e di circa 7 milioni nel raffronto di coalizione tra le due tornate elettorali (con perdite, dunque, quasi doppie, rispetto a quelle registrate dalla sinistra), nella sostanza del discorso mainstream, scompare nel nulla e la vittoria morale di Grillo diventa (anche) una vittoria di Berlusconi.
Per cui: la stessa persona che nel pieno della crisi economica, sosteneva che si trattasse di crisi psicologica ― probabilmente basandosi solo sulla sua personale esperienza di vita (10) ― oggi, diventa il responsabile statista che preme per un accordo di governo col tradizionale avversario politico, solo perché (11):
«Per uscire dalla recessione e ripartire verso lo sviluppo occorrono interventi forti, decisi e precisi, e soltanto un governo esperto, stabile e autorevole che scaturisca da un accordo tra il PD e la nostra coalizione può realizzarle».
In realtà, com'è stato plasticamente evidente in occasione dell'occupazione del tribunale di Milano da parte dei parlamentari PDL (12), la vera preoccupazione di Berlusconi è un'altra.
La descrizione più efficace dell'accaduto l'ha data Peter Gomez (13):
«Ora, qui capiamo tutto: la crisi del Paese, le necessità economiche, il bisogno che qualcuno cerchi da Palazzo Chigi di tamponare la situazione. È però mai possibile che nessuno, in un sussulto di dignità istituzionale, dica chiaro e tondo: “Quello del Pdl è un ricatto e ai ricatti non si cede”. Sì, perché questo e non altro, è quello che sta accadendo. C’è un anziano e ricco signore che, per sua stessa ammissione, non vuol fare “la fine di Craxi”. E, sentendosi perduto, chiede una soluzione politica ai suoi processi. Come imputato ha giustamente diritto a essere condannato solo al di là di ogni ragionevole dubbio. Solo che lui sulla cosa ci ragiona da anni. E deve essere giunto alla conclusione che di dubbi ve ne sono davvero pochi. Troppi processi in corso per sperare che vadano tutti bene. Troppi reati per sperare di farla di nuovo franca. Così i nominati del suo partito, tra i quali figurano 34 indagati e quattro pregiudicati, si presentano in massa a palazzo di Giustizia non per costituirsi, ma per dare un segnale preciso: questa volta siamo stati buoni e civili. La prossima, chissà. È uno stile che in Sicilia la gente conosce bene. Arriva uno, entra in negozio e dice gentile: “Bello questo negozio, bello questo bancone, belle queste tende. Bedde, beddissime. Certo che sono tutte infiammabili”. A volte il commerciante sta zitto e paga. A volte supera la paura, denuncia e vince. Sarebbe ora che qualcuno nel Pd come al Colle provasse a vincere. Non per loro ovviamente. Ma per noi e per ciò che resta di questo disgraziato Paese».
UN BERLUSCONIANO AL QUIRINALE? Soluzione politica alle sue vicende giudiziarie (14), dunque. Soluzione che, in estrema sintesi, passa per la conquista del Colle. Avere, infatti, una persona di fiducia come Capo dello Stato ― e presidente del Consiglio Superiore della Magistratura ― per Berlusconi è l'obiettivo politico prioritario dichiarato (15):
«Il capo dello Stato deve essere una persona di garanzia e un moderato di centrodestra».
Facendo finta che sia istituzionalmente accettabile mettersi a mercanteggiare sul nome del Presidente della Repubblica, sorvolando sulle tutt'altro che nobili garanzie che Berlusconi si aspetta, dimenticandosi quanto sia stato politicamente sconveniente scendere a patti con questa persona in un passato nemmeno lontanissimo ― dalla bicamerale al recente governo Monti, arriva sempre il momento in cui Berlusconi infrange i patti ― si può mai seriamente pensare di piegare una carica di tale importanza a un disegno di mera difesa di interessi individuali, solo per mettere in piedi un precarissimo governo Bersani, senza una coerente base programmatica e costantemente in balia degli umori di chi ha preteso la prima carica dello Stato, per farlo nascere?
Berlusconi chiaramente si fa forte dell'intransigenza di Grillo (sulla quale ritorneremo diffusamente in prosieguo di discorso) rispetto a ogni ipotesi di accordo politico-programmatico col PD, per far pesare i suoi voti, decisivi nell'instabile equilibrio di forze del Senato, in maniera tale da ottenere un obiettivo (per lui) strategico e di lungo periodo. Ed è proprio questo, forse, l'aspetto più paradossale della scelta isolazionista dei parlamentari a 5 stelle: guadagnare il consenso di un quarto dei cittadini italiani che hanno votato, puntando tutto sul cambiamento e, poi, far sì che Berlusconi ― l'uomo che ha letteralmente sequestrato il destino di un intero Paese, di fatto, immobilizzandolo, dal 1994 ― rimanga in grado di condizionare pesantemente la politica italiana da qui al 2020, qualora il PD scegliesse malauguratamente di scendere a patti con lui e di mettere davvero un berlusconiano a Capo dello Stato, per il prossimo settennato. 

I REFERENDUM DEL 2011 E IL SEGNO DEL CAMBIAMENTO. Che in Italia vi fosse già da molto prima della recente tornata elettorale una fortissima domanda di cambiamento, infatti, è un'evidenza talmente macroscopica che solo persone molto miopi (o molto in malafede) potevano riuscire a non vederla.
La primavera del 2011 aveva dato anche segnali molto chiari rispetto a che tipo di cambiamento l'Italia, in larga maggioranza, si aspettasse. Le vittorie di candidature a sindaco, rivoluzionarie, come quella di Pisapia a Milano (17) e ancora di più quella di De Magistris a Napoli (18), e soprattutto l'esito dei referendum di giugno non poteva dar luogo a nessun equivoco, in proposito.
Quasi 26 milioni di consensi ― la maggioranza assoluta del corpo elettorale (19) ― per l'abrogazione di norme del governo Berlusconi, di fatto, aprivano un campo sterminato per una sinistra disposta a comprendere il messaggio popolare e a farsene interprete.
Le tematiche referendarie dei primi tre quesiti ― acqua bene comune ed energie rinnovabili (al posto di un nucleare che rischiava di essere reintrodotto nel Paese con tecnologie già obsolete) ― sono tutt'altro che estranee alla cultura della sinistra e il quarto quesito (l'abrogazione delle norme speciali in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale) esprimeva chiaramente un forte desiderio di voltar pagina e di chiudere questa lunga parentesi di ingiustizia, che ha visto per quasi due decenni un uomo al potere disposto a stravolgere l'ordinamento giuridico nazionale, pur di evitare di subire condanne in uno dei tanti processi a suo carico. Una semplicissima domanda di giustizia, sulla più nota massima della materia: la legge è uguale per tutti. La comprensibilissima richiesta, insomma, di smetterla di assecondare la farsa del complotto giudiziario infinito, facendo sì che l'imputato Berlusconi si decidesse a dimostrare esclusivamente nelle aule di giustizia quell'innocenza che millanta da anni, senza arrivare quasi mai a ottenere, però, quella massa di assoluzioni con formula piena, che chi si dice accusato di fattispecie criminose del tutto insussistenti dovrebbe, poi, verosimilmente ottenere.
Di questa domanda di cambiamento e di giustizia, Grillo si è fatto portavoce per anni attraverso il suo blog (e nei territori), ma ― come vedremo meglio, in seguito ― i frutti di questo suo commendevole lavoro, il Movimento 5 Stelle li ha potuti raccogliere, andando ben al di là di ogni più rosea previsione, anche a causa di una serie di clamorosi errori strategici commessi dalla sinistra, a partire dal momento in cui il PD ha scelto di far nascere il governo Monti e di sostenere convintamente (salvo timidissimi distinguo) la sua azione politica. 

RIVOLUZIONE DIGITALE O DITTATURA DEL MEGAFONO? Sappiamo che il boom del Movimento 5 Stelle ha determinato una sostanziale situazione di stallo al Senato, con conseguente impossibilità di avere in tempi brevi un governo in grado di soddisfare la domanda di cambiamento che, ormai, quasi tutti riconoscono come prevalente nel Paese.
Tuttavia, queste settimane di incertezza post-elettorale hanno permesso agli italiani di cominciare quantomeno a conoscere i cittadini che sono passati, in un tempo relativamente breve, dall'attivismo online, tramite il blog di Grillo, alla rappresentanza parlamentare. I due volti più noti sono senz'altro quello dei due capigruppo di Camera e Senato: Roberta Lombardi e Vito Crimi (20). Qualcuno, probabilmente, ricorderà il veemente intervento sul caso marò del deputato Alessandro Di Battista (21).
Per i campani — e per i napoletani in particolar modo — non è stato invece certo una volto nuovo quello del candidato alla presidenza della Camera, Roberto Fico (22). Nel 2010, Fico era il candidato M5S alla presidenza regionale e l'anno successivo era candidato sindaco a Napoli: il movimento raccolse poco meno di 10mila voti nel capoluogo campano alle regionali e ancora meno, nel 2011, alle comunali; in entrambe le occasioni Fico, in percentuale, ottenne anche meno consensi della lista.
Poche settimane fa, poi, il miracolo: oltre centomila voti in più rispetto ai due precedenti.
Va detto che gli attivisti campani non sono certo stati inoperosi sul territorio negli scorsi anni e non era dunque demerito loro o del leader locale se le precedenti esperienze elettorali erano andate parecchio lontano degli straordinari risultati delle scorse elezioni, in cui Fico era comunque il capolista di collegio per la Camera (23).
La verità è che proprio le precedenti esperienze elettorali in ambito locale hanno rafforzato un po' in tutti gli attivisti la convinzione di quanto fosse necessario e utile affidarsi al “megafono” Grillo.
Ed era infatti questo il senso più genuino della nota espressione: la buona fama di Grillo, nella campagna elettorale per le politiche, avrebbe potuto amplificare la validità del messaggio positivo di cambiamento, portando a risultati che era lecito aspettarsi fossero decisamente migliori dei primi tentativi svolti in ambito locale (e di questo si era già avuto sentore nelle amministrative del 2012).
Ma se i voti si sono decuplicati, nel giro di un paio di anni scarsi, ciò è dovuto a un insieme di fattori, non tutti ripetibili.
I meriti di Grillo — e del suo alter ego Casaleggio — sono legati, infatti, non tanto (e non solo) alla comunicazione nel web, che era molto attiva fin dal primo V-Day nel 2007, senza riuscire ad aggregare chissà quali consensi, come abbiamo appena visto.
I veri meriti sono stati nel saper sfruttare alla perfezione i meccanismi dello show business televisivo.
Quando infatti nella primavera del 2012 si è avuta la prima vera svolta per il movimento, con la vittoria di Pizzarotti alle comunali di Parma (24), Grillo e Casaleggio hanno capito immediatamente che quel boom nei sondaggi registrato a poche settimane dal voto (25) e proseguito per tutta l'estate (26) era frutto della sovraesposizione televisiva che M5S ha avuto in conseguenza del suo primo significativo risultato politico.
La strategia mediatica dunque è stata tanto semplice, quanto redditizia. Formalmente il movimento si rifiuta di andare in televisione. Sostanzialmente ci sta ugualmente, ma con un solo volto e un solo messaggio: quello delle invettive di Grillo, svolte in piazze stracolme di persone, accorse per assistere ai suoi efficacissimi comizi-spettacolo.
Non è un caso, infatti, che gli eletti a 5 stelle, gli italiani, in larga maggioranza, abbiano cominciato a conoscerli solo a campagna elettorale terminata e a giochi fatti: il piano comunicativo non prevedeva null'altro che il “megafono” (poi anche “capo politico”) in TV.
Da ciò il divieto di partecipazione ai talk show per i singoli candidati, la ferrea disciplina interna rispetto ai rapporti con la stampa e le espulsioni per chi trasgrediva (27).
Va detto che l'efficacia di questo tipo di campagna elettorale — Grillo che inveisce contro l'austerità e la vecchia politica che affama il popolo, ma preserva i propri privilegi di casta — è difficilmente contestabile, visti gli esiti elettorali.
Ma è altrettanto innegabile che il megafono, ormai, si è rapidamente trasformato in una sorta di depositario della verità e custode dell'ortodossia.
La scelta di proseguire con la campagna elettorale, anche a urne chiuse, contando su un rapido e trionfante ritorno al voto, è palese. Le ragioni di questa scelta meriterebbero un saggio a parte, ma qualche spunto critico possiamo provare già a delinearlo in questa sede. C'è senz'altro la volontà di preservare lo schema vincente anche per il futuro. La strategia post-elettorale, infatti, è stata delineata sul blog in maniera nettissima: a) non sono ammissibili accordi politici con la casta; b) spetta ai vecchi partiti fare quello che hanno già fatto palesemente, a fine 2011, col pretesto della crisi e quello che in realtà hanno sempre fatto negli ultimi vent'anni, seppur non in modo così esplicito; c) il movimento, quindi, svolgerà funzione di governo solo se l'incarico gli verrà affidato in via esclusiva; d) in ogni caso, M5S lavorerà in Parlamento per la realizzazione del suo programma.
In sostanza, per Grillo e Casaleggio, la situazione ottimale sarebbe questa: la formazione di un secondo governo Monti (ovviamente per loro poco importa chi sia in concreto poi a presiederlo) o anche la prorogatio sine die del vecchio esecutivo.
Quello che conta per loro, insomma, è la prosecuzione fino alle prossime elezioni di uno schema politico coerente con quella propaganda che, fin qui, si è rivelata il vero punto di forza del movimento.
Ma quanto ancora può funzionare la riproposizione dello schema M5S vs. Casta, una volta che sei giunto in Parlamento?
L'errore strategico che il comico e il suo guru stanno commettendo rischia di essere fatale, se i due non riescono a uscire subito da uno stallo che potrebbe farli rimanere vittima della loro stessa propaganda.
Da un lato, infatti, si ha la sensazione che a furia di ripetere che la rivoluzione a 5 stelle è inarrestabile e che per la vecchia politica è finita e così via discorrendo, i due leader si siano auto-convinti del fatto che ormai non ci possano essere altri possibili sviluppi: che la loro propaganda, insomma, è la realtà e che il futuro è già scritto, esattamente, come piacerebbe a loro.
Dall'altro lato, invece, c'è la realtà effettiva, fatta di un ottimo risultato elettorale che, però, con 109 deputati e 54 senatori non si può tradurre in nulla di concreto, dato che M5S non ha la maggioranza assoluta in nessuna delle due Camere e, quindi, non è in grado di far passare nemmeno mezza legge, senza il concorso operoso delle altre forze parlamentari e di quello della coalizione guidata da Bersani in particolar modo (alla Camera dei deputati la maggioranza assoluta, in effetti, ce l'hanno loro).
Chi ha ben chiari gli attuali rapporti di forza in Parlamento, dunque, si rende perfettamente conto di quale livello di azzardo politico rappresenti la scelta di proseguire la campagna elettorale, sbattendo la porta in faccia alle ripetute offerte di collaborazione di Bersani. E tra gli elettori a 5 stelle esistono diverse persone che, ragionevolmente, avrebbero preferito che i propri “dipendenti” — come amava dire spesso Beppe Grillo (28) — usassero il proprio voto per dare immediato inizio al cambiamento, invece di aspettare di ottenere un improbabile e inquietante 100% dei voti (29) per poter agire.
 
Al momento in cui scriviamo, il commento più votato al post “Perché hai votato per il M5S?” (30) in cui il leader supremo sosteneva, in sostanza, che chi non condivide la sua linea politica ha sbagliato a votare per il movimento, iniziava così:

«Ho votato per poter partecipare alla democrazia dal basso. Ma tu non ci hai fatto votare se volevamo realizzare anche solo una parte del programma hai deciso tu o 100% o niente (...)».
Questo commento, tra l'altro, da un certo momento in poi, non risulterà più visibile tra i più votati, per cui, ora, bisogna andare a cercarselo, spulciando tra le pagine dei vecchi commenti. Operazione, tutto sommato, abbastanza agevole per chi ha fotografato il testo o ne ha qualche altra traccia (31), ma pressoché impossibile per chi ne ha solo un vago ricordo.
E non è la prima volta che il blog di Grillo presenta questo tipo di malfunzionamenti che, volutamente o meno, finiscono col rendere meno palese il peso del dissenso (32). Un dissenso che in sostanza Grillo e Casaleggio reputano inconcepibile, visto che quello che si recentemente registrato sul blog è stato definito come il frutto del lavoro di “orde di trolls” infiltrati (33). Ragionamento ad alto tasso di totalitarismo, questo, anche nell'ottica della più classica delle democrazie rappresentative (essendo inconcepibile che quasi 9 milioni di persone ragionino tutte con una sola testa e parlino tutte con una sola voce). Ragionamento che però è del tutto inconciliabile — e su questo c'è poco da obiettare — con la modalità operative che in teoria avrebbe dovuto avere chi si diceva fautore di una sorta di democrazia diretta digitale (34):
«Il MoVimento 5 Stelle è una libera associazione di cittadini. Non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Non ideologie di sinistra o di destra, ma idee. Vuole realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità dei cittadini il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi».
Ed è così che, a poche settimane dall'ingresso in Parlamento, quel movimento che doveva essere lo strumento del cambiamento, quel movimento che si metteva a disposizione della “totalità dei cittadini”, per un quotidiano esercizio democratico nelle istituzioni del Paese, purtroppo, sembra già esser diventato uno strumento per la conquista del Potere, da utilizzare esclusivamente secondo le direttive di chi gestisce il blog beppegrillo.it. 

SE C'ERA RENZI. Non sbagliava dunque Bersani a voler insistere nel mettere il movimento di fronte alle sue nuove responsabilità. L'idea del leader della coalizione che, in ogni caso, ha raccolto più consensi era (è?) quella di provare a realizzare un governo di cambiamento, trovando punti di convergenza programmatica col secondo partito per numero di voti.
Le ragioni di opportunità che giustificano questa insistenza sono di lampante evidenza: a) in un quadro politico così frammentato è più che opportuno che chi ha vinto le elezioni di stretta misura cerchi la collaborazione delle forze politiche ritenute più affini; b) se i parlamentari a 5 stelle dovessero opporsi fino alla fine e senza fratture interne a ogni ipotesi di sostegno al governo del cambiamento, non avranno poi gioco facile nello spiegare al proprio elettorato le ragioni di questa scelta inconcludente; c) ogni ipotesi di nuovo accordo su un modello di governo analogo a quello uscente rischia di essere un vero e proprio suicidio politico.
Proprio quest'ultimo punto, in realtà, è quello che mostra chiaramente come, purtroppo, gli errori più grossi Bersani li abbia fatti nei mesi scorsi, come già accennavamo in precedenza. Il sostegno a Monti è stato fatale. Avallare una politica di austerità all'insegna di tasse che colpivano pesantemente e diffusamente la popolazione e di tagli che non andavano a incidere significativamente su quelli che, da anni, venivano propagandati come privilegi di casta è stato ciò che ha spianato la strada alla vertiginosa crescita di Grillo, consentendogli di intercettare quasi tutto il voto di protesta dei delusi dei due schieramenti ex rivali. Su queste basi si può seriamente pensare di replicare anche solo per un breve periodo un'esperienza di governo PD-PDL (con l'entusiastica partecipazione dei montiani, ovviamente)?
Ma c'è un altro grave errore che Bersani ha fatto nei mesi scorsi. Ci riferiamo alla scelta di modificare lo Statuto del PD per permettere a Matteo Renzi di provare a strappargli la leadership che, di regola, spettava al segretario eletto. In questo modo, quelle che avrebbero dovuto essere primarie di coalizione sono di fatto diventate un secondo round delle primarie per la leadership del PD. Errore strategico gravissimo, perché nei fatti si è depotenziato l'apporto che alla coalizione poteva dare Nichi Vendola, in qualità di convinto oppositore delle politiche di austerità messe in campo dal governo Monti. Errore doppiamente grave, poi, avendo anche deciso di stracciare la famosa foto di Vasto (35), nella convinzione tremendamente fallace di riuscire ad attrarre automaticamente a sé l'elettorato IdV e quello residuale dei post-comunisti, facendo semplicemente leva sulla logora strategia del voto utile (strategia che, col senno di poi, si può ben dire che ha ulteriormente rafforzato M5S, sui cui è confluito anche il voto di protesta di chi voleva dare da sinistra un segnale a PD e SEL, essendo certo di non veder sacrificato il proprio voto a causa di quelle soglie di sbarramento, che hanno reso fallimentare l'esperienza — invero molto improvvisata — della Rivoluzione Civile (36) di Antonio Ingroia).
Bersani, in sostanza, si era illuso che sarebbe bastato sconfiggere il suo più forte avversario interno, per passare, poi, tranquillamente all'incasso di una strategia di responsabilità e fair play, che lo avrebbe premiato nella sfida decisiva contro Berlusconi. Sottovalutando, così (con tutti i sondaggisti, in verità), il peso degli indecisi e la forza di attrazione che Grillo poteva esercitare anche su chi ha visto nel ballottaggio tra Renzi e Bersani una sinistra debolissima. Una sinistra che, in pratica, se avesse vinto il primo avrebbe puntato direttamente a conquistare il voto degli ex berlusconiani e se avesse vinto il secondo avrebbe cercato di tenere assieme un partito già molto spaccato di suo, che nel post-voto, quasi sicuramente, avrebbe dovuto rivolgersi anche ai montiani (costantemente e ripetutamente rassicurati rispetto alla docilità del fido Vendola, per tutta la campagna elettorale).
Sono (anche) queste le circostanze eccezionali che hanno agevolato il boom di Grillo: una forte domanda di cambiamento da sinistra che il PD non ha saputo in alcun modo leggere e che ancora fatica a interpretare, ridando fiato all'eterno mantra dell'Italia che è ontologicamente e immutabilmente Paese di destra in cui la sinistra, per vincere, dovrebbe comunque in qualche modo imitare quelli che stanno dall'altra parte.
Mantra che si vorrebbe riproporre anche adesso, nonostante i 26 milioni di consensi della primavera del 2011 su tematiche di chiara opposizione al governo Berlusconi, nonostante tutto il sommovimento di voti che hanno visto, nelle tornate elettorali successive al 2008, il PD in calo e l'opposizione più netta dell'IdV in ascesa, come è evidente nella tabella che abbiamo già visto per la città di Napoli (dove, 2012 a parte, praticamente si è votato ogni anno) e come è ancora più lampante su scala nazionale se si raffrontano i 3,5 milioni di voti che IdV e post-comunisti prendevano alle Europee del 2009 (37), col dato di Rivoluzione Civile che non riesce nemmeno ad arrivare a 800mila voti (38). Non ci vuole chissà quale stratega politico per comprendere dove sono andati a finire i 2,7 milioni di differenza, visto che M5S a pochi giorni dal voto riempiva la piazza storica della sinistra romana, appropriandosi di molti temi e icone che il PD ha colpevolmente trascurato fino ad abbandonare (39).
Su queste basi, quanto può essere ragionevole la convinzione con cui a urne chiuse si è cercato (e ancora si cerca) di lasciar passare il messaggio che “se c'era Renzi” le elezioni sarebbero andate diversamente e la vittoria di misura ottenuta da Bersani, sarebbe stata un trionfo certo, avendo come leader il sindaco di Firenze?
Su quali basi Renzi avrebbe dovuto o dovrebbe trionfare, quando nella competizione a cui ha preso parte democraticamente (40) ha perso con un distacco di parecchi punti percentuale? Sulla base delle dichiarazioni di qualche mago indovino? O sulla base di quegli stessi sondaggi che davano il PD nettamente in testa alla Camera e probabile vincitore anche al Senato, se solo fosse riuscito a prevalere in alcune Regioni chiave? Misteri della fede. 

SI PUÒ USCIRE DALLA CRISI, SVOLTANDO A SINISTRA? Bersani ha fatto diversi errori dunque. Quelli più grossi, nei mesi che hanno preceduto il voto, come abbiamo appena visto. Ma, pur avendo indovinato la strategia di fondo nel post-voto, puntando tutto sul governo del cambiamento, un errore senz'altro da evitare è stato quello della definizione di otto punti di programma (41) così vasti — ogni punto, in realtà, è un insieme di ulteriori punti — e generici, da dare adito a facili critiche, piuttosto che ad apprezzamenti.
Ferma restando quella che è la legittima elaborazione programmatica che il PD sceglie di mettere in campo come risposta al risultato elettorale, se si voleva davvero trovare l'accordo politico con una forza notoriamente refrattaria a questo tipo di offerta, come minimo, si sarebbero dovuti mettere sul tavolo uno o più punti del programma dei 5 stelle, sui quali Bersani poteva impegnare la sua coalizione per darne una pronta e immediata realizzazione.
Già a tempo debito noi segnalammo (42) i contenuti “di sinistra” del programma M5S. Recentemente un lavoro di raffronto più articolato sta emergendo nel blog collettivo “Programmi in Movimento” (43).
Di certo c'è un punto preciso del programma grillino — nonché sub-punto del punto 2 della proposta bersaniana — che poteva dare una svolta immediata alla trattativa: il “sussidio di disoccupazione garantito” (44). Partendo da una proposta di legge che è online da circa un anno (45) ed ha già raccolto oltre 50mila firme di adesione (46), si poteva dare enorme concretezza all'ipotesi di accordo, stanziando quei circa 21 miliardi di euro che dovrebbero dare immediato respiro ai tre milioni di disoccupati italiani (47) e contestualmente rilanciare la domanda interna, avviando una conseguente fase di crescita, dopo anni di stagnazione e recessione.
Dare maggiore concretezza alle proposte del governo di cambiamento, scegliendo anche i ministri con una soluzione analoga a quella che già ha spaccato il movimento in occasione dell'elezione del Presidente del Senato (48), avrebbe dato più chance si successo all'iniziativa di Bersani.
Soprattutto, il PD avrebbe dovuto compattamente sostenere il segretario in questa strategia, esplicitando che sulla proposta di cambiamento, in caso di rifiuto dei 5 stelle, il partito avrebbe chiesto la fiducia direttamente ai cittadini italiani, tornando subito a votare. Con il che, i tanti malumori che già si registrano tra gli elettori M5S avrebbero potuto indurre i parlamentari a sganciarsi dai gestori del blog, salvo poi doversi andare subito a confrontare con l'effetto nelle urne di questa montante disaffezione e delusione (49), in caso contrario.
Non è andata così, invece.
In parte perché nel PD c'è una consistente fronda interna che vede di buon occhio l'ipotesi di una sorta di Monti-bis, magari, con altri protagonisti e contenuti leggermente differenziati.
In parte perché quest'ultima opzione non spiaceva nemmeno al Presidente della Repubblica in scadenza di mandato. Non si spiega, altrimenti, l'ostinazione di Napolitano sulla necessità di avere certezza assoluta sulla maggioranza in Senato, già sulla base delle dichiarazioni delle varie forze politiche nei colloqui e il disappunto di Bersani che contava al contrario di riuscire, in qualche modo, a smontare il ridicolo gioco di parole propagandistico su cui si è costruita la strategia dei grillini (che non danno la fiducia, perché non si fidano...) e a bissare, così, il successo dell'operazione Grasso, andando comunque in aula a chiedere la fiducia.
Dunque, ora, sulla carta, abbiamo un potenziale Presidente del Consiglio che è stato messo tra parentesi, visto che il preincarico (50) è ancora formalmente operativo e le due irrituali commissioni di esperti nominate da Napolitano, ufficialmente, hanno il compito di «facilitare la ricerca di indicazioni programmatiche che possano essere condivise dai partiti», stando alle parole di uno dei suoi più autorevoli membri (51).
Che, poi, sia lo stesso Valerio Onida, pochi giorni dopo, restando vittima di uno scherzo telefonico (52), a esprimersi in questi termini sul vero senso di questa singolare operazione, poco meraviglia:
«Serve soltanto a coprire un po' questo periodo di stallo, che è dato dal fatto che in Parlamento non è venuta fuori una soluzione e che l'elezione del nuovo Presidente sarà fra quindici giorni. (...) l'elezione del nuovo Presidente è importante perché il nuovo Presidente potrà non solo fare ulteriori tentativi ma potrà anche dire, al limite, sciolgo le Camere (...) e questo Napolitano non lo può fare».
Era già abbastanza chiaro, insomma, che finché non si sbloccherà la questione dell'elezione del nuovo Presidente della Repubblica, quella del nuovo governo non potrà avere soluzione.
Resta solo da capire, se nei prossimi giorni nel PD prevarrà l'anima filo-berlusconiana (53) o quella movimentista. Non ci azzardiamo a fare previsioni. Segnaliamo soltanto che se si sceglierà di cedere e di provare a giocare, ancora una volta, sul terreno del proprio avversario storico, è facile che questo, alla fine, abbia nuovamente la meglio, avendo un'esperienza e un talento impareggiabile, sul piano della conciliazione della demagogia col perseguimento dei propri interessi specifici.
E gli otto punti della svolta berlusconiana recentemente presentati — in estrema (e incompleta) sintesi: no IMU, no Equitalia, no tasse, presidenzialismo e riforma giustizia — danno già una traccia molto chiara, in tal senso (54).

Giuseppe D'Elia


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(1) http://elezioni.interno.it/camera/scrutini/20130224/C000000000.htm
(2) http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=_JW4CV3n1Xs (3) http://elezioni.interno.it/camera/scrutini/20130224/CJ0000.htm
(4) http://www.unita.it/italia/i-conti-sbagliati-di-grillo-br-primo-partito-e-il-pd-non-m5s-1.490455
(5) http://www.ilsole24ore.com/speciali/2013/elezioni/risultati/politiche/static/italia.shtml
(6) http://www.lindiependente.it/focus/inews/linfinita-agonia-della-sinistra-italiana/14980/
(7) http://cise.luiss.it/cise/2013/03/01/la-perdita-di-consenso-dei-partiti-italiani-e-il-successo-di-un-nuovo-attore-politico/
(8) http://www.youtube.com/watch?v=JKeM5gpLtcI
(9) http://elezionistorico.interno.it/index.php?tpel=C&dtel=09/04/2006&tpa=I&tpe=A&lev0=0&levsut0=0&es0=S&ms=S
(10) http://elezionistorico.interno.it/index.php?tpel=C&dtel=13/04/2008&tpa=I&tpe=A&lev0=0&levsut0=0&es0=S&ms=S
(11) http://www.tmnews.it/web/sezioni/top10/20111104_152941.shtml
(12) http://www.agi.it/politica/notizie/201303192213-pol-rt10319-berlusconi_insiste_sul_governissimo_pd_pdl_per_uscire_recessione
(13) http://www.youtube.com/watch?v=XTqsNr3FgE4
(14) http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/11/berlusconi-marcia-sul-tribunale-con-ricatto/527351/
(15) http://it.wikipedia.org/wiki/Procedimenti_giudiziari_a_carico_di_Silvio_Berlusconi (16) http://www.adnkronos.com/IGN/News/Politica/Quirinale-Berlusconi-capo-Stato-deve-essere-moderato-di-centrodestra_3218841569.html
(17) http://elezionistorico.interno.it/index.php?tpel=G&dtel=15/05/2011&
(18) http://elezionistorico.interno.it/index.php?tpel=G&dtel=15/05/2011
(19) http://elezionistorico.interno.it/index.php?tpel=F&dtel=12/06/2011&tpa=Y&tpe=A&lev0=0&levsut0=0&es0=S&ms=S
(20) http://www.huffingtonpost.it/2013/03/29/m5s-alle-prese-con-la-dur_n_2978844.html
(21) https://www.youtube.com/watch?v=Q4qaPH1FDWI
(22) http://www.corriere.it/politica/13_marzo_14/fico-presidenza-camera_88ccfb78-8ccf-11e2-ab2c-711cc67f5f67.shtml
(23) http://www1.interno.gov.it/mininterno/liste_candidati_camera/C_Campania_1.pdf
(24) http://www.tmnews.it/web/sezioni/top10/20120521_184909.shtml
(25) http://www.giornalettismo.com/archives/303268/grillo-sondaggi-monti/
(26) http://notizie.tiscali.it/articoli/politica/12/06/15/sondaggio-grillo-ascesa.html
(27) http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/12/movimento-5-stelle-grillo-espelle-giovanni-favia-e-federica-salsi/443548/
(28) http://www.youtube.com/watch?v=YiBtBlKtanU&t=5m32s
(29) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-03-07/grillo-time-vogliamo-parlamento-132558.shtml?uuid=AbvTNlbH
(30) http://www.beppegrillo.it/2013/04/perche_hai_votato_per_il_m5s/index.html
(31) http://m.friendfeed-media.com/3ddb8c50acb497783395da8c6f9906a9449840b6
(32) http://www.lindiependente.it/focus/inews/beppe-grillo-e-una-pericolosa-idea-di-trasparenza/15675/
(33) http://www.beppegrillo.it/2013/03/schizzi_di_merda_digitali.html
(34) http://www.beppegrillo.it/movimento/iscriviti.php
(35) http://www.lastampa.it/2012/09/22/italia/politica/vendola-e-di-pietro-rilanciano-la-foto-di-vasto-vDzbvgdgEun255VjnMvEmL/pagina.html
(36) http://www1.interno.gov.it/mininterno/RIVOLUZIONE_CIVILE_-_PROGRAMMA.PDF
(37) http://elezionistorico.interno.it/index.php?tpel=E&dtel=07/06/2009
(38) http://elezioni.interno.it/camera/scrutini/20130224/C000000000.htm
(39) http://friendfeed.com/la-stanzetta-dei-bottoni/607988a6/poi-e-normale-che-strappa-voti-anche-alla
(40) http://it.wikipedia.org/wiki/Elezioni_primarie_di_%22Italia._Bene_Comune%22_del_2012
(41) http://www.repubblica.it/politica/2013/03/06/news/scheda_otto_punti_bersani-53971115/
(42) http://www.lindiependente.it/scritti-politici/chi-ha-paura-del-cambiamento-2/7238/
(43) http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/pmovimento/
(44) http://www.carrara5stelle.it/programma-movimento-5-stelle-economia.html
(45) http://www.redditogarantito.it/#!/proposta-di-legge
(46) http://www.controlacrisi.org/notizia/Welfare/2013/2/13/31208-reddito-minimo-garantito-raggiunte-le-50mila-firme-per-la/
(47) http://www.repubblica.it/economia/2013/03/01/news/lavoro_a_gennaio_3_milioni_di_disocupati_istat/
(48) http://www.blogo.it/news/politica/redazione/16001/bersani-si-prende-un-po-di-grillini-il-pdl-si-arena-su-monti/
(49) https://www.facebook.com/notes/andrea-baio/caro-grillo-a-fanculo-stavolta-ti-ci-mando-io/10151369651885920
(50) http://www.adnkronos.com/IGN/News/Politica/Da-Napolitano-pre-incarico-a-Bersani_3213927816.html
(51) http://www.repubblica.it/ultimora/24ore/governo-onida-preincarico-a-bersani-non-e-finito/news-dettaglio/4324484
(52) http://www.youtube.com/watch?v=b13549o5n7E
(53) http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2013/04/06/Franceschini-ora-dialogo-Pdl_8510773.html
(54) http://www.ilpopolodellaliberta.it/notizie/25636/berlusconi-otto-proposte-per-dare-uno-shock-al-pese

venerdì 14 dicembre 2012

C’ERA UNA VOLTA LA DEMOCRAZIA? [4 di 4]

(segue) Con l’ennesima (ipotesi di) discesa in campo di Silvio Berlusconi, la cronaca di questi giorni ci ha permesso di comprendere già abbastanza bene come si potrebbe delineare la campagna elettorale che, a questo punto, dovrebbe portare l’Italia al voto anticipato, nella seconda metà di febbraio (63). La scelta del PDL di non votare la fiducia al governo Monti, senza sfiduciarlo espressamente (64), in effetti, è stata un chiaro segnale di una precisa strategia politica: condurre una campagna elettorale anti-governativa e anti-europea, da giocare sull’ondata del malcontento popolare, radicatosi in quest’ultimo anno di stretta rigorista. Monti, ovviamente, lo ha capito subito e ha giocato d’anticipo, rassegnando le proprie dimissioni al Capo dello Stato (65), garantendo comunque tutto il proprio impegno per l’approvazione delle normative di bilancio, onde evitare che le conseguenze della crisi di governo possano essere “ancora più gravi”. Una scelta che, come dicevamo, è parsa a molti commentatori politici come il preludio di una vera e propria candidatura del tecnico bocconiano, che in questo modo dismetterebbe (finalmente!) i panni della figura al di sopra delle parti.

Ma prima di provare a tratteggiare il quadro del complesso scenario politico ― nella partita a scacchi tra i due leader conservatori, la più recente contromossa del Cavaliere si è tradotta in un pubblico annuncio di ritiro della sua candidatura, qualora Mario Monti sciogliesse la riserva, decidendo di prendere parte alla prossima competizione elettorale (66) ― che ci riservano questi due mesi circa di campagna elettorale, va sottolineato subito che nei giorni scorsi è accaduto esattamente ciò che un anno fa veniva dipinto come un’eventualità dall’esito tragico quasi certo: governo privo di uno stabile sostegno parlamentare maggioritario e, quindi, conseguente e imminente scioglimento anticipato delle camere, con Berlusconi che sembrava ormai pronto a lanciarsi in una campagna elettorale ultra-nazionalista, contro Monti e il complotto tedesco escogitato per farlo fuori (67) e altre enormità di questo genere.

Al momento, però, del paventato scenario di devastazione finanziaria non vi è traccia: qualche turbolenza in apertura di mercati a inizio settimana, ma niente di trascendentale (68), nonostante la concomitanza con le aste dei titoli pubblici nazionali, che, anzi, in realtà, hanno ottenuto risultati decisamente incoraggianti (69).

E tutto questo non dovrebbe sorprendere, semplicemente, perché rappresenta un’ulteriore conferma del ruolo decisivo che in materia ha avuto la strategia della BCE.

In proposito, ci sembra molto utile trascrivere per esteso la parte più significativa dell’ottima analisi di Davide Maria De Luca (70), uscita su Il Post di un paio di mesi fa:
«Il piano di Draghi si chiama Outright Monetary Transaction ed è un piano per acquistare una quantità non determinata in anticipo di titoli di stato, con una scadenza (“maturità”, con termine tecnico) da uno a tre anni, emessi da paesi in difficoltà. Gli acquisti avverranno: 1. sul mercato secondario; 2. saranno sottoposti ad alcune condizioni; 3. saranno sterilizzati. Ecco cosa significano queste condizioni, in parole semplici. Che cos’è il mercato secondario Il mercato secondario è quel “posto” dove i titoli di stato vengono scambiati giorno per giorno. I titoli arrivano sul mercato secondario dopo che sono stati venduti all’asta dai vari paesi emettitori. In altre parole, lo stato vende i suoi titoli durante un certo numero di aste nel corso di un anno. Chi compra i suoi titoli poi li può scambiare con altri privati tutti i giorni sul cosiddetto mercato secondario. Le quotazioni con le quali vengono scambiati i titoli sul mercato secondario influenzano direttamente i prezzi ai quali i nuovi titoli di stato saranno piazzati alle aste ufficiali dei vari paesi. Se la BCE avesse deciso di intervenire sul mercato primario, cioè alle aste in cui i governi offrono i loro titoli al mercato (una cosa che per statuto non può fare) avrebbe finanziato direttamente i governi in crisi. L’Italia, per esempio, avrebbe potuto emettere 100 titoli e la BCE, comprandone 50, avrebbe “stampato denaro” per finanziare il governo italiano. Agendo solo sul mercato secondario, invece, la BCE agisce quando oramai il titolo è già stato acquistato da un privato, non finanzia direttamente lo Stato, ma agisce calmierando (cioè mantenendo bassi) i prezzi dei titoli in modo che restino bassi anche in occasione delle aste ufficiali, permettendo così ai governi di finanziarsi sempre presso i privati, ma a un costo più basso. Quali saranno le condizioni Uno dei problemi principali di tutti i programmi di acquisto di titoli di stato di paesi in difficoltà, e di ogni altra forma di aiuto finanziario, è il cosiddetto “azzardo morale”, quel fenomeno per cui se chi ha commesso un errore (come spendere più soldi di quanti ne ha guadagnati) viene salvato si crea un incentivo a rifare lo stesso errore. Questo è il punto spesso sollevato dai tedeschi, che chiedono misure di austerità in cambio dell’aiuto proprio per evitare l’azzardo morale. Per questo motivo il piano di acquisto annunciato dalla BCE sarà condizionale, cioè la banca centrale proseguirà con i suoi acquisti di titoli di stato solo se il paese soddisferà determinate condizioni in materia di disciplina dei conti. Non è stato ancora specificato cosa e quando la BCE chiederà di fare per continuare l’acquisto. La decisione di iniziarlo o di sospenderlo sarà comunque presa autonomamente dal consiglio della BCE. Che cosa vuol dire “sterilizzati” Quando la BCE acquista dei titoli di stato deve creare del denaro per farlo (anche se raramente lo stampa fisicamente). Creare denaro, però, può causare inflazione in certe situazioni e il timore di un’inflazione fuori controllo è, insieme all’azzardo morale, uno dei principali timori dei tedeschi che siedono nel consiglio della BCE. Il modo con il quale si cerca di evitare l’inflazione quando la BCE fa degli acquisti si chiama sterilizzazione. Per sterilizzare un suo acquisto una banca centrale, semplicemente, riprende con la mano sinistra il denaro che sta distribuendo con la destra. Il metodo più utilizzato per farlo, e che verrà usato anche in occasione di questo programma, è quello di chiedere alle banche di aumentare la riserva di denaro che per legge tutte le banche hanno depositato presso la BCE (su questa riserva la BCE paga alle banche un interesse molto basso). L’incremento di questa riserva è più o meno corrispondente alla quantità di denaro creato per acquistare i bond. In questo modo gli aggregati monetari (cioè la quantità di moneta in circolo) non cambiano molto e l’inflazione dovrebbe venire evitata (anche se in proposito ci sono dei dubbi da parte di alcuni economisti)».
A questo punto, è del tutto evidente che la partita speculativa che si è svolta nei mesi scorsi non vedeva crescere i tassi di interesse dei nostri titoli del debito pubblico, per la sua entità: ovvero per l’entità del debito in valore assoluto e in rapporto al PIL nazionale. Questi valori, come è noto, sono particolarmente elevati già da diversi anni (71). Se l’anno scorso i titoli di debito italiano sono stati collocati con una certa difficoltà sul mercato, nonostante avessero raggiunto tassi di interesse vantaggiosissimi che si aggiravano intorno al 7% (72), la ragione principale era la prospettiva dell’investitore di ritrovarsi non tanto con un titolo non esigibile in portafoglio, quanto piuttosto con un titolo che rischiava di valere molto meno nell’eventualità (a quel tempo) non remota che l’Italia dovesse uscire dall’euro, ritrovandosi in breve tempo con una diversa moneta nazionale considerevolmente svalutata.

Quando quest’estate Mario Draghi dà l’annuncio che l’euro è da considerare “irreversibile” (73) e poi vara per la tenuta dell’unione monetaria quei meccanismi che abbiamo analizzato poc’anzi, è evidente che il rischio uscita dall’euro diventa, nella sostanza, pressoché inesistente e se residua ancora un margine per le attività speculative sui titoli di debito nazionali, ciò è dovuto proprio alla struttura del meccanismo escogitato dalla BCE. Un meccanismo che, per assicurare l’uniformità della politica monetaria, prevedesse l’acquisto automatico dei titoli, in presenza di determinate fluttuazioni negli spread, di fatto, azzererebbe i margini di manovra speculativa. Il meccanismo dell’OMT, invece, prevedendo la richiesta dello Stato membro e una trattativa per il rispetto delle condizionalità suddette (74), lascia aperto un certo margine di manovra agli speculatori, stante l’ovvia riottosità di qualunque Stato democratico a sottoporsi a programmi pluriennali di politica economica dettati da organismi internazionali che non rispondono a nient’altro che alla propria coscienza e alle proprie convinzioni.

Dovrebbe essere, quindi, ancor più chiaro il nostro ripetuto caveat sui limiti di una moneta unica senza uno Stato unico e con una Banca centrale che non può fare da prestatore di ultima istanza, ma deve ricorrere, per calmierare i tassi di interesse, a complessi meccanismi come quello della transazione monetaria diretta, fin qui analizzato.

Ma se qualcuno conservasse delle perplessità residue, in proposito, forse, può essere risolutivo questo interessante passaggio di un articolo di Domenico Moro, uscito in piena estate su Pubblico (75):
«L’attuale debito pubblico italiano si formò tra gli anni ’80 e ’90, passando dal 57,7% sul PIL nel 1980 al 124,3% nel 1994. Tale crescita, molto più consistente di quella degli altri Paesi europei, non fu dovuta ad una impennata della spesa dello Stato, che rimase sempre al di sotto della media della UE e dell’eurozona e, tra 1991 e 2005, sempre al di sotto di quella tedesca. Nel 1984 l’Italia spendeva ― al netto degli interessi sul debito ― il 42,1% del PIL, che nel 1994 era aumentato appena al 42,9%. Nello stesso periodo la media Ue (esclusa l’Italia) passò dal 45,5% al 46,6% e quella dell’eurozona passò dal 46,7% al 47,7%. Da dove derivava allora la maggiore crescita del debito italiano? Dalla spesa per interessi sul debito pubblico, che fu sempre molto più alta di quella degli altri Paesi. La spesa per interessi crebbe in Italia dall’8% del PIL nel 1984 all’11,4%, livello di gran lunga maggiore del resto d’Europa. Sempre nello stesso periodo la media UE passò dal 4,1% al 4,4% e quella dell’eurozona dal 3,5% al 4,4%. Nel 1993 il divario tra i tassi d’interesse fu addirittura triplo, il 13% in Italia contro il 4,4% della zona euro e il 4,3% della UE. La crescita dei debiti pubblici dipende da molte cause, soprattutto dalla necessità di sostenere le crisi e la caduta dei profitti privati che, dal ’74-75, caratterizzano ciclicamente i Paesi più avanzati. Tuttavia, è evidente che politiche sbagliate di finanza pubblica possono rendere ingestibile la situazione del debito, come è avvenuto in Italia. Visto che l’entità dei tassi d’interesse sui titoli di stato, ovvero quanto lo Stato paga per avere un prestito, dipende dalla domanda dei titoli stessi, l’eliminazione di una componente importante della domanda, quale è la Banca centrale, ha avuto l’effetto di far schizzare verso l’alto gli interessi e, quindi, di far esplodere il debito totale. Inoltre, la mancanza del cordone protettivo della Banca d’Italia espose il nostro debito alle manovre speculative degli investitori internazionali».
Questi numeri, da un lato smentiscono la vulgata propagandistica anti-Welfare nota come “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità” (76) o nel “mondo di favola”, per dirla come Draghi, ma dall’altro testimoniano, al di là di ogni ragionevole dubbio, quanto possa essere fuori dalla realtà la propaganda berlusconiana di ritorno, che ha dato un primo assaggio di una eventuale (ed ennesima) campagna elettorale col vecchio premier ancora in prima linea, proprio all’inizio di questa settimana: lo spread sarebbe un imbroglio, perché ― secondo il grande statista di Arcore ― non importa nulla di quanti interessi si pagano sul debito pubblico (77).

E in uno scenario politico in cui la destra italiana non riesce ancora a prendere definitivamente le distanze da un leader imbolsito e incattivito, che non solo non gode più dello straordinario consenso di una volta, ma che non può nemmeno più contare del fido asse con la Lega Nord (78), una sinistra degna di questo nome potrebbe condurre in porto una campagna elettorale vincente, con estrema facilità, se solo riuscisse a riconnettersi col proprio popolo e avesse il coraggio di sposare e difendere la causa della classe lavoratrice, dalle politiche di spoliazione messe in campo dalla classe dominante.

Sul punto, c’è un passaggio molto incisivo del testo di Gallino citato in apertura di discorso. Vale la pena di leggerlo con estrema attenzione, perché dà la misura di quanto sia rilevante questa partita politica e di cos’è che contribuisce pesantemente a mettere in sofferenza i pubblici bilanci:
«Negli Stati Uniti, ad esempio, il presidente Bush all’inizio degli anni Duemila ha introdotto degli sgravi fiscali che hanno permesso al 5-10% delle famiglie con il reddito più alto di risparmiare ciascuna, in media, centinaia di migliaia di dollari di imposte l’anno, mentre per il restante 90%della popolazione il vantaggio fiscale si è aggirato intorno ai 1000 dollari o poco più. In Francia, il presidente Sarkozy ha ridotto notevolmente sia la tassa sulle successioni sia quella che si chiama l’imposta sulle grandi fortune. Anche qui, una porzione della popolazione compresa tra il 5 e il 10% ha goduto di sgravi che si sono aggirati in media sulle centinaia di migliaia di euro. A questo riguardo, nel 2010 è stato pubblicato un rapporto destinato all’Assemblea francese,prodotto da uno degli uffici interni dell’Assemblea stessa,in cui si notava che in dieci anni, dal 2000 al 2009, gli sgravi fiscali ― concessi in misura quasi totale soprattutto ai ricchi ― avevano comportato tra i 101 e i 120 miliardi di euro di mancate entrate. In dieci anni, questa somma colossale ha contribuito a svuotare le casse dello Stato e a rendere perciò indispensabili ― questa la conclusione del governo ― tagli alle pensioni, alla sanità, alla scuola, al personale della pubblica amministrazione. Ciò allo scopo di ridurre un onere per lo Stato che, così sostiene non solo il governo francese ma ogni governo di centro-destra e parecchi di centro-sinistra (vedi i casi di Grecia e Spagna),nella situazione attuale tutti debbono concorrere a ridurre. L’ironia delle cifre vuole che in Francia i suddetti tagli dovrebbero ammontare, secondo quanto ha dichiarato il primo ministro Francois Fillon ai primi di novembre 2011,a circa 100 miliardi…» (79).
E sia ben chiaro: quando si tagliano servizi pubblici essenziali come pensioni, sanità e istruzione, non si elimina alcuno “spreco” ma si mette semplicemente sul mercato una domanda considerevole di servizi ― quote tanto più elevate, quanto più a fondo si procede con l’opera di riduzione dei benefici erogati dal settore pubblico ― sui quali chi ha capitali da investire può lucrare ingenti profitti. Con il che la classe dominante ci guadagna due volte: con la riduzione della propria quota di contribuzione sul versante delle entrate pubbliche e con le occasioni di investimento. Sperando altresì che il riassorbimento, da parte del settore privato, delle quote di posti di lavoro tagliate nel pubblico, non lasci a casa troppi lavoratori, considerati superflui.

In un Paese, in cui l’Istat (80) certifica che (dati 2011) «il 28,4% delle persone residenti è a rischio povertà o esclusione sociale» ― rischio che è «in crescita di 2,6 punti percentuali rispetto al 2010» oltre ad essere «più elevato rispetto a quello medio europeo (24,2%), soprattutto per la componente della severa deprivazione (11,1% contro una media dell’8,8%)» ― e il Censis (81) ci dà la misura esatta di quali effetti produce questa lotta di classe condotta dall’alto verso il basso, dato che «la quota di famiglie con una ricchezza netta superiore a 500.000 euro (…) è praticamente raddoppiata, passando dal 6% al 12,5%, mentre la ricchezza del ceto medio (cioè le famiglie con un patrimonio, tra immobili e beni mobili, compreso tra 50.000 e 500.000 euro) è diminuita dal 66,4% al 48,3%», come è possibile che la sinistra non imposti la propria campagna elettorale e il proprio progetto di cambiamento del Paese proprio sulla risoluzione di queste disuguaglianze e di questi problemi?

Una sinistra che sappia parlare ai 3 milioni di disoccupati e agli altrettanti precari, nonché alle migliaia e migliaia di cassintegrati e di esodati e, assieme a loro, a tutto il mondo del lavoro in sofferenza pluriennale, per ricostruire, nel corso della prossima legislatura, un tessuto produttivo in crisi permanente, anche attraverso un oculato intervento del settore statale nell’economia. Una sinistra che vari un programma pubblico di assunzioni e stabilizzazioni nei comparti giustizia, sanità e istruzione. Una sinistra che punti ad avere le eccellenze nel settore pubblico, a cominciare dalla ricerca scientifica, in modo tale da essere anche un punto di riferimento e uno stimolo competitivo per gli omologhi settori privati di competenza. Una sinistra che introduca finalmente anche in Italia come quasi ovunque nel resto d’Europa una forma di sussidio universale per la disoccupazione involontaria (si chiami o meno “reddito minimo garantito” (82), è la sostanza dell’intervento normativo quello che conta). Una sinistra che si impegni strenuamente per recuperare le risorse necessarie per queste voci di spesa, azzerando i 60 miliardi di costi della corruzione nel settore pubblico e abbattendo l’enorme mole dell’imponibile evaso (83), chiedendo, per tutto quello che manca, il contributo ― anche temporaneo ― dei ceti che negli ultimi decenni hanno solo accumulato ricchezze, sovente portandole pochi chilometri oltre frontiera (84).

Una sinistra che voglia impegnarsi seriamente su questo modello di cambiamento, insomma, come può mai pensare che nel perseguimento di questi obiettivi, Mario Monti ― in questi giorni perfettamente a suo agio a colloquio coi conservatori del PPE, che non gli hanno fatto mancare pubblici attestati di stima (85) ― rappresenti una risorsa e non un ostacolo?

Quando Bersani afferma (86) che Monti, per lui, deve «continuare ad avere un ruolo per il nostro Paese» (“il giorno dopo le elezioni, se toccasse a me, il primo colloquio vorrei farlo con Monti per ragionare assieme. Non posso dargli io la destinazione d’uso”), è mai possibile che abbia già dimenticato che lui stesso ha affermato per oltre un anno che il sostegno del PD al governo tecnico, non implicava piena adesione a tutti i provvedimenti votati? Cosa intende per “ruolo”, Bersani? Vuole proporlo come prossimo Presidente della Repubblica o vuole affidargli il ministero dell’economia? Se il ruolo fosse “di governo”, questo significa che la querelle alla base dell’alleanza con la sinistra di Vendola ― la continuità o la discontinuità con l’operato del governo Monti (87) ― è stata infine risolta, azzerando in partenza ogni speranza di rinnovamento nel senso del progresso sociale e dell’inversione delle politiche degli ultimi decenni?

Un Monti che, giusto un paio di settimane fa (88), metteva nel mirino il Servizio Sanitario Nazionale, iniziando a parlare di insostenibilità dei conti ― esattamente la stessa strategia attuata a suo tempo con le pensioni ― si muove evidentemente nel solco della continuità rispetto a quell’opera di progressivo smantellamento del Welfare State che qui abbiamo ripetutamente denunciato. E ciò al di là delle smentite di prammatica, fatte per smorzare il tono delle inevitabili polemiche che ne sono conseguite.

Davvero la sinistra italiana non si ritiene all’altezza di poter far valere, autonomamente, le proprie ragioni in Europa, senza coinvolgere direttamente Mario Monti nella prossima legislatura?

O il Partito Democratico, più che con la sinistra (italiana ed europea), si sente ormai in linea con il Partito Popolare Europeo? È questa la convergenza post-elettorale del campo progressista coi liberali europeisti di cui parla la Carta di intenti (89) dell’alleanza tra PD e SEL, con la partecipazione testimoniale del micropartito socialista italiano?

Se nel 2013 entrasse effettivamente in vigore il cosiddetto fiscal compact (90), il PD come vorrà conseguirlo l’obiettivo della riduzione del rapporto tra debito pubblico e PIL al 60% (in Italia, quindi, del suo dimezzamento)? Svendendo il patrimonio del demanio pubblico o facendo pagare finalmente le tasse (anche) a tutti gli evasori, secondo criteri molto progressivi?

Non si può mettere in discussione nulla degli attuali assetti comunitari? Essere europeisti significa azzerare il dibattito politico e aderire ad un qualche modello di pensiero unico?

Si potrà ragionevolmente sottolineare, ad esempio, che fissare un arco temporale predefinito e immutabile per allineare diversi debiti sovrani a un tetto predeterminato, di fatto, mette gli Stati più indebitati in una condizione di difficoltà enorme? E, per tutto quello che abbiamo visto nelle righe precedenti, con che coraggio si può pretendere che si proceda con tagli della spesa pubblica, anche in presenza di fasi recessive dell’economia?

Ci si potrà battere per modificare l’operato della BCE, facendo sì che questa possa anche finanziare direttamente gli Stati, stampando moneta, pur muovendosi nell’ottica di una politica ispirata, tendenzialmente, al contenimento dell’inflazione? O bisogna permettere alla Banca centrale di mantenere l’attuale potere di orientare le politiche nazionali, ogni volta, che si rende necessario un suo intervento calmierante nel senso della OMT, come l’abbiamo opportunamente analizzata poc’anzi?

Interrogativi, questi, che ― in ultima analisi ― rispondono tutti a una non più eludibile domanda di fondo: esiste ancora un principio democratico nella nostra civiltà europea? Perché se c’è un elemento che più di ogni altro caratterizza un sistema democratico è proprio questo: la concreta ed effettiva possibilità di scegliere, di volta in volta, col consenso maggioritario, tra almeno due opzioni politiche alternative e differenti.

E la cosa più inquietante, in tutto questo, è che proprio nel momento in cui la destra partitica ― che in Italia governa dal 2001, se si esclude la breve e controversa parentesi del biennio del Prodi bis ― è debole e frammentata come mai era accaduto nel corso della seconda Repubblica, il PD, il grande partito di centrosinistra, forse, l’unico partito italiano di massa, ora come ora, decide di stringere una sola alleanza numericamente significativa con altre forze politiche di area (stante l’inconsistenza dei socialisti, quella con SEL, ovviamente) e invece di cavalcare l’onda del relativo successo delle primarie, provando a offrire all’intero e frammentato universo del lavoro subordinato una speranza di riscatto e di cambiamento, continua a guardare a Monti e al suo gruppo sociale di riferimento, come perno centrale per la definizione dell’immediato futuro di questo Paese.

Dunque, al momento, lo scenario elettorale è il seguente: si voterà anticipatamente, tra un paio di mesi, con la tanto vituperata legge elettorale ― la 270/2005 (91) ― che il suo stesso autore ebbe a definire, a suo tempo, esattamente nei termini di una “porcata”. Di conseguenza, non solo si ignorerà «l’esigenza di considerare con attenzione gli aspetti problematici della legislazione prevista nel 2005, con particolare riguardo all’attribuzione di un premio di maggioranza, sia alla Camera dei deputati che al Senato della Repubblica, senza che sia raggiunta una soglia minima di voti e/o di seggi», sottolineata a suo tempo dalla Corte costituzionale, ma probabilmente si verificherà, ancora una volta, una situazione simile a quella che impedì al secondo governo Prodi di chiudere la legislatura del 2006. Se, infatti, la coalizione ristretta voluta dal PD dovesse confermare i risultati (anche i più rosei) fin qui sondati, c’è il rischio concreto di avere una maggioranza di governo solamente alla Camera, grazie al surplus di seggi che viene assegnato a chiunque prenda un voto in più delle liste concorrenti. Ma poiché il meccanismo dei premi di maggioranza, al Senato, prevede un’assegnazione su base regionale, lì ― dove, tra l’altro, le soglie di sbarramento sono irragionevolmente più alte ― è assai probabile che il PD con SEL (come già l’Unione di Prodi, con numeri ben più consistenti) non riesca ad avere una maggioranza nemmeno risicata.

A questo punto, l’apertura a destra è quasi inevitabile: tutt’al più resta da capire se ci si potrà appoggiare a una rappresentanza parlamentare montiana (o centrista, se lo si preferisce) o se, nel caso di presentazione con lista autonoma dai berlusconiani, i sostenitori di Monti rischino addirittura di non eleggere senatori, rendendo così determinante, per la formazione del prossimo governo, proprio l’apporto di voti del partito di Berlusconi, qualunque sarà il suo nome.

Fuori da una vittoria netta della coalizione tra PD e SEL, infatti, uno spazio concreto e sicuro per eventuali alleanze post-voto che non comportino uno slittamento a destra della lista guidata da Bersani, allo stato attuale delle cose, non pare esserci.

Salvo crolli di consenso, conseguenti a una serie di brutti scivoloni che prolunghino quelli già fin qui registrati, il M5S dovrebbe riuscire in ogni caso a eleggere la sua rappresentanza parlamentare. Rappresentanza che, però, non farà alleanze con nessun’altra forza politica. E, al di là di qualunque ― a nostro avviso del tutto legittima ― riserva che si possa avere sui metodi padronali e autoritari (93) con cui Grillo sta gestendo il partito (tra l’altro, in aperta contraddizione coi suoi stessi principi ispiratori), va detto che l’episodio negativo politicamente più rilevante è stato il clamoroso insuccesso delle consultazioni online con cui il Movimento ha selezionato i propri candidati. Qui c’è poco da controbattere al dato numerico: se un movimento politico che si batte per promuovere la democrazia diretta da realizzare per mezzo di internet, alla prima consultazione con questo metodo riesce a coinvolgere poche decine di migliaia di elettori (94) su un corpo elettorale di oltre 50 milioni, il fallimento è in re ipsa.

Resta allora una sola remota possibilità al centrosinistra bersaniano per non dover chiedere i voti a destra, nel caso in cui gli elettori non gli concedessero direttamente una netta maggioranza. La possibilità sarebbe quella di un imprevisto successo del progetto che si va concretizzando attorno allo slogan “cambiare si può” (95): una coalizione di persone, movimenti e partiti “di sinistra” che si propongono di dare delle risposte assai più nette, di quelle fornite dal centrosinistra, ai tanti interrogativi che abbiamo precedentemente elencato.

Il potenziale bacino elettorale non è irrilevante: anche contando solo i voti dei partiti che negli scorsi anni incalzavano “da sinistra” il PD, si dovrebbe oscillare tra i 3 e i 4 milioni di potenziali elettori. Voti che, in percentuale, sarebbero tanto più pesanti, quanto più alta dovesse essere l’astensione. Per fare un esempio puramente indicativo, usando come riferimento i risultati delle ultime elezioni europee (96), se questa ipotetica lista unitaria “cambiare si può” riuscisse a intercettare il voto di tutto l’elettorato post-comunista e di quello dell’Italia dei Valori, a parità di votanti (con un’astensione del 35%, quindi), si registrerebbe un risultato più che soddisfacente: 4,5 milioni di voti, pari al 14,5%. La lista unitaria delle sinistre per il cambiamento eleggerebbe così i propri rappresentanti in entrambe le camere, offrendo all’alleanza tra PD e SEL una possibile sponda per connotare il futuro governo di un profilo più smaccatamente progressista.

Inutile dire che se è vero che, potenzialmente, il bacino elettorale di riferimento potrebbe essere infinitamente più consistente ― basti pensare ai 27 milioni di sì che nel 2011 hanno abrogato quattro leggi del governo Berlusconi (97), ridando vitalità all’istituto referendario dopo ripetuti fallimenti per carenza di partecipazione al voto ― il limite oggettivo di questa proposta politica sta tutto nel fattore tempo. A due mesi dal voto, ci sono tante idee interessanti dal punto di vista dei contenuti, ma non c’è ancora un programma vero e proprio e una decisione definitiva su nome, simbolo, candidature e ― dettaglio decisivo ― raccordo operativo coi partiti interessati già esistenti: se infatti la tattica di formare una coalizione di soggetti politici, unendo PdRC, IDV, Verdi a una (98) o più liste dei movimenti, ha l’indubbio vantaggio di minimizzare il rischio della poca riconoscibilità del nuovo nome e del nuovo simbolo, qualora si optasse per una sola lista unitaria; in negativo, questa tattica si connota per il correlativo doppio svantaggio di disperdere l’effetto novità, oltre a comportare la necessità di dover superare soglie di sbarramento più alte sia alla Camera che al Senato (dove addirittura la soglia per la coalizione diventa un proibitivo 20%).

Su queste basi, le speranze di chi immagina una terza Repubblica, fondata sull’eguaglianza, in cui, finalmente, per la prima volta dal 1948 ad oggi, il governo metta per (almeno) cinque anni gli interessi del lavoro al primo posto, sono appese ad un filo assai sottile. Un filo che, purtroppo, potrebbe spezzarsi da un momento all’altro.

Un’altra Europa e un altro mondo non sono impossibili. Ma per cambiare democraticamente, in meglio, il più delle volte, non basta la sola buona volontà.

Giuseppe D'Elia

 per L'Indiependente.it    
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(63) http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE8B904B20121210

(64) http://www.tmnews.it/web/sezioni/top10/20121207_073920.shtml

(65) http://www.corriere.it/politica/12_dicembre_08/monti-pronto-alle-dimissioni_31153baa-4177-11e2-b1cb-f72c456506f7.shtml

(66) http://pubblicogiornale.it/politica/berlusconi-passo-indietro-monti-moderati/

(67) http://m.friendfeed-media.com/f4447000a25fc117c46017aff394f3e43ed11356

(68) http://finanza-mercati.ilsole24ore.com/azioni/analisi-e-news/tutte-le-news/news-radiocor/news-radiocor.php?PNAC=nRC_11.12.2012_11.10_15020883

(69) http://www.repubblica.it/economia/finanza/2012/12/12/news/spread_apertura_stabile_a_341_punti-48571901/ + http://borsaitaliana.it.reuters.com/article/businessNews/idITMIE8BC00120121213?sp=true

(70) http://www.ilpost.it/2012/09/08/e-quindi-e-finita-la-crisi/

(71) http://www.dt.tesoro.it/it/debito_pubblico/_link_rapidi/debito_pubblico.html

(72) http://www.repubblica.it/economia/finanza/2011/11/15/news/vola_lo_spread_con_i_btp_al_6_8

(73) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-07-21/draghi-euro-irreversibile-unione-121523.shtml?uuid=AbUMuVBG

(74) http://www.forexinfo.it/OMT-cos-e-e-come-funziona-il-piano

(75) http://keynesblog.com/2012/08/31/le-vere-cause-del-debito-pubblico-italiano/

(76) https://www.google.it/search?client=ubuntu&channel=fs&q=%22abbiamo+vissuto+al+di+sopra+delle+nostre+possibilit%C3%A0%22

(77) http://www.youtube.com/watch?v=cQJSMgBDALc&t=0m27s

(78) http://www.repubblica.it/politica/2012/12/12/news/ultimatum_maroni_a_berlusconi

(79) http://m.friendfeed-media.com/5891a96a0417b4eaf673f01268a292381782894b

(80) http://ansamed.ansa.it/ansamed/it/notizie/rubriche/economia/2012/12/10/Crisi-Istat-oltre-quarto-italiani-rischio-poverta-_7931084.html

(81) http://www.agi.it/in-primo-piano/notizie/201212071004-ipp-rt10041-censis_redditi_come_20_anni_fa_si_vendono_gioielli_famiglia

(82) http://www.redditogarantito.it/#!/home

(83) http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/15/i-trecento-miliardi-che-lo-stato-non-vuole-mafiosi-corrotti-ed-evasori-ringraziano/151628/

(84) http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2012-11-21/grilli-frena-patto-rubik-064024.shtml?uuid=Ab0ZYx4G

(85) http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/13/monti-a-sorpresa-al-vertice-ppe-faccia-a-faccia-con-berlusconi-e-merkel/445112/

(86) http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/13/bersani-dopo-voto-apro-al-centro-monti-deve-avere-ruolo-se-vinco/444880/

(87) http://www.unita.it/notizie-flash/pd-vendola-vogliamo-che-sia-in-discontinuita-con-monti-1.431490

(88) http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/politica/2012/11/27/Monti-rischio-Ssn-_7863855.html

(89) http://www.partitodemocratico.it/doc/240622/3-europa.htm

(90) http://it.wikipedia.org/wiki/Patto_di_bilancio_europeo

(91) http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Calderoli

(92) http://www.lastampa.it/2012/12/12/italia/politica/grillo-espelle-salsi-e-favia-KWXsGkNIkpZbcWfSyX9HUK/pagina.html

(93) https://www.youtube.com/watch?v=yGEYlSgrwaw&t=0m09s

(94) http://www.beppegrillo.it/2012/12/i_risultati_delle_parlamentarie/index.html

(95) http://friendfeed.com/seideegiapulp/3703c40c/cambiaresipuo-qualcosa-di-sinistra-un

(96) http://elezionistorico.interno.it/index.php?tpel=E&dtel=07/06/2009&tpa=Y&tpe=A&lev0=0&levsut0=0&es0=S&ms=S

(97) http://it.wikipedia.org/wiki/Referendum_abrogativi_del_2011_in_Italia

(98) http://www.movimentoarancione.com/

giovedì 13 dicembre 2012

C’ERA UNA VOLTA LA RIVOLUZIONE LIBERALE (PER UN NUOVO MIRACOLO ITALIANO) [3 di 4]

(segue) Se l’economia reale va male, quanto meno, andrebbe riconosciuta l’efficacia dell’azione di governo rispetto al temibile spauracchio dello spread, si obietterà. D’altra parte, a inizio dicembre, l’obiettivo del dimezzamento di questo indicatore, rispetto al dato con cui Monti si era ritrovato a doversi confrontare all’inizio del suo mandato, sembrava davvero realizzabile, essendo sceso, finalmente, sotto la soglia dei 300 punti. E, non a caso, il prudente economista bocconiano era arrivato a sbilanciarsi pubblicamente, esprimendosi esattamente in questi termini (34):
«Desidero confessare che per me c’è un livello di spread a 287 punti base che rappresenta un obiettivo e che spero sia presto toccato».
Riccardo Realfonzo, però, sul punto, rende finalmente esplicito ciò che più volte abbiamo sottolineato nel corso delle nostre riflessioni presenti e passate: il ruolo decisivo della BCE, nella partita.
«Effettivamente, nei giorni scorsi la differenza tra il costo del debito italiano e quello tedesco era giunta a dimezzarsi, e questo significa che gli investitori hanno chiesto un “premio” considerevolmente più basso per rinunciare ai sicuri bund tedeschi e prendere i nostri btp. Ma il merito è davvero di Monti? Analizzando dati e grafici si arriva senza possibilità di dubbio a concludere di no. Infatti, ancora il 24 luglio scorso, lo spread toccava valori intorno al 5,4%. Ma subito dopo il governatore della BCE, Mario Draghi, faceva capire a tutti che avrebbe finalmente assunto una linea interventista, in funzione anti-spread. Nel giro di tre giorni lo spread si riduceva di un punto percentuale. Successivamente, ai primissimi di settembre, i nuovi annunci sulla disponibilità della BCE ad effettuare acquisti illimitati dei titoli dei Paesi in difficoltà procurò, nel giro di un paio si settimane, un nuovo crollo dello spread che andava ad attestarsi su valori di poco superiori al 3%. Gli accordi sul fondo salva-stati e, nei giorni scorsi, a sostegno delle finanze greche hanno fatto il resto. Chi avesse dubbi su quanto appena affermato potrebbe estendere il confronto ad altri titoli del debito sovrano, ad esempio a quelli spagnoli o a quelli portoghesi. E avrebbe conferma che si tratta di una dinamica europea, in tutto simile a quella appena descritta. In sostanza, l’austerità di Monti e i “compiti a casa” non c’entrano molto con le “virtuose” dinamiche dello spread cui abbiamo assistito in questi mesi. La ragione del calo degli spread è nella disponibilità a intervenire in chiave antispeculativa della Bce e, in secondo luogo, del fondo salva-stati. Più in generale, e indipendentemente dalla (pessima) qualità degli accordi europei, i mercati hanno percepito una certa consapevolezza europea sui rischi di deflagrazione dell’area euro e una qualche determinazione a evitare questo esito» (35).
Tirando le somme, dunque, il vero merito politico di Mario Monti, nella sua breve esperienza di governo, può esser stato tutt’al più quello di dare maggiori garanzie di affidabilità del suo predecessore, alla BCE e ai partner europei. Il che, stante la cronaca recente, col prepotente ritorno in campo di un ormai quasi ottuagenario Silvio Berlusconi, ci impone di aprire una lunga parentesi sull’incapacità della destra italiana di emanciparsi una volta per tutte dal suo padre padrone e sul ruolo imponente che il vissuto personale e politico di quest’uomo ― piaccia o meno ― ha avuto nella storia recente del nostro Paese.

Ovviamente, non staremo qui a ripercorrere per filo e per segno tutte le vicende del (quasi) ventennio berlusconiano, ma alcuni punti fermi crediamo di poterli individuare agevolmente. Stiamo parlando di un pluri-indagato (36), ricchissimo e potentissimo, un uomo che è stato ed è la personificazione del concetto stesso di conflitto di interessi (37): titolare di un impero mediatico che ha il suo punto di forza nelle tre reti TV che assieme sono riuscite a tener testa al colosso RAI per oltre due decenni; da uomo di governo, non solo ratifica per legge il duopolio televisivo (e la legittimità della propria posizione dominante nel settore privato), ma colloca al contempo una serie di pedine chiave nella televisione pubblica (38), di fatto, trasformando il panorama televisivo italiano in qualcosa di simile a un monopolio monocolore. Stravolge altresì un intero sistema giudiziario, riducendo i tempi di prescrizione di moltissimi reati (39) e depenalizzando alcune specifiche fattispecie criminose di cui era accusato (40). Prova in tutti i modi a sfuggire ai diversi processi in cui si trova coinvolto, da ultimo per vicende talmente incresciose (sesso a pagamento con una minorenne) da gettare su di lui un ombra di discredito sul piano internazionale, senza precedenti.

Nella costruzione mediatica della sua fedelissima macchina di propaganda, quest’uomo diventa invece una sorta di perseguitato politico. Tralasciamo per carità di patria di riportare tutte le dichiarazioni vittimistiche con le quali costui ― uno degli uomini più ricchi del mondo ― ha avuto, più volte, l’ardire di sostenere di essere al centro di un complotto giudiziario (41) quasi ventennale che, per come è strutturato il sistema processuale italiano, dovrebbe vedere coinvolti decine e decine di magistrati di ogni grado, dato che sulla base di accuse (a suo dire) inesistenti lui si è sentito in dovere di cercare varie strade per sfuggire alla verità processuale, invece di chiedere ai giudici di accertare rapidamente la sua (a suo dire) assoluta innocenza, con formula piena, nei due gradi di giudizio di merito e nel giudizio di legittimità in Cassazione. Non possiamo, tuttavia, non sottolineare come le stesse persone che lo difendevano come avvocati in tribunale, poi, andavano in parlamento a votare leggi che potevano mutare in meglio la sorte processuale del loro assistito, nonché leader politico (42).

Ma tutto questo, per quanto non possa piacere, è avvenuto ripetutamente perché in più di un’occasione Silvio Berlusconi ha vinto le elezioni politiche e ha avuto modo così di legiferare come meglio credeva, avendo la maggioranza parlamentare per farlo.

E già questo punto ci sembra molto importante, dato che il Nostro molto spesso ha lamentato la sua difficoltà a realizzare quanto prometteva in campagna elettorale (in ciascuna delle tre campagne elettorali vincenti, se vogliamo dirla tutta), perché “non aveva il 51%” (43), cercando così di scaricare sugli alleati di governo il fallimento del progetto politico programmatico. Curiosamente, però, il Cavaliere dimentica che la maggioranza per effettuare tutti i correttivi normativi che più direttamente gli interessavano ― quelli “ad personam”, insomma ― chissà come, alla fine, c’è sempre stata.

Molto più sincere sono le affermazioni del grande imprenditore prestato alla politica sulla Costituzione repubblicana, come vincolo inaccettabile al suo potere. Tutto il ventennio berlusconiano è stato giocato sull’occultamento della formula completa del secondo comma dell’art. 1 della nostra Legge fondamentale. Berlusconi si è sempre proclamato Sovrano per interposta persona del popolo che lo ha eletto, omettendo sempre di ricordare, però, che «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Con il che si scopre quanto sia eversivo il messaggio politico di fondo di un personaggio che ha legiferato più volte contra Constitutionem (44) e che arriva ora a descrivere il giudizio di conformità a Costituzione delle leggi come una sorta di mezzo col quale i suoi avversari politici (i magistrati politicizzati; sempre a suo dire, ovviamente), riescono a bloccare il suo operato, tutte quelle volte in cui il 51% di parlamentari favorevoli a far passare un provvedimento incostituzionale, evidentemente, c’erano (45).

In definitiva, Silvio Berlusconi, l’uomo “sceso in campo”, nel 1994, per fare la rivoluzione liberale e realizzare un nuovo miracolo italiano si è guadagnato da allora per ben tre volte la fiducia della maggioranza degli elettori italiani. Solo che, poi, nel corso delle legislature in cui aveva la maggioranza, l’unico programma che riusciva sempre ad attuare fino in fondo era quello che più direttamente (e personalmente) gli interessava realizzare, mentre la rivoluzione liberale restava sempre buona per la campagna elettorale successiva. Un po’ come lo spettro della minaccia comunista da scongiurare, che pure fa sempre comodo, all’occorrenza.

Sul punto, Marco Sarti, in poche righe, riesce a essere particolarmente incisivo:
«Meno tasse per tutti. Tra le campagne di comunicazione di Berlusconi questa è una delle più ricordate. Ma la rivoluzione antistatalista di Forza Italia era molto di più. “Il neonato partito si presentò alle sue prime elezioni con un programma di riforme liberali quale non si era mai visto in Europa” ricordava sul suo blog Antonio Martino. Più spazio per imprese e individualità. Magari a discapito degli accordi con i sindacati. Meno allo Stato invadente e illiberale. “Credevamo che dalla privatizzazione delle troppe attività statali si sarebbero ricavate risorse per ridurre l’immenso stock di debito pubblico e che, grazie anche alle liberalizzazioni, avrebbero dato un impulso alla crescita”. Al di là della nostalgia, cosa resta oggi di quel sogno? Poco. Forse niente. Ecco perché il ritorno allo spirito del ’94 di Berlusconi assume i connotati della presa in giro. L’ennesima, dato che il progetto viene ciclicamente recuperato. Intanto la spesa pubblica continua a crescere. Solo dal 2001 al 2006 ― a Palazzo Chigi c’era Silvio Berlusconi ― è aumentata di quasi il 17 per cento. Così la pressione fiscale. “Se il cittadino percepisce le tasse come giuste, se gli si richiede di versare il 33 per cento, è invogliato a pagare ― diceva il Cavaliere nel 2004 ― Se invece gli si chiede il 50 per cento del suo reddito si sente moralmente autorizzato ad evadere” (46)».
Quest’ultima notazione di Sarti, in verità, evidenzia un primo elemento che può dirci qualcosa di assai significativo sul persistente consenso registrato da Berlusconi nella sua lunga stagione politica. In un Paese con la mole di economia sommersa che l’Italia si trascina dietro da tempo immemore, senza mai ottenere veri scatti in positivo sul recupero dell’imponibile evaso, è chiaro che un leader che si esprime in questi termini tranquillizza molto l’evasore, piccolo e grande, sul tipo di trattamento cui potrà andare incontro, se dà la sua fiducia (e il suo voto) a chi solidarizza ed empatizza con lui, anziché additarlo come responsabile del dissesto del bilancio pubblico nazionale.

Se poi nelle legislature berlusconiane arrivano puntualmente le sanatorie fiscali e i condoni edilizi, potendone anche beneficiare in forma anonima (47), pare evidente che qualcosa di concreto per cui votarlo lo abbiamo infine evidenziato.

Sul piano della propaganda mediatica invece va detto subito che, soprattutto dal 2001 in avanti, la narrazione liberale ha lasciato il campo alle tematiche più tipiche delle destre ultraconservatrici e xenofobe. In una battuta, ha prevalso l’anima leghista/post-fascista, se si considera che le norme che più si ricordano dei governi Berlusconi sono: la Bossi-Fini, con le previste restrizioni sulle immigrazioni (48); la Fini-Giovanardi, con la sostanziale eliminazione della distinzione tra droghe leggere e pesanti, entrambe quindi sanzionabili (49); la Legge 40 sulla PMA, con la conseguente consacrazione dell’embrione a pieno soggetto di diritti esigibili in suo nome, salve le norme sulle IVG (50); la Legge Biagi, con tutto il suo carico di precarietà, ma che veniva venduta come naturale reazione all’eccessiva rigidità delle garanzie e dei diritti, conquistati negli anni Settanta del secolo scorso.

Forse, quest’ultima normativa è l’unico vero punto di contatto col pensiero liberale. Con il che si può anche comprendere meglio il disagio della minoranza liberale di fronte a questo misto di piccole furberie contabili, conservatorismo barbaro e clericalismo di facciata. E la recente e convinta adesione al progetto egemonico di spostarsi stabilmente (anche?) nel campo della sinistra assume, quindi, contorni abbastanza definiti.

Dal famoso testo ― “Il liberismo è di sinistra ”(51) ― di Alesina e Giavazzi, alla recentissima e agguerritissima battaglia per la conquista della leadership nel PD (formalmente in coalizione con SEL e col micro-partito socialista; sostanzialmente una sfida tutta interna al partito), la contaminazione liberal del campo storicamente avverso ha rappresentato dunque un ultimo tratto distintivo dell’epopea berlusconiana. Una contaminazione che, probabilmente, ha raggiunto il suo apice, proprio quando la figura di Berlusconi era già in declino: ciò che si evidenzia non tanto nell’appoggio esplicito (e probabilmente strumentale) che il vecchio leader del centrodestra italiano ha pubblicamente rivolto al giovane aspirante leader dell’opposto schieramento politico (52), quanto piuttosto nell’identità stessa di una bella fetta della potenziale base elettorale del sindaco di Firenze. Matteo Renzi, infatti, nel condurre la sua lotta contro il vecchiume da rottamare nel suo partito, si è ritrovato a godere di un consenso ipotetico che, in larga parte, gli veniva da persone che si definivano candidamente “di destra”, come è evidente dall’indagine condotta da Il Sole 24 Ore in proposito (53). Auto-definizione talmente radicata da non permettere, poi, a costoro di andare a incidere effettivamente sul risultato finale della sfida tra Renzi e Bersani, visto che l’unico vincolo per votare era quello di registrarsi come elettore del centrosinistra e considerato che il corpo elettorale è rimasto pressoché identico a quello delle primarie (di partito) che elessero Bersani segretario.
Con la netta sconfitta ― Renzi alla fine non è riuscito nemmeno a raccogliere tutti i voti dell’opposizione al segretario (54) ― di questa sorta di mini rivoluzione liberale nel PD, tentata, soprattutto, sfruttando l’entusiasmo per quel rinnovamento che resta pur sempre auspicabile, sul piano degli interpreti e anche su quello dei programmi (ma non certo per abbracciare quelli dell’altra parte…), si apre, infine, l’annoso dibattito sul rapporto tra pensiero liberale e berlusconismo.
Massimo Mucchetti, nel suo “La strana pretesa dei liberisti. Chiedere alla sinistra di fare la destra” (55), all’indomani del consolidamento della leadership di Bersani nel PD, è lapidario, sul punto:
«La cultura della destra italiana, presto o tardi, dovrà fare i conti con l’età berlusconiana. E questa è una responsabilità alla quale non poteva sfuggire andando a covare il proprio uovo nel nido del Pd».
Michele Fusco, su Linkiesta, è ancora più esplicito (56):
«Il campo della destra non può essere considerato un campo di cui vergognarsi solo perché vi ha soggiornato vent’anni da imperatore Silvio Berlusconi. È ora, cari liberali, di farsene una ragione».
E tuttavia le legittime aspirazioni di chi desidera costruire anche in Italia la destra liberale, chiudendo per sempre la parentesi padronale del berlusconismo, sembrano destinate a scontrarsi, ancora una volta, con la sua rinnovata voglia di candidarsi―sesta candidatura consecutiva (caso più unico che raro nelle democrazie compiute)―a leader del proprio schieramento politico.
Una voglia di conservare la propria posizione di potere, ovviamente (e sconsideratamente), assecondata da quell’apparato di partito che sembra molto più una corte, che una dirigenza politica, ma ― e qui sta il vero nocciolo della questione ― l’incognita emergente, stavolta, è questa: fuori dalle logiche del vassallaggio e della cortigianeria, c’è ancora quel popolo delle libertà, disposto ad assecondare in massa il vecchio leader e il nuovo (o vecchio) partito che starebbe per (ri)fondare? (57)

Sappiamo bene che il crollo del PDL nei sondaggi, nella lettura del suo leader storico, va attribuito prevalentemente al basso profilo che lui ha scelto di tenere in questo anno di governo tecnico. In altri termini, per Berlusconi, se il PDL è sceso dal 37% (e rotti) di consensi reali registrati alle elezioni del 2008 (58), al 15% circa dei sondaggi più recenti (59), non vi è nessuna responsabilità sua personale. Anzi: col suo ritorno sulla scena in grande stile e con un nuovo (o antico, ma glorioso) marchio politico, tutto il popolo del centrodestra ritroverebbe magicamente fiducia e rimetterebbe nuovamente nelle sue mani il proprio destino e quello dell’Italia tutta.

Sappiamo anche che si è vociferato per mesi di una scelta popolare del nuovo leader del centrodestra italiano, con elezioni primarie da svolgere il 16 dicembre (60). Primarie, ora, annullate perché ― parole del povero segretario del PDL, Alfano ― Berlusconi “è il detentore del titolo” e quindi se resta in campo ha il diritto di difenderlo (60).

Quello che forse non tutti sanno è cosa pensano gli elettori del PDL, di questa scelta. E il risultato è molto interessante: secondo l’Istituto Piepoli (62), la maggioranza assoluta (ben il 64%) del potenziale elettorato di centrodestra desiderava un leader scelto con le primarie, mentre solamente per il 16% risulterebbe preferibile la ricandidatura di Berlusconi, senza competizione interna. Significative ci sembrano anche le motivazioni espresse dal minoritario zoccolo duro berlusconiano, che per un terzo (5%) “crede in lui” per atto di fede, per un altro terzo “per continuità”, mentre è solo il terzo restante a essere convinto che il Cavaliere sia «l’unico che può vincere contro il Centro Sinistra».

Poi, magari, Berlusconi stupirà tutti con l’ennesima rimonta strabiliante in campagna elettorale, ma i numeri dicono che, ad oggi, c’è un vasto spazio per coltivare il campo della destra liberale, in opposizione all’eterno ritorno dell’uomo di Arcore.

Se dunque ha visto bene chi ipotizza che il recente annuncio di imminenti dimissioni di Mario Monti possa preludere a un suo impegno politico diretto, forse, il quadro politico nazionale potrebbe finalmente chiudere un’epoca e ricomporsi, in uno scenario più in linea col corrispettivo quadro europeo.

Purché Monti ammetta apertamente, però, di rappresentare una ben precisa e individuata area politica (nel campo della destra liberale), mettendo così definitivamente da parte le ipocrite pretese di asettica imparzialità.
(continua)

Giuseppe D'Elia

 per L'Indiependente.it    
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(34) http://www.teleborsa.it/News/2012/12/03/monti-auspica-di-vedere-presto-lo-spread-dimezzato-a-287-punti-697.html

(35) http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/06/il-sogno-di-monti-e-lincubo-degli-italiani/438183/

(36) http://it.wikipedia.org/wiki/Procedimenti_giudiziari_a_carico_di_Silvio_Berlusconi

(37) http://www.carovanaperlacostituzione.it/menunew/confint

(38) http://www.giornalettismo.com/archives/116236/annunziata-rai-berlusconi-de-bortoli/

(39) http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/politica/giuscir/giuscir/giuscir.html

(40) http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/cronaca/prescrizione-sme/prescrizione-sme/prescrizione-sme.html

(41) http://www.youtube.com/watch?v=X3LlVL301WQ

(42) http://it.wikipedia.org/wiki/Niccol%C3%B2_Ghedini

(43) http://www.youtube.com/watch?v=Ng2oOEz2CrY&t=1m13s

(44) http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=132643

(45) http://www.youtube.com/watch?v=pTTGSrGWzl0

(46) http://www.linkiesta.it/berlusconi-la-nuova-rivoluzione-liberale

(47) http://www.corriere.it/politica/09_ottobre_04/rizzo-condoni_b7aa14ae-b0b3-11de-b562-00144f02aabc_print.html

(48) http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Bossi-Fini

(49) http://it.wikipedia.org/wiki/Decreto_del_Presidente_della_Repubblica_309/1990

(50) http://it.wikipedia.org/wiki/Procreazione_assistita_%28ordinamento_civile_italiano%29

(51) http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2007/09/radiocorlibri-liberismo.shtml?uuid=a0e0f00e..

(52) https://www.youtube.com/watch?v=hLXp3UD1ARg

(53) http://friendfeed.com/seideegiapulp/c06c6802/cosi-si-capisce-csxfactor-primarie-perche-la

(54) http://friendfeed.com/seideegiapulp/e5ddc05c/trionfo-di-renzi-sicuri-6-dee-gia-tumblr

(55) http://m.friendfeed-media.com/c874008701cee0b5cb0686f25ba5261ec1ac537b

(56) http://www.linkiesta.it/liberali-renzi-berlusconi

(57) http://www.agi.it/politica/notizie/201212111020-pol-rt10067-berlusconi_nome_resta_ma_con_glorioso_simbolo_forza_italia

(58) http://elezionistorico.interno.it/index.php?tpel=C&dtel=13/04/2008&tpa=I&tpe=A&lev0=0&levsut0=0&es0=S&ms=S

(59) http://www.youtrend.it/wp-content/uploads/2012/12/46a.png

(60) http://www.tg3.rai.it/dl/tg3/articoli/ContentItem-01cd9cdc-f958-4444-bdd9-ee91c87562c2.html

(61) https://www.youtube.com/watch?v=tgDinMsZk2I

(62) http://www.sondaggipoliticoelettorali.it/StampaSondaggio.aspx