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giovedì 28 febbraio 2013

L’INFINITA AGONIA DELLA SINISTRA ITALIANA

Dall'Unione di centrosinistra alla disintegrazione in sette anni

Ci sono almeno due dati che queste elezioni mettono incontrovertibilmente davanti agli occhi di chiunque voglia cercare di comprendere la realtà per quello che è e non per quello che ciascuno, più o meno legittimamente, desidera.
Il primo dato, ormai innegabile, è la disintegrazione di una comunità politica: quel cosiddetto centrosinistra che nel 2006, con Prodi, raggiunse il suo miglior risultato elettorale di sempre (andando sopra quota 19 milioni di voti, alla Camera), oggi, si è letteralmente disintegrato.

Il Partito Democratico ― quel soggetto politico nato per risolvere tutte le contraddizioni di una comunità considerata, a ragione, fin troppo eterogenea ― è riuscito nella duplice impresa di perdere oltre 3 milioni di voti, rispetto al suo potenziale consolidato come singolo partito, e circa 9 milioni di voti complessivi, nel passaggio da una coalizione unitaria e contraddittoria a un partito che ha riassunto in sé tutte le contraddizioni irrisolte del vecchio centrosinistra, riproponendole, poi, in una politica di alleanze più esclusiva e fondata su una prospettiva di dialogo con quella destra moderata, con la quale ha già governato nello scorcio finale della passata legislatura.

I numeri sono numeri: si è passati dai 19 milioni di elettori che sceglievano Prodi 2006, ai 13,7 milioni di Veltroni 2008. E si finisce, oggi, coi 10 milioni di Bersani 2013.

Non credo vi sia molto altro da aggiungere sul punto.

Ma c'è un altro dato che invece va rimarcato con forza.

Tutto il declino della sinistra di questi anni si è fondato su un assunto costantemente smentito dalla realtà italiana: il dogma della governabilità attraverso la moderazione e la conquista di quel leggendario voto moderato, che ancora una volta si è rivelato essere ben poca cosa.

Sull'ascesa del M5S, infatti, molto è stato già detto e molto ancora vi sarà da dire, visto il suo straordinario successo elettorale.

Ma una cosa è certa e incontestabile: quegli 8,7 milioni di nostri concittadini ― più del doppio degli elettori del campione della moderazione, nonché sedicente Salvatore della Patria, prof. Sen. (a vita) Mario Monti ― che hanno votato la lista di Grillo non sono moderati e non chiedono moderazione.

Forse è da questa considerazione che dovrebbe ripartire la sinistra italiana.

Giuseppe D'Elia



venerdì 14 dicembre 2012

C’ERA UNA VOLTA LA DEMOCRAZIA? [4 di 4]

(segue) Con l’ennesima (ipotesi di) discesa in campo di Silvio Berlusconi, la cronaca di questi giorni ci ha permesso di comprendere già abbastanza bene come si potrebbe delineare la campagna elettorale che, a questo punto, dovrebbe portare l’Italia al voto anticipato, nella seconda metà di febbraio (63). La scelta del PDL di non votare la fiducia al governo Monti, senza sfiduciarlo espressamente (64), in effetti, è stata un chiaro segnale di una precisa strategia politica: condurre una campagna elettorale anti-governativa e anti-europea, da giocare sull’ondata del malcontento popolare, radicatosi in quest’ultimo anno di stretta rigorista. Monti, ovviamente, lo ha capito subito e ha giocato d’anticipo, rassegnando le proprie dimissioni al Capo dello Stato (65), garantendo comunque tutto il proprio impegno per l’approvazione delle normative di bilancio, onde evitare che le conseguenze della crisi di governo possano essere “ancora più gravi”. Una scelta che, come dicevamo, è parsa a molti commentatori politici come il preludio di una vera e propria candidatura del tecnico bocconiano, che in questo modo dismetterebbe (finalmente!) i panni della figura al di sopra delle parti.

Ma prima di provare a tratteggiare il quadro del complesso scenario politico ― nella partita a scacchi tra i due leader conservatori, la più recente contromossa del Cavaliere si è tradotta in un pubblico annuncio di ritiro della sua candidatura, qualora Mario Monti sciogliesse la riserva, decidendo di prendere parte alla prossima competizione elettorale (66) ― che ci riservano questi due mesi circa di campagna elettorale, va sottolineato subito che nei giorni scorsi è accaduto esattamente ciò che un anno fa veniva dipinto come un’eventualità dall’esito tragico quasi certo: governo privo di uno stabile sostegno parlamentare maggioritario e, quindi, conseguente e imminente scioglimento anticipato delle camere, con Berlusconi che sembrava ormai pronto a lanciarsi in una campagna elettorale ultra-nazionalista, contro Monti e il complotto tedesco escogitato per farlo fuori (67) e altre enormità di questo genere.

Al momento, però, del paventato scenario di devastazione finanziaria non vi è traccia: qualche turbolenza in apertura di mercati a inizio settimana, ma niente di trascendentale (68), nonostante la concomitanza con le aste dei titoli pubblici nazionali, che, anzi, in realtà, hanno ottenuto risultati decisamente incoraggianti (69).

E tutto questo non dovrebbe sorprendere, semplicemente, perché rappresenta un’ulteriore conferma del ruolo decisivo che in materia ha avuto la strategia della BCE.

In proposito, ci sembra molto utile trascrivere per esteso la parte più significativa dell’ottima analisi di Davide Maria De Luca (70), uscita su Il Post di un paio di mesi fa:
«Il piano di Draghi si chiama Outright Monetary Transaction ed è un piano per acquistare una quantità non determinata in anticipo di titoli di stato, con una scadenza (“maturità”, con termine tecnico) da uno a tre anni, emessi da paesi in difficoltà. Gli acquisti avverranno: 1. sul mercato secondario; 2. saranno sottoposti ad alcune condizioni; 3. saranno sterilizzati. Ecco cosa significano queste condizioni, in parole semplici. Che cos’è il mercato secondario Il mercato secondario è quel “posto” dove i titoli di stato vengono scambiati giorno per giorno. I titoli arrivano sul mercato secondario dopo che sono stati venduti all’asta dai vari paesi emettitori. In altre parole, lo stato vende i suoi titoli durante un certo numero di aste nel corso di un anno. Chi compra i suoi titoli poi li può scambiare con altri privati tutti i giorni sul cosiddetto mercato secondario. Le quotazioni con le quali vengono scambiati i titoli sul mercato secondario influenzano direttamente i prezzi ai quali i nuovi titoli di stato saranno piazzati alle aste ufficiali dei vari paesi. Se la BCE avesse deciso di intervenire sul mercato primario, cioè alle aste in cui i governi offrono i loro titoli al mercato (una cosa che per statuto non può fare) avrebbe finanziato direttamente i governi in crisi. L’Italia, per esempio, avrebbe potuto emettere 100 titoli e la BCE, comprandone 50, avrebbe “stampato denaro” per finanziare il governo italiano. Agendo solo sul mercato secondario, invece, la BCE agisce quando oramai il titolo è già stato acquistato da un privato, non finanzia direttamente lo Stato, ma agisce calmierando (cioè mantenendo bassi) i prezzi dei titoli in modo che restino bassi anche in occasione delle aste ufficiali, permettendo così ai governi di finanziarsi sempre presso i privati, ma a un costo più basso. Quali saranno le condizioni Uno dei problemi principali di tutti i programmi di acquisto di titoli di stato di paesi in difficoltà, e di ogni altra forma di aiuto finanziario, è il cosiddetto “azzardo morale”, quel fenomeno per cui se chi ha commesso un errore (come spendere più soldi di quanti ne ha guadagnati) viene salvato si crea un incentivo a rifare lo stesso errore. Questo è il punto spesso sollevato dai tedeschi, che chiedono misure di austerità in cambio dell’aiuto proprio per evitare l’azzardo morale. Per questo motivo il piano di acquisto annunciato dalla BCE sarà condizionale, cioè la banca centrale proseguirà con i suoi acquisti di titoli di stato solo se il paese soddisferà determinate condizioni in materia di disciplina dei conti. Non è stato ancora specificato cosa e quando la BCE chiederà di fare per continuare l’acquisto. La decisione di iniziarlo o di sospenderlo sarà comunque presa autonomamente dal consiglio della BCE. Che cosa vuol dire “sterilizzati” Quando la BCE acquista dei titoli di stato deve creare del denaro per farlo (anche se raramente lo stampa fisicamente). Creare denaro, però, può causare inflazione in certe situazioni e il timore di un’inflazione fuori controllo è, insieme all’azzardo morale, uno dei principali timori dei tedeschi che siedono nel consiglio della BCE. Il modo con il quale si cerca di evitare l’inflazione quando la BCE fa degli acquisti si chiama sterilizzazione. Per sterilizzare un suo acquisto una banca centrale, semplicemente, riprende con la mano sinistra il denaro che sta distribuendo con la destra. Il metodo più utilizzato per farlo, e che verrà usato anche in occasione di questo programma, è quello di chiedere alle banche di aumentare la riserva di denaro che per legge tutte le banche hanno depositato presso la BCE (su questa riserva la BCE paga alle banche un interesse molto basso). L’incremento di questa riserva è più o meno corrispondente alla quantità di denaro creato per acquistare i bond. In questo modo gli aggregati monetari (cioè la quantità di moneta in circolo) non cambiano molto e l’inflazione dovrebbe venire evitata (anche se in proposito ci sono dei dubbi da parte di alcuni economisti)».
A questo punto, è del tutto evidente che la partita speculativa che si è svolta nei mesi scorsi non vedeva crescere i tassi di interesse dei nostri titoli del debito pubblico, per la sua entità: ovvero per l’entità del debito in valore assoluto e in rapporto al PIL nazionale. Questi valori, come è noto, sono particolarmente elevati già da diversi anni (71). Se l’anno scorso i titoli di debito italiano sono stati collocati con una certa difficoltà sul mercato, nonostante avessero raggiunto tassi di interesse vantaggiosissimi che si aggiravano intorno al 7% (72), la ragione principale era la prospettiva dell’investitore di ritrovarsi non tanto con un titolo non esigibile in portafoglio, quanto piuttosto con un titolo che rischiava di valere molto meno nell’eventualità (a quel tempo) non remota che l’Italia dovesse uscire dall’euro, ritrovandosi in breve tempo con una diversa moneta nazionale considerevolmente svalutata.

Quando quest’estate Mario Draghi dà l’annuncio che l’euro è da considerare “irreversibile” (73) e poi vara per la tenuta dell’unione monetaria quei meccanismi che abbiamo analizzato poc’anzi, è evidente che il rischio uscita dall’euro diventa, nella sostanza, pressoché inesistente e se residua ancora un margine per le attività speculative sui titoli di debito nazionali, ciò è dovuto proprio alla struttura del meccanismo escogitato dalla BCE. Un meccanismo che, per assicurare l’uniformità della politica monetaria, prevedesse l’acquisto automatico dei titoli, in presenza di determinate fluttuazioni negli spread, di fatto, azzererebbe i margini di manovra speculativa. Il meccanismo dell’OMT, invece, prevedendo la richiesta dello Stato membro e una trattativa per il rispetto delle condizionalità suddette (74), lascia aperto un certo margine di manovra agli speculatori, stante l’ovvia riottosità di qualunque Stato democratico a sottoporsi a programmi pluriennali di politica economica dettati da organismi internazionali che non rispondono a nient’altro che alla propria coscienza e alle proprie convinzioni.

Dovrebbe essere, quindi, ancor più chiaro il nostro ripetuto caveat sui limiti di una moneta unica senza uno Stato unico e con una Banca centrale che non può fare da prestatore di ultima istanza, ma deve ricorrere, per calmierare i tassi di interesse, a complessi meccanismi come quello della transazione monetaria diretta, fin qui analizzato.

Ma se qualcuno conservasse delle perplessità residue, in proposito, forse, può essere risolutivo questo interessante passaggio di un articolo di Domenico Moro, uscito in piena estate su Pubblico (75):
«L’attuale debito pubblico italiano si formò tra gli anni ’80 e ’90, passando dal 57,7% sul PIL nel 1980 al 124,3% nel 1994. Tale crescita, molto più consistente di quella degli altri Paesi europei, non fu dovuta ad una impennata della spesa dello Stato, che rimase sempre al di sotto della media della UE e dell’eurozona e, tra 1991 e 2005, sempre al di sotto di quella tedesca. Nel 1984 l’Italia spendeva ― al netto degli interessi sul debito ― il 42,1% del PIL, che nel 1994 era aumentato appena al 42,9%. Nello stesso periodo la media Ue (esclusa l’Italia) passò dal 45,5% al 46,6% e quella dell’eurozona passò dal 46,7% al 47,7%. Da dove derivava allora la maggiore crescita del debito italiano? Dalla spesa per interessi sul debito pubblico, che fu sempre molto più alta di quella degli altri Paesi. La spesa per interessi crebbe in Italia dall’8% del PIL nel 1984 all’11,4%, livello di gran lunga maggiore del resto d’Europa. Sempre nello stesso periodo la media UE passò dal 4,1% al 4,4% e quella dell’eurozona dal 3,5% al 4,4%. Nel 1993 il divario tra i tassi d’interesse fu addirittura triplo, il 13% in Italia contro il 4,4% della zona euro e il 4,3% della UE. La crescita dei debiti pubblici dipende da molte cause, soprattutto dalla necessità di sostenere le crisi e la caduta dei profitti privati che, dal ’74-75, caratterizzano ciclicamente i Paesi più avanzati. Tuttavia, è evidente che politiche sbagliate di finanza pubblica possono rendere ingestibile la situazione del debito, come è avvenuto in Italia. Visto che l’entità dei tassi d’interesse sui titoli di stato, ovvero quanto lo Stato paga per avere un prestito, dipende dalla domanda dei titoli stessi, l’eliminazione di una componente importante della domanda, quale è la Banca centrale, ha avuto l’effetto di far schizzare verso l’alto gli interessi e, quindi, di far esplodere il debito totale. Inoltre, la mancanza del cordone protettivo della Banca d’Italia espose il nostro debito alle manovre speculative degli investitori internazionali».
Questi numeri, da un lato smentiscono la vulgata propagandistica anti-Welfare nota come “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità” (76) o nel “mondo di favola”, per dirla come Draghi, ma dall’altro testimoniano, al di là di ogni ragionevole dubbio, quanto possa essere fuori dalla realtà la propaganda berlusconiana di ritorno, che ha dato un primo assaggio di una eventuale (ed ennesima) campagna elettorale col vecchio premier ancora in prima linea, proprio all’inizio di questa settimana: lo spread sarebbe un imbroglio, perché ― secondo il grande statista di Arcore ― non importa nulla di quanti interessi si pagano sul debito pubblico (77).

E in uno scenario politico in cui la destra italiana non riesce ancora a prendere definitivamente le distanze da un leader imbolsito e incattivito, che non solo non gode più dello straordinario consenso di una volta, ma che non può nemmeno più contare del fido asse con la Lega Nord (78), una sinistra degna di questo nome potrebbe condurre in porto una campagna elettorale vincente, con estrema facilità, se solo riuscisse a riconnettersi col proprio popolo e avesse il coraggio di sposare e difendere la causa della classe lavoratrice, dalle politiche di spoliazione messe in campo dalla classe dominante.

Sul punto, c’è un passaggio molto incisivo del testo di Gallino citato in apertura di discorso. Vale la pena di leggerlo con estrema attenzione, perché dà la misura di quanto sia rilevante questa partita politica e di cos’è che contribuisce pesantemente a mettere in sofferenza i pubblici bilanci:
«Negli Stati Uniti, ad esempio, il presidente Bush all’inizio degli anni Duemila ha introdotto degli sgravi fiscali che hanno permesso al 5-10% delle famiglie con il reddito più alto di risparmiare ciascuna, in media, centinaia di migliaia di dollari di imposte l’anno, mentre per il restante 90%della popolazione il vantaggio fiscale si è aggirato intorno ai 1000 dollari o poco più. In Francia, il presidente Sarkozy ha ridotto notevolmente sia la tassa sulle successioni sia quella che si chiama l’imposta sulle grandi fortune. Anche qui, una porzione della popolazione compresa tra il 5 e il 10% ha goduto di sgravi che si sono aggirati in media sulle centinaia di migliaia di euro. A questo riguardo, nel 2010 è stato pubblicato un rapporto destinato all’Assemblea francese,prodotto da uno degli uffici interni dell’Assemblea stessa,in cui si notava che in dieci anni, dal 2000 al 2009, gli sgravi fiscali ― concessi in misura quasi totale soprattutto ai ricchi ― avevano comportato tra i 101 e i 120 miliardi di euro di mancate entrate. In dieci anni, questa somma colossale ha contribuito a svuotare le casse dello Stato e a rendere perciò indispensabili ― questa la conclusione del governo ― tagli alle pensioni, alla sanità, alla scuola, al personale della pubblica amministrazione. Ciò allo scopo di ridurre un onere per lo Stato che, così sostiene non solo il governo francese ma ogni governo di centro-destra e parecchi di centro-sinistra (vedi i casi di Grecia e Spagna),nella situazione attuale tutti debbono concorrere a ridurre. L’ironia delle cifre vuole che in Francia i suddetti tagli dovrebbero ammontare, secondo quanto ha dichiarato il primo ministro Francois Fillon ai primi di novembre 2011,a circa 100 miliardi…» (79).
E sia ben chiaro: quando si tagliano servizi pubblici essenziali come pensioni, sanità e istruzione, non si elimina alcuno “spreco” ma si mette semplicemente sul mercato una domanda considerevole di servizi ― quote tanto più elevate, quanto più a fondo si procede con l’opera di riduzione dei benefici erogati dal settore pubblico ― sui quali chi ha capitali da investire può lucrare ingenti profitti. Con il che la classe dominante ci guadagna due volte: con la riduzione della propria quota di contribuzione sul versante delle entrate pubbliche e con le occasioni di investimento. Sperando altresì che il riassorbimento, da parte del settore privato, delle quote di posti di lavoro tagliate nel pubblico, non lasci a casa troppi lavoratori, considerati superflui.

In un Paese, in cui l’Istat (80) certifica che (dati 2011) «il 28,4% delle persone residenti è a rischio povertà o esclusione sociale» ― rischio che è «in crescita di 2,6 punti percentuali rispetto al 2010» oltre ad essere «più elevato rispetto a quello medio europeo (24,2%), soprattutto per la componente della severa deprivazione (11,1% contro una media dell’8,8%)» ― e il Censis (81) ci dà la misura esatta di quali effetti produce questa lotta di classe condotta dall’alto verso il basso, dato che «la quota di famiglie con una ricchezza netta superiore a 500.000 euro (…) è praticamente raddoppiata, passando dal 6% al 12,5%, mentre la ricchezza del ceto medio (cioè le famiglie con un patrimonio, tra immobili e beni mobili, compreso tra 50.000 e 500.000 euro) è diminuita dal 66,4% al 48,3%», come è possibile che la sinistra non imposti la propria campagna elettorale e il proprio progetto di cambiamento del Paese proprio sulla risoluzione di queste disuguaglianze e di questi problemi?

Una sinistra che sappia parlare ai 3 milioni di disoccupati e agli altrettanti precari, nonché alle migliaia e migliaia di cassintegrati e di esodati e, assieme a loro, a tutto il mondo del lavoro in sofferenza pluriennale, per ricostruire, nel corso della prossima legislatura, un tessuto produttivo in crisi permanente, anche attraverso un oculato intervento del settore statale nell’economia. Una sinistra che vari un programma pubblico di assunzioni e stabilizzazioni nei comparti giustizia, sanità e istruzione. Una sinistra che punti ad avere le eccellenze nel settore pubblico, a cominciare dalla ricerca scientifica, in modo tale da essere anche un punto di riferimento e uno stimolo competitivo per gli omologhi settori privati di competenza. Una sinistra che introduca finalmente anche in Italia come quasi ovunque nel resto d’Europa una forma di sussidio universale per la disoccupazione involontaria (si chiami o meno “reddito minimo garantito” (82), è la sostanza dell’intervento normativo quello che conta). Una sinistra che si impegni strenuamente per recuperare le risorse necessarie per queste voci di spesa, azzerando i 60 miliardi di costi della corruzione nel settore pubblico e abbattendo l’enorme mole dell’imponibile evaso (83), chiedendo, per tutto quello che manca, il contributo ― anche temporaneo ― dei ceti che negli ultimi decenni hanno solo accumulato ricchezze, sovente portandole pochi chilometri oltre frontiera (84).

Una sinistra che voglia impegnarsi seriamente su questo modello di cambiamento, insomma, come può mai pensare che nel perseguimento di questi obiettivi, Mario Monti ― in questi giorni perfettamente a suo agio a colloquio coi conservatori del PPE, che non gli hanno fatto mancare pubblici attestati di stima (85) ― rappresenti una risorsa e non un ostacolo?

Quando Bersani afferma (86) che Monti, per lui, deve «continuare ad avere un ruolo per il nostro Paese» (“il giorno dopo le elezioni, se toccasse a me, il primo colloquio vorrei farlo con Monti per ragionare assieme. Non posso dargli io la destinazione d’uso”), è mai possibile che abbia già dimenticato che lui stesso ha affermato per oltre un anno che il sostegno del PD al governo tecnico, non implicava piena adesione a tutti i provvedimenti votati? Cosa intende per “ruolo”, Bersani? Vuole proporlo come prossimo Presidente della Repubblica o vuole affidargli il ministero dell’economia? Se il ruolo fosse “di governo”, questo significa che la querelle alla base dell’alleanza con la sinistra di Vendola ― la continuità o la discontinuità con l’operato del governo Monti (87) ― è stata infine risolta, azzerando in partenza ogni speranza di rinnovamento nel senso del progresso sociale e dell’inversione delle politiche degli ultimi decenni?

Un Monti che, giusto un paio di settimane fa (88), metteva nel mirino il Servizio Sanitario Nazionale, iniziando a parlare di insostenibilità dei conti ― esattamente la stessa strategia attuata a suo tempo con le pensioni ― si muove evidentemente nel solco della continuità rispetto a quell’opera di progressivo smantellamento del Welfare State che qui abbiamo ripetutamente denunciato. E ciò al di là delle smentite di prammatica, fatte per smorzare il tono delle inevitabili polemiche che ne sono conseguite.

Davvero la sinistra italiana non si ritiene all’altezza di poter far valere, autonomamente, le proprie ragioni in Europa, senza coinvolgere direttamente Mario Monti nella prossima legislatura?

O il Partito Democratico, più che con la sinistra (italiana ed europea), si sente ormai in linea con il Partito Popolare Europeo? È questa la convergenza post-elettorale del campo progressista coi liberali europeisti di cui parla la Carta di intenti (89) dell’alleanza tra PD e SEL, con la partecipazione testimoniale del micropartito socialista italiano?

Se nel 2013 entrasse effettivamente in vigore il cosiddetto fiscal compact (90), il PD come vorrà conseguirlo l’obiettivo della riduzione del rapporto tra debito pubblico e PIL al 60% (in Italia, quindi, del suo dimezzamento)? Svendendo il patrimonio del demanio pubblico o facendo pagare finalmente le tasse (anche) a tutti gli evasori, secondo criteri molto progressivi?

Non si può mettere in discussione nulla degli attuali assetti comunitari? Essere europeisti significa azzerare il dibattito politico e aderire ad un qualche modello di pensiero unico?

Si potrà ragionevolmente sottolineare, ad esempio, che fissare un arco temporale predefinito e immutabile per allineare diversi debiti sovrani a un tetto predeterminato, di fatto, mette gli Stati più indebitati in una condizione di difficoltà enorme? E, per tutto quello che abbiamo visto nelle righe precedenti, con che coraggio si può pretendere che si proceda con tagli della spesa pubblica, anche in presenza di fasi recessive dell’economia?

Ci si potrà battere per modificare l’operato della BCE, facendo sì che questa possa anche finanziare direttamente gli Stati, stampando moneta, pur muovendosi nell’ottica di una politica ispirata, tendenzialmente, al contenimento dell’inflazione? O bisogna permettere alla Banca centrale di mantenere l’attuale potere di orientare le politiche nazionali, ogni volta, che si rende necessario un suo intervento calmierante nel senso della OMT, come l’abbiamo opportunamente analizzata poc’anzi?

Interrogativi, questi, che ― in ultima analisi ― rispondono tutti a una non più eludibile domanda di fondo: esiste ancora un principio democratico nella nostra civiltà europea? Perché se c’è un elemento che più di ogni altro caratterizza un sistema democratico è proprio questo: la concreta ed effettiva possibilità di scegliere, di volta in volta, col consenso maggioritario, tra almeno due opzioni politiche alternative e differenti.

E la cosa più inquietante, in tutto questo, è che proprio nel momento in cui la destra partitica ― che in Italia governa dal 2001, se si esclude la breve e controversa parentesi del biennio del Prodi bis ― è debole e frammentata come mai era accaduto nel corso della seconda Repubblica, il PD, il grande partito di centrosinistra, forse, l’unico partito italiano di massa, ora come ora, decide di stringere una sola alleanza numericamente significativa con altre forze politiche di area (stante l’inconsistenza dei socialisti, quella con SEL, ovviamente) e invece di cavalcare l’onda del relativo successo delle primarie, provando a offrire all’intero e frammentato universo del lavoro subordinato una speranza di riscatto e di cambiamento, continua a guardare a Monti e al suo gruppo sociale di riferimento, come perno centrale per la definizione dell’immediato futuro di questo Paese.

Dunque, al momento, lo scenario elettorale è il seguente: si voterà anticipatamente, tra un paio di mesi, con la tanto vituperata legge elettorale ― la 270/2005 (91) ― che il suo stesso autore ebbe a definire, a suo tempo, esattamente nei termini di una “porcata”. Di conseguenza, non solo si ignorerà «l’esigenza di considerare con attenzione gli aspetti problematici della legislazione prevista nel 2005, con particolare riguardo all’attribuzione di un premio di maggioranza, sia alla Camera dei deputati che al Senato della Repubblica, senza che sia raggiunta una soglia minima di voti e/o di seggi», sottolineata a suo tempo dalla Corte costituzionale, ma probabilmente si verificherà, ancora una volta, una situazione simile a quella che impedì al secondo governo Prodi di chiudere la legislatura del 2006. Se, infatti, la coalizione ristretta voluta dal PD dovesse confermare i risultati (anche i più rosei) fin qui sondati, c’è il rischio concreto di avere una maggioranza di governo solamente alla Camera, grazie al surplus di seggi che viene assegnato a chiunque prenda un voto in più delle liste concorrenti. Ma poiché il meccanismo dei premi di maggioranza, al Senato, prevede un’assegnazione su base regionale, lì ― dove, tra l’altro, le soglie di sbarramento sono irragionevolmente più alte ― è assai probabile che il PD con SEL (come già l’Unione di Prodi, con numeri ben più consistenti) non riesca ad avere una maggioranza nemmeno risicata.

A questo punto, l’apertura a destra è quasi inevitabile: tutt’al più resta da capire se ci si potrà appoggiare a una rappresentanza parlamentare montiana (o centrista, se lo si preferisce) o se, nel caso di presentazione con lista autonoma dai berlusconiani, i sostenitori di Monti rischino addirittura di non eleggere senatori, rendendo così determinante, per la formazione del prossimo governo, proprio l’apporto di voti del partito di Berlusconi, qualunque sarà il suo nome.

Fuori da una vittoria netta della coalizione tra PD e SEL, infatti, uno spazio concreto e sicuro per eventuali alleanze post-voto che non comportino uno slittamento a destra della lista guidata da Bersani, allo stato attuale delle cose, non pare esserci.

Salvo crolli di consenso, conseguenti a una serie di brutti scivoloni che prolunghino quelli già fin qui registrati, il M5S dovrebbe riuscire in ogni caso a eleggere la sua rappresentanza parlamentare. Rappresentanza che, però, non farà alleanze con nessun’altra forza politica. E, al di là di qualunque ― a nostro avviso del tutto legittima ― riserva che si possa avere sui metodi padronali e autoritari (93) con cui Grillo sta gestendo il partito (tra l’altro, in aperta contraddizione coi suoi stessi principi ispiratori), va detto che l’episodio negativo politicamente più rilevante è stato il clamoroso insuccesso delle consultazioni online con cui il Movimento ha selezionato i propri candidati. Qui c’è poco da controbattere al dato numerico: se un movimento politico che si batte per promuovere la democrazia diretta da realizzare per mezzo di internet, alla prima consultazione con questo metodo riesce a coinvolgere poche decine di migliaia di elettori (94) su un corpo elettorale di oltre 50 milioni, il fallimento è in re ipsa.

Resta allora una sola remota possibilità al centrosinistra bersaniano per non dover chiedere i voti a destra, nel caso in cui gli elettori non gli concedessero direttamente una netta maggioranza. La possibilità sarebbe quella di un imprevisto successo del progetto che si va concretizzando attorno allo slogan “cambiare si può” (95): una coalizione di persone, movimenti e partiti “di sinistra” che si propongono di dare delle risposte assai più nette, di quelle fornite dal centrosinistra, ai tanti interrogativi che abbiamo precedentemente elencato.

Il potenziale bacino elettorale non è irrilevante: anche contando solo i voti dei partiti che negli scorsi anni incalzavano “da sinistra” il PD, si dovrebbe oscillare tra i 3 e i 4 milioni di potenziali elettori. Voti che, in percentuale, sarebbero tanto più pesanti, quanto più alta dovesse essere l’astensione. Per fare un esempio puramente indicativo, usando come riferimento i risultati delle ultime elezioni europee (96), se questa ipotetica lista unitaria “cambiare si può” riuscisse a intercettare il voto di tutto l’elettorato post-comunista e di quello dell’Italia dei Valori, a parità di votanti (con un’astensione del 35%, quindi), si registrerebbe un risultato più che soddisfacente: 4,5 milioni di voti, pari al 14,5%. La lista unitaria delle sinistre per il cambiamento eleggerebbe così i propri rappresentanti in entrambe le camere, offrendo all’alleanza tra PD e SEL una possibile sponda per connotare il futuro governo di un profilo più smaccatamente progressista.

Inutile dire che se è vero che, potenzialmente, il bacino elettorale di riferimento potrebbe essere infinitamente più consistente ― basti pensare ai 27 milioni di sì che nel 2011 hanno abrogato quattro leggi del governo Berlusconi (97), ridando vitalità all’istituto referendario dopo ripetuti fallimenti per carenza di partecipazione al voto ― il limite oggettivo di questa proposta politica sta tutto nel fattore tempo. A due mesi dal voto, ci sono tante idee interessanti dal punto di vista dei contenuti, ma non c’è ancora un programma vero e proprio e una decisione definitiva su nome, simbolo, candidature e ― dettaglio decisivo ― raccordo operativo coi partiti interessati già esistenti: se infatti la tattica di formare una coalizione di soggetti politici, unendo PdRC, IDV, Verdi a una (98) o più liste dei movimenti, ha l’indubbio vantaggio di minimizzare il rischio della poca riconoscibilità del nuovo nome e del nuovo simbolo, qualora si optasse per una sola lista unitaria; in negativo, questa tattica si connota per il correlativo doppio svantaggio di disperdere l’effetto novità, oltre a comportare la necessità di dover superare soglie di sbarramento più alte sia alla Camera che al Senato (dove addirittura la soglia per la coalizione diventa un proibitivo 20%).

Su queste basi, le speranze di chi immagina una terza Repubblica, fondata sull’eguaglianza, in cui, finalmente, per la prima volta dal 1948 ad oggi, il governo metta per (almeno) cinque anni gli interessi del lavoro al primo posto, sono appese ad un filo assai sottile. Un filo che, purtroppo, potrebbe spezzarsi da un momento all’altro.

Un’altra Europa e un altro mondo non sono impossibili. Ma per cambiare democraticamente, in meglio, il più delle volte, non basta la sola buona volontà.

Giuseppe D'Elia

 per L'Indiependente.it    
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(63) http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE8B904B20121210

(64) http://www.tmnews.it/web/sezioni/top10/20121207_073920.shtml

(65) http://www.corriere.it/politica/12_dicembre_08/monti-pronto-alle-dimissioni_31153baa-4177-11e2-b1cb-f72c456506f7.shtml

(66) http://pubblicogiornale.it/politica/berlusconi-passo-indietro-monti-moderati/

(67) http://m.friendfeed-media.com/f4447000a25fc117c46017aff394f3e43ed11356

(68) http://finanza-mercati.ilsole24ore.com/azioni/analisi-e-news/tutte-le-news/news-radiocor/news-radiocor.php?PNAC=nRC_11.12.2012_11.10_15020883

(69) http://www.repubblica.it/economia/finanza/2012/12/12/news/spread_apertura_stabile_a_341_punti-48571901/ + http://borsaitaliana.it.reuters.com/article/businessNews/idITMIE8BC00120121213?sp=true

(70) http://www.ilpost.it/2012/09/08/e-quindi-e-finita-la-crisi/

(71) http://www.dt.tesoro.it/it/debito_pubblico/_link_rapidi/debito_pubblico.html

(72) http://www.repubblica.it/economia/finanza/2011/11/15/news/vola_lo_spread_con_i_btp_al_6_8

(73) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-07-21/draghi-euro-irreversibile-unione-121523.shtml?uuid=AbUMuVBG

(74) http://www.forexinfo.it/OMT-cos-e-e-come-funziona-il-piano

(75) http://keynesblog.com/2012/08/31/le-vere-cause-del-debito-pubblico-italiano/

(76) https://www.google.it/search?client=ubuntu&channel=fs&q=%22abbiamo+vissuto+al+di+sopra+delle+nostre+possibilit%C3%A0%22

(77) http://www.youtube.com/watch?v=cQJSMgBDALc&t=0m27s

(78) http://www.repubblica.it/politica/2012/12/12/news/ultimatum_maroni_a_berlusconi

(79) http://m.friendfeed-media.com/5891a96a0417b4eaf673f01268a292381782894b

(80) http://ansamed.ansa.it/ansamed/it/notizie/rubriche/economia/2012/12/10/Crisi-Istat-oltre-quarto-italiani-rischio-poverta-_7931084.html

(81) http://www.agi.it/in-primo-piano/notizie/201212071004-ipp-rt10041-censis_redditi_come_20_anni_fa_si_vendono_gioielli_famiglia

(82) http://www.redditogarantito.it/#!/home

(83) http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/15/i-trecento-miliardi-che-lo-stato-non-vuole-mafiosi-corrotti-ed-evasori-ringraziano/151628/

(84) http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2012-11-21/grilli-frena-patto-rubik-064024.shtml?uuid=Ab0ZYx4G

(85) http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/13/monti-a-sorpresa-al-vertice-ppe-faccia-a-faccia-con-berlusconi-e-merkel/445112/

(86) http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/13/bersani-dopo-voto-apro-al-centro-monti-deve-avere-ruolo-se-vinco/444880/

(87) http://www.unita.it/notizie-flash/pd-vendola-vogliamo-che-sia-in-discontinuita-con-monti-1.431490

(88) http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/politica/2012/11/27/Monti-rischio-Ssn-_7863855.html

(89) http://www.partitodemocratico.it/doc/240622/3-europa.htm

(90) http://it.wikipedia.org/wiki/Patto_di_bilancio_europeo

(91) http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Calderoli

(92) http://www.lastampa.it/2012/12/12/italia/politica/grillo-espelle-salsi-e-favia-KWXsGkNIkpZbcWfSyX9HUK/pagina.html

(93) https://www.youtube.com/watch?v=yGEYlSgrwaw&t=0m09s

(94) http://www.beppegrillo.it/2012/12/i_risultati_delle_parlamentarie/index.html

(95) http://friendfeed.com/seideegiapulp/3703c40c/cambiaresipuo-qualcosa-di-sinistra-un

(96) http://elezionistorico.interno.it/index.php?tpel=E&dtel=07/06/2009&tpa=Y&tpe=A&lev0=0&levsut0=0&es0=S&ms=S

(97) http://it.wikipedia.org/wiki/Referendum_abrogativi_del_2011_in_Italia

(98) http://www.movimentoarancione.com/

martedì 3 aprile 2012

GOVERNO TECNICO E MESSA TRA PARENTESI DI BERLUSCONI: COSTITUENTE ARISTOCRATICA VS. DEMOCRAZIA POPOLARE/ 3

(segue) Prima di entrare nel merito del magma vivo e incandescente del terzo capitolo di intervento del governo, quello in materia di diritti dei lavoratori, è necessario offrire al lettore qualche ulteriore indizio a suffragio della nostra tesi di fondo.

Ancora una volta, è dalla illustre penna di Eugenio Scalfari che possiamo ricavare significativi elementi di giudizio sul come e sul perché si possa passare dall’anti-berlusconismo militante, alla messa tra parentesi di Berlusconi e alle cosiddette politiche unitarie, garantite dall’autorità suprema di Mario Monti.

Giusto pochi giorni fa, col suo sprezzante e banale tentativo di irridere tutto ciò che ‘osa’ muoversi fuori dal recinto della politica dei partiti sedicenti responsabili (43), Scalfari ha individuato chiaramente il Nemico, tentando curiosamente di emulare un modo di fare giornalismo, tipico della stampa berlusconiana (e di quello di proprietà della famiglia Berlusconi, in particolar modo).

Sulla questione ci sembrano molto incisive e dirimenti le righe conclusive del testo collettivo (44) scritto in risposta a questo singolare modo di argomentare, da Alberto Lucarelli, Maria Rosaria Marella, Ugo Mattei e Luca Nivarra.

Righe che illustrano molto bene la divaricazione politica che si sta realizzando in questo Paese, tra spinte oligarchiche ed esigenze di partecipazione democratica:
«Si è sviluppata una spinta alla rivendicazione dei beni comuni (…) il cui filo unitario è costituito, per un verso, da un netto rifiuto della prospettiva di una integrale mercificazione del mondo e, per altro verso, da una intensa domanda di partecipazione democratica, sin qui mortificata dal micidiale combinato disposto di deriva oligarchica dei partiti e di deriva tecnocratica delle istituzioni.
(…) Più democrazia, meno mercato; più partecipazione e più valore d’uso, meno delega e meno valore di scambio: questo, in sintesi, il mondo dei beni comuni che, per dirla con Rodotà, propone un’altra politica capace di sconfiggere l’antipolitica. Si può dissentire: ma quando il dissenso assume le forme della caricatura e dell’aperto dileggio, vuol dire che quelle parole d’ordine cominciano a suscitare inquietudine in quel grande partito trasversale, a cui Repubblica dà voce, per il quale viceversa la parola d’ordine è: non disturbate il manovratore.
Un’ultima notazione. Proprio all’inizio del suo articolo Scalfari, inopinatamente imbossito, si avvale dell’elegante metafora del «dito medio» per descrivere quell’atteggiamento di ostilità a tutte le divinità in cui egli crede. Non possiamo non ricordare al nostro autorevolissimo interlocutore che, nella storia recente dei beni comuni, l’unico «dito medio» (sempre metaforicamente parlando) è quello che governo, Parlamento e Presidenza della Repubblica continuano ad alzare nei confronti del popolo sovrano dopo aver reintrodotto la disciplina dei servizi pubblici locali abrogata dai referendum (…)».
In precedenza, sempre nel solito editoriale domenicale (45), Scalfari ci aveva invece indicato il Bene Assoluto, in vista della prossima tornata elettorale nazionale:
«Il Pd e il Centro possono allearsi per una legislatura costituente. Possono chiedere a Monti di presiedere il governo. Monti risponderà come crede, ma ove la risposta fosse positiva penso che il Parlamento riunito per eleggere il presidente della Repubblica dovrebbe votare per un nuovo settennato di Giorgio Napolitano. Lui e Monti ci stanno portando fuori dal tunnel. Se il lavoro si deve compiere nessuno meglio di quel tandem può farlo. Napolitano ― lo conosco bene ― dirà risolutamente di no, ma se il nuovo Parlamento decidesse in quel senso penso che dovrebbe arrendersi alla volontà dei rappresentanti del popolo sovrano».
Ora, non si capisce bene se Scalfari, nel far riferimento a «un Centro ovviamente rinforzato dall’implosione del Pdl», stia invitando il PD a stringere un’alleanza programmatica coi partiti di Casini e Fini o se creda che l’UdC di Casini sia l’unico interlocutore da privilegiare, in quanto partito in grado di attrarre a sé ampie fasce del vecchio elettorato berlusconiano, ma si capisce benissimo cosa è essenziale per il fondatore di quello che ― piaccia o meno ― resta, ancora oggi, un quotidiano di riferimento per larga parte dell’elettorato di centrosinistra: per Scalfari, quello che davvero conta è l’emarginazione di ogni istanza politica che voglia ostacolare in qualunque modo la supremazia valoriale dei mercati, che la politica, invece, a quanto pare, non può e non deve far altro che assecondare.

Non è un caso, infatti, che, in entrambi gli articoli citati, Scalfari si scagli apertamente non solo contro il movimento nazionale nato a supporto della lotta per avere chiarezza sul progetto della linea Tav valsusina, ma addirittura anche contro l’istituto referendario.

Va detto, in proposito, che se le elezioni amministrative dell’anno scorso, col trionfo di Pisapia a Milano e ancor di più con quello di De Magistris a Napoli, hanno rappresentato un primo campanello d’allarme per la tenuta del progetto moderato di un bipartitismo della falsa alternanza, i 27 milioni di sì ai referendum dello scorso giugno sono l’elemento che, forse, più di tutti ha favorito l’affermarsi di un consenso trasversale sulla prospettiva di avviare una stagione di politiche di unità nazionale, all’insegna di una auto-dichiarato senso di responsabilità, che ― come abbiamo visto ― va ben al di là delle contingenze emergenziali di breve periodo (per quanto artatamente amplificate).

Ma l’aspetto che più direttamente interessa il prosieguo del nostro discorso, qui, è quello relativo all’atteggiamento preponderante assunto dai media mainstream nel trattare le questioni citate. Chiariamo subito: ciò che accomuna i referendum di giugno alla questione della Tav valsusina è appunto la modalità comunicativa prevalente che si viene a riprodurre in maniera ossessiva nel discorso mediatico. Coro mediatico e retorica argomentativa. Voci consonanti su (quasi) tutti i media per mesi, sofismi su sofismi, terrorismo psicologico, esempi emozionali tanto efficaci nel solleticare gli istinti, quanto slegati dalla realtà del caso di specie, etc. etc.

Tecniche comunicative, queste, sulle quali il berlusconismo ha costruito le proprie fortune elettorali. Tecniche comunicative che diventano doppiamente pericolose quando il coro mediatico riduce ulteriormente le voci dissonanti e lo spazio a queste concesso. Vale la pena di ricordare, infatti, che il carattere della comunicazione di massa che smette di informare per fare mera propaganda non si fonda sulla scomparsa assoluta del pensiero non omologato, ma sulla marginalizzazione e sulla mistificazione di ogni pensiero non allineato, oltre che sulla tendenza alla menzogna ripetuta incessantemente per creare una parvenza di verità.

Tutti dovremmo ricordare quante volte, nel corso della campagna referendaria dell’anno scorso, i sostenitori del nucleare da fissione hanno utilizzato l’argomento della dipendenza energetica dell’Italia da fonti di approvvigionamento estero. Argomento falsissimo e stupido, non essendo il nostro Paese un produttore di uranio. Eppure ― sebbene per la verifica dell’inattendibilità di questa informazione sarebbe bastato anche solo un rapido controllo su Wikipedia (46) ― la menzogna è stata ripetuta ossessivamente, non solo dai comitati pro-nuke, ma anche da giornalisti dimentichi delle più basilari regole di deontologia professionale. E non è da escludere che senza la fatalità del concomitante disastro nucleare giapponese, il ruolo dell’informazione indipendente e la campagna capillare dei comitati promotori dei referendum non sarebbero bastati a far percepire l’assurdità di questi argomenti e, complessivamente, di un investimento economico che puntava all’utilizzo pluriennale di una tecnologia che risultava già obsoleta ― basti pensare al progetto sperimentale, ormai in via di realizzazione (47), di una centrale nucleare a fusione, per intenderci ― al momento in cui si andavano ad avviare i programmi di costruzione delle nuove centrali.

Anche la linea Tav valsusina, ultimamente, è stata oggetto dello stesso trattamento: l’opera rappresenta la modernità e chi non la vuole è un retrogrado; la sua realizzazione comporta solo innegabili benefici; gli oppositori, in ultima analisi, sono egoisti e violenti. Questo in sintesi brutale, il coro mediatico che ha occultato le vere ragioni della protesta (48), fondate appunto sull’assenza di una convincente analisi del rapporto tra i costi e i benefici dell’opera e sul rischio di destinare ingenti risorse ― l’opera infatti non è affatto pagata interamente coi fondi UE e le stime più ottimistiche alludono, tutt’al più, a una copertura del 40% dei costi di realizzazione (49) ― a un progetto non particolarmente vantaggioso per la collettività, a fronte dei sostanziosi tagli alla spesa pubblica di cui abbiamo già dato ampio conto in precedenza. Soprattutto non è vero che nessuno al mondo avanza dubbi sul valore assolutamente positivo delle linee ferroviarie ad alta velocità, come è testimoniato da questo articolo dell’Economist (50) che, in particolare, mette l’accento sul costo elevato del servizio offerto e sulla sostanziale sparizione delle tratte intermedie, conseguente alla necessità di avere pochissime fermate, in modo da ridurre ulteriormente la durata totale del tragitto tra la stazione di partenza e quella di arrivo.

E il coro mediatico propagandistico è stato il protagonista assoluto, anche nella vicenda che ha interessato e che ancora sta interessando la terza fase dell’attività del governo tecnico: quella inerente alla cosiddetta riforma del mercato del lavoro.

Un disegno di legge che il consiglio dei ministri ha approvato in data 23 marzo 2012 (51). Esattamente dieci anni dopo la storica (e partecipatissima) manifestazione del Circo Massimo in difesa dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori: quella norma che il sedicente governo tecnico ha deliberatamente deciso di manomettere, portando a compimento il disegno del secondo governo Berlusconi, e dunque meritandosi a pieno l’etichetta tranchant di “Licenzia Italia” che Alessandro Gilioli (52) ha prontamente affibbiato al progetto governativo, quando è stato reso pubblico, due giorni prima che venisse, poi, formalizzato come testo di indirizzo normativo.

Un testo che, nel suo punto più controverso, prevede esattamente questo (53):
«Per i licenziamenti oggettivi o economici, ove accerti l’inesistenza del giustificato motivo oggettivo addotto, il giudice dichiara risolto il rapporto di lavoro disponendo il pagamento, in favore del lavoratore, di un’indennità risarcitoria onnicomprensiva, che può essere modulata dal giudice tra 15 e 27 mensilità di retribuzione, tenuto conto di vari criteri.
Al fine di evitare la possibilità di ricorrere strumentalmente a licenziamenti oggettivi o economici che dissimulino altre motivazioni, di natura discriminatoria o disciplinare, è fatta salva la facoltà del lavoratore di provare che il licenziamento è stato determinato da ragioni discriminatorie o disciplinari, nei quali casi il giudice applica la relativa tutela».
E si capisce perfettamente che, in base a questa cosiddetta riforma, ogni persona che perderà il proprio posto di lavoro per un “falso” motivo economico, rischia seriamente di rimanere senza lavoro: questo lavoratore ingiustamente licenziato, infatti, con la nuova normativa, potrebbe essere senz’altro reintegrato soltanto qualora riuscisse a dimostrare che il vero motivo del licenziamento era un motivo discriminatorio. Riuscendo invece a dimostrare che il falso licenziamento economico nascondeva in realtà un licenziamento disciplinare, spetterebbe comunque al giudice la scelta tra risarcimento del danno subito dal lavoratore ― che, poi, dovrà ugualmente trovarsi un nuovo posto di lavoro ― e suo reintegro nel posto di lavoro ingiustamente perso.

Ed è del tutto comprensibile che la CGIL si sia opposta a questa soluzione regressiva, che Giorgio Cremaschi ha stigmatizzato alla perfezione in poche righe (54):
«L’articolo 18 viene semplicemente cancellato. Infatti i licenziamenti discriminatori sono vietati già oggi da qualsiasi convenzione, legge, costituzione, italiana, europea, internazionale. Ed è uno dei tanti falsi del governo che con questo provvedimento questo divieto sia esteso sotto i quindici dipendenti. Esso c’è sempre stato, ma non ha mai agito per la semplice ragione che nessun padrone è così stupido da licenziare per esplicita discriminazione personale, ideologica, razziale.
Su tutti gli altri licenziamenti, quelli veri, salta la copertura dell’articolo 18. Naturalmente salta per chi ce l’aveva, cioè per circa 8 milioni di lavoratori dipendenti. Non un piccolo numero, quindi. Ed è ridicolo questo balletto attorno all’applicazione della nuova legge nel pubblico impiego. È ovvio che sarà così, perché tutte le amministrazioni pubbliche, in un modo o nell’altro, hanno applicato lo Statuto dei lavoratori. Quindi se questo viene cambiato ne assumono automaticamente anche le modifiche.
Ma tutto questo fa parte di quel misto di incompetenza, arroganza, sfacciataggine che oggi contraddistingue l’operato del ministro Fornero e del suo Presidente del Consiglio. L’articolo 18 è la reintegra del posto di lavoro, senza di essa il licenziamento è libero.
È utile ricordare che una legge contro la libertà di licenziamento c’era già prima dello Statuto dei lavoratori, è la legge 604 del 1966, legge che prevede il solo indennizzo in caso di licenziamento ingiusto. È stata proprio l’inefficacia di questa legge a indurre il Parlamento a introdurre quell’istituto della reintegra che il governo oggi smantella in forma brutale e truffaldina. La reintegra viene abolita del tutto per i licenziamenti cosiddetti economici. In un periodo di crisi, di ristrutturazione, di esternalizzazioni, di tagli comunque definiti, questo significa licenziare a piacimento».
Ed è dunque su quel “salvo intese” ― con cui il governo ha voluto accompagnare il rilascio al pubblico del testo di indirizzo ― che ora si giocherà, in Parlamento, una partita decisiva per la sorte di milioni di lavoratori italiani, ma ancor di più per l’assetto dei rapporti di forza nell’insopprimibile conflitto che sussiste sempre tra capitale e lavoro.

D’altra parte, è evidente la rilevanza della questione, se persino l’arcivescovo Giancarlo Bregantini, capo-commissione CEI per il Lavoro, di recente, sul punto, dapprima ha affermato (55) che «bisogna chiedersi, davanti alla questione dei licenziamenti, chiamati elegantemente, con un eufemismo, “flessibilità in uscita”, se il lavoratore è persona o merce», per poi sottolineare che, chiaramente, «il lavoratore non è una merce. Non lo si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio».

Con il che non deve affatto meravigliare se anche Bersani, a nome del PD (56), e Bonanni, a nome della CISL (57), hanno cominciato a dare segni evidenti di una volontà di modificare la parte relativa ai licenziamenti economici, equiparando il trattamento a quello ora previsto per i licenziamenti disciplinari: lasciando dunque al giudice la libertà di decidere tra reintegro del lavoratore ingiustamente licenziato nel suo posto di lavoro e risarcimento senza reintegro. Situazione che, pur costituendo un notevole passo indietro, sul piano della tutela complessiva contro il licenziamento immotivato, al momento, rappresenterebbe quantomeno una soluzione che permetterebbe di limitare i danni e di mantenere comunque, in qualche modo, ancora in piedi il meccanismo del reintegro, vera e propria colonna portante per l’efficacia dell’effetto di deterrenza dell’art. 18.

Senza modifiche, infatti, la nuova normativa produrrebbe danni considerevoli, lo ribadiamo. Con una sostanziale precarizzazione di milioni di lavoratori che, così, rimarrebbero esposti al ricatto perenne del rischio licenziamento arbitrario.

E lo vogliamo ripetere ancora una volta, essendo questo il punto decisivo della questione: stabilire per legge che una determinata tipologia di licenziamento ingiusto (qualunque essa sia) non comporta più il reintegro nel posto di lavoro, ma solo un risarcimento, significa stabilire il prezzo del licenziamento pretestuoso. Perché? Perché è tutt’altro che facile, per il lavoratore, andare poi a dimostrare in giudizio, non solo che il suo datore di lavoro ha mentito sulle ragioni addotte, ma anche che le sue reali intenzioni fossero di natura (lato sensu) discriminatoria.

In concreto, con questa norma, senz’altro, saranno direttamente a rischio i sindacalisti scomodi ― non a caso l’art. 18 è collocato nella parte che lo Statuto dei lavoratori dedica alla “libertà sindacale” (58) ― che, già oggi, patiscono la strategia da Far West della Fiat di Marchionne, come certificato proprio in questi giorni, dalle motivazione della sentenza di reintegro dei tre operai di Melfi, ingiustamente licenziati con la pretestuosa e non dimostrata accusa di boicottaggio della produzione (59).

Ma se poniamo mente al contenuto della riforma pensionistica ― non si può andare in pensione prima del compimento dei 67 anni di età, salvo maturazione di 41–42 anni di contributi e con le eccezioni specifiche per alcuni tipi di lavori particolarmente usuranti (60) ― messa in campo col famigerato decreto “Salva Italia”, ci rendiamo agevolmente conto del rischio serissimo che potrebbero presto patire i tanti lavoratori ultra-cinquantenni che ciascuna azienda deciderà di dismettere, con un licenziamento individuale, motivato con ragioni economiche puramente fittizie, avendo a questo punto la ragionevole certezza di non incorrere nel rischio di doverli reintegrare. L’azienda in sostanza può decidere di optare per il licenziamento individuale, tutte le volte in cui riterrà che il calo di produttività, dovuto all’invecchiamento del lavoratore, che non ha ancora raggiunto i 66 anni necessari per godere di un trattamento pensionistico, sia più svantaggioso del pagare il risarcimento previsto dalla nuova legge per il licenziamento ingiusto.

Inutile aggiungere che chi direttamente potrà trarre profitto da questa nuova situazione sono le compagnie assicurative che, verosimilmente, molto presto, avranno nuove quote di rischio da poter coprire, oltre a quelle delle cosiddette pensioni integrative…

Di fronte a questo quadro desolante, si fa davvero fatica a comprendere la posizione assunta in proposito dal Presidente della Repubblica: che Giorgio Napolitano, infatti, decida di dimenticarsi del suo ruolo di figura super partes per sostenere pubblicamente una riforma che, a suo dire (61), «non può essere identificata con la sola modifica dell’art. 18» è a dir poco inspiegabile!

Certo, è vero che la proposta di riforma del governo si pone anche l’obiettivo di andare a toccare alcune delle questioni che realmente affliggono quella oramai larga parte del mondo del lavoro italiano che non gode di particolari tutele, trovandosi di fatto intrappolata in percorsi di precarietà esistenziale, che sembrano spesso non avere sbocchi. Ma non è affatto vero che per dare tutele ai precari bisogna necessariamente ridurre le tutele dei lavoratori con contratti stabili, né è vero che l’abuso nel ricorso a tipologie contrattuali a vario titolo “a tempo determinato” è l’effetto di un eccesso di tutela (la famigerata mancanza di flessibilità in uscita) del tipico contratto a tempo indeterminato.

Le balle mediatiche propagandate ossessivamente da mesi sul tema, vengono smentite dalla letteratura scientifica, ad esempio, qui (62), in una efficacissima sintesi di Emiliano Brancaccio, si evidenzia la totale assenza di conferma al dogma della flessibilità come precondizione per la crescita dell’occupazione:
«Su tredici ricerche realizzate sugli stock, nove di esse danno risultati indeterminati, tre segnalano che la maggior flessibilità del lavoro riduce l’occupazione e aumenta la disoccupazione, e una soltanto segnala che la flessibilità riduce la disoccupazione (…). La tesi prevalente, secondo cui la flessibilità aumenterebbe i posti di lavoro, non sembra dunque trovare riscontri empirici convincenti».
La leggenda che in Italia non vi sarebbero ingenti investimenti esteri per le eccessive rigidità sul versante dei licenziamenti è smentita dall’indice EPL (Employment Protection Legislation) dell’OCSE (63) che è tanto più alto quanto più e difficile licenziare un lavoratore a tempo indeterminato e, al 2008, ci colloca al di sotto del dato medio: nell’area indicata, sono soltanto nove, cioè, i Paesi in cui si licenzia con maggiore facilità che nel nostro!

In ogni caso, se fosse vero che il ricorso a forme contrattuali precarie è il modo con cui l’impresa italiana cerca di sfuggire alla terribile gabbia dell’art. 18, nelle aziende con meno di 15 dipendenti ― laddove cioè l’art. 18 non si e mai dovuto applicare ― ci dovrebbe essere un boom di occupazione e tutta (o quasi) con contratti a tempo indeterminato. Situazione questa che è smentita dalla comune esperienza, oltre che dal dato Unioncamere che testimonia come, nel 2011, le assunzioni in Italia siano avvenute quasi esclusivamente nelle strutture imprenditoriali con 50 e più dipendenti e non nella piccola impresa.

La carenza di tutele per i circa 5 milioni di lavoratori precari italiani è un dato di fatto.

Ma è assurdo continuare a sostenere che ciò dipenda dalla propagandata figura mitologica del lavoratore iper-garantito (sia chiaro: un esempio tipico di questa figura è l’operaio che sta alla catena di montaggio) e dai suoi inaccettabili privilegi (lo vogliamo ribadire: secondo il coro mediatico propagandistico, chi si deve fare ogni santo giorno otto ore di catena di montaggio è un privilegiato, perché può essere reintegrato nel posto di lavoro a fronte di un licenziamento ingiusto).

Sarebbe interessante invece prestare ascolto a chi la vive la precarietà (64), ovvero sia a chi, da precario, insieme ad altri precari, prova a rivendicare politicamente un futuro più giusto in una società più giusta e più democratica:
«La precarietà non è la conseguenza di una generazione “privilegiata” e “garantita” che si è arricchita a danno dei propri figli. La precarietà è il frutto di scelte politiche precise di un’intera classe dirigente che con incredibile ipocrisia adesso pensa di utilizzare i giovani per giustificare l’esigenza di maggiore precarietà. La precarietà è causa della crisi, non la soluzione.
La precarietà, non solo mina la vita delle persone ma frena lo sviluppo di un Paese, dei suoi lavoratori e delle sue imprese, che scaricano la crisi sui precari senza più innovare.
È il quadro del nostro tempo. Impietoso e avvilente. Non vogliamo rimanerci imprigionati. Vogliamo uscirne in modo dirompente e svelare l’inadeguatezza delle ricette di chi il quadro lo ha disegnato scientemente».
Bisogna comprendere una buona volta, infatti, due dati di fatto innegabili:

1) che lo slogan propagandistico secondo cui “le imprese hanno bisogno di maggiore flessibilità in entrata e in uscita per competere sui mercati internazionali” significa che le imprese italiane chiedono a una classe politica ― evidentemente disposta ad assecondare, senza discutere, ogni loro pretesa ― di avere la libertà di disporre dei lavoratori come se fossero cose e non persone; il lavoratore da usare solo quando serve e da gettare via appena il mercato flette (o quando il lavoratore invecchia, diventando così meno produttivo), perché ormai non serve più, finisce con l’essere così l’unica variabile della competizione internazionale; come se la produttività di un’impresa e la sua capacità di stare sul mercato non dipendessero anche e soprattutto dalle scelte di investimento, dalle innovazioni tecnologiche e dalla qualità dei prodotti realizzati.

2) che in assenza di riforme che autorizzino la totale mercificazione (o reificazione, se si preferisce usare questo termine) del lavoratore, la precarizzazione di milioni di lavoratori non dipende necessariamente dalle forme contrattuali previste dalla normativa vigente, ma più esattamente dipende dal quotidiano abuso che se ne fa, in un quadro di illegalità diffusa: non è un caso insomma che il 61% delle imprese controllate dagli ispettori del lavoro, nel 2011, abbia fatto registrare la presenza di situazioni di irregolarità (65).

E, d’altra parte, lo stesso governo ‘certifica’ nei fatti questo stato di illegalità diffusa, quando, in sede di riforma, stigmatizza e offre (i suoi) rimedi a problemi come: quello dello stage formativo gratuito che non forma il lavoratore ma offre solo l’opportunità, alla parte datoriale, di gestire una quota del lavoro di impresa, senza dover elargire un’adeguata retribuzione; quello delle false partite IVA, dietro le quali si nasconde un rapporto di lavoro subordinato, connesso a un fenomeno di evasione contributiva; la reiterazione illimitata di contratti a tempo determinato, che nasconde un rapporto di lavoro stabile, che però non viene formalizzato come rapporto di lavoro a tempo indeterminato; e ― forse il caso più assurdo di tutti ― il contratto di associazione in partecipazione usato da alcuni negozianti per non applicare il contratto collettivo di categoria ai propri commessi (66), con la conseguenza che questi ultimi non solo hanno retribuzioni minori di quelle che spetterebbero loro in qualità di dipendenti, ma addirittura si possono trovare a dover subire le conseguenze dell’aleatorietà dell’attività imprenditoriale, in luogo di datori di lavoro, doppiamente disonesti, che provano a scaricare sui commessi gli effetti dei propri mancati guadagni.

Ma, se sulla efficacia dei rimedi governativi proposti, al momento, ovviamente, non è possibile pronunciarsi con certezza assoluta, quello che si può notare subito ― oltre al deliberato tentativo di precarizzare anche le esistenze dei lavoratori titolari di contratti a tempo indeterminato ― è la mancanza dello strumento principale per la risoluzione della questione del precariato di massa: una qualche forma di reddito minimo garantito, da condizionare logicamente anche alla disponibilità ad accettare le offerte di lavoro regolare, ogni volta che queste si presentino, in modo da scoraggiare eventuali fenomeni di parassitismo.

E va sottolineato che, come gli stessi movimenti di coordinamento dei precari sanno bene e ricordano a chi inopinatamente tende a parlare in loro nome (67), si tratta di forme di intervento pubblico perfettamente compatibili con l’ordinamento comunitario e che la stessa UE tende a promuovere.

Nello specifico è doveroso precisare che, tra i Paesi comunitari, soltanto l’Italia e la Grecia non prevedono una misura di protezione siffatta e che, per determinarne il costo, si può far riferimento ai dati europei relativi alla “Spesa per l’esclusione sociale” (68): questa, in percentuale di PIL, al 2009, registra una divaricazione in negativo dello 0,34%, per metterci in linea col dato medio (Paesi Membri EU27: 0,41% vs. Media Italia 0,07%).

Si tratterebbe di 5 o 6 miliardi di euro, insomma. Una cifra che ― come già abbiamo osservato in precedenza ― potrebbe benissimo essere messa a carico della rendita o dei grandi patrimoni, oppure anche dal recupero di risorse derivante dalla lotta all’evasione fiscale e alla corruzione o da un opportuno mix di tutte queste fonti di equo prelievo fiscale.

Tuttavia, ci pare evidente come (purtroppo) non sia affatto questa la direzione verso la quale ci si sta incamminando, essendo di dominio pubblico che il governo tecnico: non ritiene di particolare urgenza nemmeno l’approvazione della famosa normativa di recepimento della convenzione europea per la lotta alla corruzione, cui dovrà poi seguire una opportuna opera di adeguamento della normativa interna (69); mentre l’orientamento manifestato, al momento, in materia di lotta all’evasione fiscale è quello di usare le eventuali risorse aggiuntive recuperate, per ridurre la pressione fiscale (70).

Resta solo un ultimo aspetto da chiarire: quello che ci ha portato a definire la prospettiva di restaurazione aristocratica in atto ― che abbiamo cercato di descrivere sommariamente in queste pagine ― come una prospettiva costituente.

Ne avevamo già parlato, mesi fa, in relazione alla modifica dell’art. 81 della Costituzione (71). Ora, però, da più fronti (72), emergono timidi appelli (speriamo non inascoltati) all’attuale vasta maggioranza partitica che sostiene il cosiddetto governo tecnico, affinché si eviti di mettere mano alla Costituzione repubblicana, a fine legislatura e senza che alla cittadinanza venga lasciata possibilità di pronunciarsi democraticamente sulle modifiche effettuale.

Discorso questo che, chiaramente, vale per la cosiddetta introduzione in Costituzione del vincolo del pareggio di bilancio, ma non solo.

E, sul punto, ci sembrano risolutive le riflessioni di un costituzionalista del calibro di Gustavo Zagrebelski:
«Come possiamo accettare che un parlamento tanto screditato qual è quello scaturito dalla legge elettorale attuale possa mettere mano alla Costituzione? I frutti sono il prodotto dell’albero. Nessuna speranza può esserci che i frutti siano buoni se l’albero è malato. In ogni caso, LeG [Libertà e giustizia, nda] chiede, come elementare esigenza, che le eventuali riforme possano essere sottoposte al controllo del corpo elettorale in un referendum di particolare significato: come difesa d’una democrazia aperta contro i possibili tentativi d’ulteriore involuzione autoreferenziale dell’attuale sistema politico».
Parole inequivocabili. Che davvero non necessitano di ulteriore commento.

Giuseppe D'Elia


«È vero che, formalmente, 
il parlamentarismo deve servire ad esprimere 
nell'organizzazione statale 
gli interessi di tutta la società. 
Ma d'altro lato 
esso è un'espressione soltanto della società capitalistica, 
cioè di una società 
nella quale sono preponderanti 
gli interessi capitalistici. 
Le istituzioni formalmente democratiche 
diventano con ciò sostanzialmente 
strumenti degli interessi della classe dominante. 
E questo si palesa in modo evidente 
nel fatto che, 
non appena la democrazia 
tende a smentire il suo carattere classista 
ed a trasformarsi 
in uno strumento dei reali interessi del popolo, 
le stesse forme democratiche 
vengono sacrificate 
dalla borghesia 
e dalla sua rappresentanza statale».
___________________________________________________

(43 )http://www.repubblica.it/politica/2012/03/18/news/scalfari_18_marzo-31746256/

(44) http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120320/manip2pg/01/manip2pz/319814/

(45)http://www.repubblica.it/politica/2012/03/04/news/una_strana_giovent_che_odia_la_velocit-30907056/?ref=HRER1-1

(46) http://it.wikipedia.org/wiki/Uranio#Produzione_e_distribuzione

(47) http://www.fusione.enea.it/PROJECTS/iter/index.html.it

(48) http://friendfeed.com/seideegiapulp/3122157a/tav-val-di-susa-docenti-e-ricercatori-chiedono

(49) http://www.sitavtorino.net/?p=503

(50) http://friendfeed.com/seideegiapulp/fe894de0/fortunato-e-quel-paese-che-ha-una-stampa-fa

(51) http://www.governo.it/Presidenza/Comunicati/dettaglio.asp?d=67284

(52) http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/03/21/lerba-cattiva-e-la-memoria-fragile/

(53) http://ilcorsaro.info/palazzo/388-il-governo-vara-l-iter-della-riforma-fornero-il-testo?utm_source=twitterfeed&utm_medium=facebook

(54) http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/03/23/giorgio-cremaschi-perche-cancellano-larticolo-18/

(55) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-03-23/lavoratori-sono-merce-083342.shtml?uuid=AbybfmCF

(56) http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2012/03/23/AP7Jfe9B-parlamento_cambi_chiuda.shtml#axzz1ns9qQQCM

(57) http://www.cislscuola.it/content/20120322-una-riforma-credibile-modificare-la-norma-sui-licenziamenti-economici?quicktabs_menu_cosa_chi=1

(58) http://www.altalex.com/index.php?idnot=39728

(59) http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Caso-Melfi-i-giudici-Fiat-licenzio-i-tre-operai-per-liberarsi-di-sindacalisti_313124473991.html

(60) http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2012-01-01/tutte-novita-riforma-pensioni-161914.shtml?uuid=AamukrZE

(61) http://www.rainews24.rai.it/it/video.php?id=27097

(62) http://www.emilianobrancaccio.it/2012/02/03/la-maggiore-precarieta-non-riduce-la-disoccupazione/

(63) http://keynesblog.com/2012/02/25/locse-politica-contro-locse-dei-dati/

(64) http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/252-non-ce-la-beviamo-il-19-marzo-in-piazza-contro-la-precarieta.html

(65) http://www.lettera43.it/attualita/44470/lavoro-nero-irregolarita-al-61-nel-2011.htm

(66) http://friendfeed.com/seideegiapulp/e0f29aff/associati-in-partecipazione-per-fare-i

(67) http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/238-reddito-minimo-dinserimento.html

(68) http://friendfeed.com/seideegiapulp/ae2e4686/serviziopubblico-redditominimogarantito

(69) http://www.ipsoa.it/cnf/documenti/1073391.asp?linkparam=1

(70) http://www.studioconsulenzaromano.net/news-online/grillimeno-tasse-con-recupero-evasione/21711/

(71) http://seideegiapulp.blogspot.it/2011/12/la-crisi-economica-come-pretesto-per.html

(72) http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2012/3/4/20281-art-81-costituzione-ferrero-prc-federazione-della-sinistra/

(73) http://www.libertaegiustizia.it/2012/02/23/dipende-da-noi-dissociarsi-per-riconciliarci/

martedì 27 marzo 2012

GOVERNO TECNICO E MESSA TRA PARENTESI DI BERLUSCONI: COSTITUENTE ARISTOCRATICA VS. DEMOCRAZIA POPOLARE /2

(segue) Un’analisi attenta dell’operato del governo Monti deve condursi necessariamente su due piani: quello della comunicazione politica e quello dell’azione concreta.

Sul piano comunicativo, questo esecutivo “tecnico” si è fin da subito presentato come il classico medico che non deve far altro che somministrare l’unica terapia possibile, per provare a salvare il paziente Italia da morte certa. Abbiamo già visto come questo modo di presentarsi abbia trovato e ancora trovi ampio risalto e cassa di risonanza nei media mainstream, con la lodevole eccezione delle poche voci che coraggiosamente si sottraggono al coro incensante.

Avendo già sufficientemente chiarito quanta esagerazione ed esasperazione ci sia stata nel descrivere la ‘malattia’ del Paese e la necessità e l’univocità della terapia da somministrare, vedremo ora, in concreto come l’azione politica dell’esecutivo Monti risulti in sostanziale continuità con i programmi e gli interessi del precedente esecutivo e quanto, di conseguenza, sia folle e potenzialmente suicida la scelta del Partito Democratico di assecondare questo progetto di restaurazione aristocratica.

Prima di entrare nel merito, però, è necessaria una premessa esplicativa di metodo: abbiamo già più volte fatto riferimento a questa idea di restaurazione aristocratica che, con la messa tra parentesi di Berlusconi, viene a contrapporsi alla democrazia popolare. In realtà, si potrebbe anche far ricorso al lessico marxiano e descrivere il corso degli eventi come un caratteristico sviluppo del conflitto tra capitale e lavoro e, più esattamente, tra la classe che ha accumulato capitali per generazioni e quella dei lavoratori salariati. Solo che la sfrontatezza con cui, oggi, le ricche oligarchie difendono i propri privilegi, contando sulla capacità di controllo e manipolazione dell’opinione pubblica, assicurata dal coro mediatico, rende prioritario porre l’accento sulla natura stessa di un ordinamento democratico che, di fatto, tende a cancellare un’autentica possibilità di scelta.

Per essere ancora più espliciti, la domanda che si impone al momento è questa: può ancora dirsi democratico un ordinamento che non consente opzioni di scelta realmente differenti?

Perché il nocciolo della questione è tutto qui: può dirsi democratico, un governo sedicente tecnico che propone ricette politiche che, quand’anche vengano discusse, in ogni caso, poi, saranno attuate secondo i piani predefiniti, anche se questi piani peggioreranno le condizioni di vita della maggioranza dei cittadini costretti a subirle?

Per comprendere a pieno il senso e l’urgenza di questa domanda è il caso allora di passare finalmente in rassegna ciò che ha fatto, fin qui, il governo Monti, cosa si propone di fare, come spaccia per inevitabili e assolutamente buone le proprie ricette ― con la complicità di una informazione che, per lo più, sembra aver smarrito per strada ogni capacità critica e di giudizio ― e quali sono invece le nefaste conseguenze logiche di queste scelte politiche, che vengono volutamente taciute o messe ai margini di ogni discorso sull’argomento.

Cominciamo dalla manovra economica all’insegna del tanto anelato “pareggio di bilancio”. Estrapolando i dati più significativi dall’ottima sintesi realizzata da Quattrogatti.info (18) si scopre subito che i tre quarti della manovra consistono in nuove tasse (19). All’insegna dell’equità (20) come annunciato? Vediamo. I carichi del prelievo aggiuntivo sono stati così distribuiti (21): Tassazione beni di lusso = 2% vs. Accise & Tabacchi = 22%; Tassazione strumenti finanziari e beni esteri = 5% vs. IMU e rivalutazione catastale (in sostanza: la nuova ICI anche sulle prime case) = 44%. Sul versante residuale delle minori spese (22): i due terzi dell’intervento gravano sui pensionati.

Numeri, non ipotesi (23). Dati che, giova chiarirlo, mostrano come la volontà dichiarata di mettere in linea entrate e spese previste si sia realizzata, in sostanza, con un taglio alla spesa pubblica di 9 miliardi di euro che è quasi interamente ― per il 66% del totale (il resto sono quasi tutti tagli ai trasferimenti agli enti locali) ― messo a carico di pensionati e pensionandi.

Ma è soprattutto con le nuove tasse, ripetiamo, che si è realizzato l’equilibrio d bilancio. E, indubbiamente, l’equità non può certo essere data da questi numeri: su circa 26 miliardi di nuove entrate, anche qui, i due terzi finiscono con gravare diffusamente sulla cittadinanza. Scegliere infatti di prendere il 44% di queste nuove entrate dalla tassazione delle abitazioni di proprietà e un altro bel 22% da accise (si pensi soprattutto ai carburanti) e tabacchi e non di andare a incidere pesantemente sulla rendita finanziaria e immobiliare a quale ragione tecnica (e non squisitamente politica) dovrebbe rispondere?

Tenendo bene a mente che in Italia la Costituzione riconosce espressamente, all’art 53, il principio della progressività delle imposte (24), ha senso realizzare il pareggio di bilancio a danno dei cittadini consumatori, dei pensionati e dei proprietari di unità immobiliari in cui risiedono (ossia la casa familiare, spesso acquisita faticosamente con mutui ultra-decennali)?

Dalla sola rendita ― quella immobiliare, recentemente stimata in 1700 miliardi di euro, e quella finanziaria addirittura in 2700 miliardi (25) ― si sarebbe potuto ottenere agevolmente la quota messa a carico dei piccoli proprietari e si sarebbe potuto benissimo anche evitare l’ennesimo taglio alla spesa pensionistica.

Se, dunque, si analizza il modo in cui si è scelto di distribuire i famigerati sacrifici da fare per risanare i conti pubblici, emerge chiaramente quel contrasto che in USA i movimenti hanno sintetizzato nella formula del “We are the 99%” (26) di cittadinanza costretta a vedere peggiorare le proprie condizioni di vita, in situazioni di crisi economica, per mantenere intatti i privilegi dell’1% più ricco. Va detto, poi, che questo slogan, per il caso italiano, può essere facilmente tradotto in una misura precisa e attendibile, essendo di pubblico dominio (anche se mai sufficientemente pubblicizzato) il dato registrato dalla Banca d’Italia (27) di quel 10% di famiglie italiane che possiede circa il 45% della ricchezza complessiva del Paese. Ed è curioso che quasi nessuno osservi come la scelta di questo governo di non chiedere il surplus di sacrifici ai rentiers, si configuri come un chiaro esempio di conflitto di interessi, visto che il primo tenutario di rendite finanziarie e immobiliari è lo stesso Presidente del Consiglio in carica (28) e considerato che anche i suoi ministri non se la passano affatto male, da questo punto di vista (29).

Ricapitolando: il governo del 10% degli Italiani più ricchi definisce “salva Italia” (30) una manovra economica che prevede il pareggio di bilancio nel 2014, ma mettendo il grosso del conto da pagare a carico dei ceti medio-bassi e promettendo contestualmente una pronta azione per lo sviluppo economico.

Pur essendo guidato da un economista di chiara fama, però, commette l’errore tecnico di ridurre la capacità di spesa di milioni di cittadini italiani, con questo intervento fiscale. La recessione economica ― ormai riconosciuta e certificata (31) ― dunque era tutt’altro che imprevedibile, nel suo consolidarsi. E sia chiaro: se la manovra fosse stata caricata interamente sulle rendite e sui grandi patrimoni, l’effetto depressivo sulla domanda interna (che decresce in corrispondenza del minor potere di spesa delle famiglie tassate a vario titolo) non si sarebbe prodotto e, oggi, sarebbe meno arduo invertire la tendenza recessiva.

Nondimeno il governo ha una sua ricetta anche per bloccare la recessione economica (32):
«Il decreto legge rinominato dal presidente del Consiglio Monti “Cresci Italia” consentirà nel breve periodo, di traghettare l’economia nazionale fuori dalla spirale recessiva e possibilmente, nel medio/lungo periodo, di allinearla ai ritmi di crescita dei partners europei e internazionali».
Si tratta del famoso provvedimento sulle liberalizzazioni, immediatamente sommerso da una pioggia di migliaia di emendamenti (33), dato che le categorie interessate ― a cominciare da quegli avvocati che in parlamento hanno un’ampia rappresentanza corporativa ― hanno scelto di dar fondo «alle loro risorse di lobbying, scatenando i propri rappresentanti in Commissione».

Come è andata a finire? Lo stesso Monti (34) si è espresso in questi termini, in proposito:
«La disciplina di queste materie per molti aspetti è stata migliorata nel corso dell’esame al Senato, a seguito di costruttivi interventi dei gruppi parlamentari e anche di singoli parlamentari».
Il provvedimento, però, è ancora in fase di approvazione definitiva e, quindi, ogni previsione sui suoi esiti possibili sarebbe doppiamente azzardata, potendo benissimo sparire o cambiare il singolo caso preso in esame.

Di certo, a noi non sembra che le contrastatissime azioni in materia di farmacie, taxi, carburanti, avvocati e notai possano realizzare chissà quale rivoluzione o anche solo significativo progresso per la cittadinanza, ma attendiamo fiduciosi che le norme vadano stabilmente in porto, con la conversione in legge del decreto, e che dispieghino pienamente i propri effetti di medio periodo, per dare una valutazione più compiuta.

Vanno fin d’ora registrate, però, le perplessità della Ragioneria dello Stato sulla copertura economica di alcune delle modifiche apportate al decreto dal Senato (35) e la questione spinosa delle commissioni bancarie omnicomprensive.

La scorsa settimana, il sottosegretario allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, sul punto si esprimeva così (36):
«La posizione del Governo è nota: quella sulle commissioni bancarie è una norma votata dal Parlamento. Naturalmente il parere del Governo era contrario. Se il Parlamento riterrà di modificare la norma noi saremo assolutamente favorevoli a modificarla. Tutto qui. Non ci sono novità».
Cos’è successo esattamente, dunque?

Uno dei tanti emendamenti al decreto liberalizzazioni votati in Senato ha sancito (37) una invalidazione generale di
«tutte le clausole, comunque denominate, che prevedano commissioni a favore delle banche a fronte della concessione di linee di credito, della loro messa a disposizione, del loro mantenimento in essere, del loro utilizzo anche nel caso di sconfinamenti in assenza di affidamento ovvero oltre il limite del fido».
La norma ― lo ribadiamo: votata con parere contrario del Governo ― avrebbe permesso insomma di annullare tutti quegli escamotage con i quali le banche, di fatto, hanno aggirato la precedente abrogazione delle cosiddette commissioni di massimo scoperto.

Tuttavia, la reazione scomposta (dimissioni, poi, congelate) e la pressione continua dei vertici dell’ABI hanno portato il governo a scegliere di mettere in campo un apposito decreto, teso a neutralizzare questa norma (38): come dire? Tutti dobbiamo fare i necessari sacrifici per il bene dell’Italia, ma le banche devono comunque continuare a fare ingenti profitti…

Mettendo da parte il sarcasmo, però, già a questo punto, al lettore, dovrebbe risultare ormai sufficientemente chiaro come e quanto l’azione di questo esecutivo sia tutt’altro che neutrale, una volta visti gli interessi che va a toccare senza esitazioni e quelli intoccabili (o quasi).

La sostanziale convergenza con le politiche programmatiche del governo uscente è lampante e, d’altro canto, che Mario Monti potesse essere definito come un uomo di destra, pur non essendo affatto devoto a Silvio Berlusconi, lo si poteva ben comprendere leggendo questo suo articolo dell’anno scorso (39), in cui accostava Berlusconi a Marx (sic!), liquidandoli come due illusionisti, e contestualmente esaltava la concretezza dell’azione politica di Sergio Marchionne e di Maria Stella Gelmini… E, sia chiaro, Monti era uno che in Berlusconi inizialmente ci aveva creduto, come lui stesso ricordava, nell’articolo appena citato: nel 1994, salutando con speranza l’avvento al governo dell’imprenditore ‘prestato’ alla politica, Monti gli dava fiducia; come potenziale campione del liberismo (40), ma gli dava fiducia.

Resta sul tavolo un interrogativo decisivo per la comprensione della complessa partita politica che si sta giocando al momento nel Paese: com’è possibile che la mera messa tra parentesi di Berlusconi risulti sufficiente, a pezzi significativi dell’opposizione partitica e sociale, per sposare ciecamente la causa montiana? Come è possibile che quella stessa stampa ‘autorevole’ che ha denunciato per anni le tante nefandezze berlusconiane, dimentichi tutto da un giorno all’altro, quasi come se Berlusconi fosse svanito nel nulla, e sostenga il governo Monti, appunto, come se la tenuta di questo governo non dipendesse dalla folta pattuglia parlamentare berlusconiana?

La risposta a questa domanda, per quanto possa suonare sgradevole, sta appunto nella convergenza di interessi economici e di potere che è alla base della fallita svolta bipartitica tentata nel 2008. L’idea era quella di ridurre la dialettica politica allo scontro tra due sole opzioni partitiche, con politiche programmatiche sostanzialmente omogenee, dato che la contesa politica si sarebbe dovuta svolgere tutta e sola, spostando un po’ più destra o un po’ più a sinistra quell’ipotetica fascia di elettorato moderato e pragmatico che, di volta in volta, avrebbe scelto di votare il candidato in grado di realizzare al meglio quel programma che, in fondo, più o meno, è sempre lo stesso: più mercato e meno Stato.

Al netto delle forzature richieste dallo sforzo di sintesi, il nocciolo della questione è appunto questo: la supremazia incontestabile del mercato, con annessa riduzione di tutto ciò che è intervento pubblico e stato sociale. D’altra parte ― una volta esclusa la possibilità di incrementare le entrate, tassando le rendite e i grandi patrimoni ― il dogma dell’azzeramento del debito pubblico mediante riduzione della spesa pubblica, a cosa porta, se non allo smantellamento del Welfare? E da questo smantellamento chi altri ne trarrebbe profitto, se non chi ha capitali da investire in quei nuovi profittevoli settori di mercato che si vengono così a creare? Una volta smantellata la scuola e l’università pubblica, chi ne trarrebbe immediato giovamento se non coloro che già hanno investito e ulteriormente potrebbero investire nel settore, facendosi pagare profumatamente il servizio offerto? Idem dicasi per la sanità, per la spesa previdenziale e assistenziale, per le energie, i trasporti, i servizi pubblici essenziali e finanche per l’acqua, mercato preziosissimo, essendo legato a un bene letteralmente vitale.

L’obiettivo politico, dunque, è di assoluta evidenza: declinare la democrazia dell’alternanza, offrendo una scelta che appaia tale soltanto da un punto di vista formale, svolgendosi, poi, in realtà, tra due sole ‘opzioni’, ma fittizie, in quanto identiche nella sostanza. E se, nonostante tutti gli artifici manipolativi introdotti (compresa quella famigerata legge elettorale ora riconosciuta come indecente dalle stesse persone che l’hanno creata e che ne hanno direttamente beneficiato), questo progetto del bipartitismo coatto della falsa alternanza fallisce ― perché le forze partitiche non si riducono a due (41) e la società civile si organizza fuori dai partiti, riuscendo persino a far rivivere l’istituto referendario (42) ― allora si può anche mettere da parte la logica dell’alternanza e puntare tutto sull’unità politica necessitata delle forze auto-proclamatesi “più responsabili”.

Responsabili verso cosa e per soddisfare quali necessità, fermo restando quanto già chiarito fin qui, lo si capirà ancora meglio, esaminando la cosiddetta terza fase dell’attività dell’esecutivo.


Giuseppe D'Elia

 per L'Indiependente.it 


«È vero che, formalmente, 
il parlamentarismo deve servire ad esprimere 
nell'organizzazione statale 
gli interessi di tutta la società. 
Ma d'altro lato 
esso è un'espressione soltanto della società capitalistica, 
cioè di una società 
nella quale sono preponderanti 
gli interessi capitalistici. 
Le istituzioni formalmente democratiche 
diventano con ciò sostanzialmente 
strumenti degli interessi della classe dominante. 
E questo si palesa in modo evidente 
nel fatto che, 
non appena la democrazia 
tende a smentire il suo carattere classista 
ed a trasformarsi 
in uno strumento dei reali interessi del popolo, 
le stesse forme democratiche 
vengono sacrificate 
dalla borghesia 
e dalla sua rappresentanza statale».
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(18) http://www.scribd.com/doc/76329142/La-manovra-del-governo-Monti-Quattrogatti-info

(19) http://s3.amazonaws.com/data.tumblr.com/tumblr_lwvd7gYcpo1qc3cneo2_1280.png

(20) http://www.dirittodicritica.com/2011/11/18/monti-senato-rigore-equita-famiglie-risparmio-fiducia-49973/

(21) http://s3.amazonaws.com/data.tumblr.com/tumblr_lwvd7gYcpo1qc3cneo4_1280.png

(22) http://s3.amazonaws.com/data.tumblr.com/tumblr_lwvd7gYcpo1qc3cneo5_1280.png

(23) http://seideegiapulp.tumblr.com/post/14864430952/la-composizione-della-manovra-monti-in-7#

(24) http://www.quirinale.it/qrnw/statico/costituzione/costituzione.htm

(25) http://www.linkiesta.it/patrimoniale-immobili-tassa-ricchezza

(26) http://seideegiapulp.blogspot.it/2011/10/uniti-per-un-cambiamento-globale.html

(27) http://bit.ly/GEXbN0

(28) http://www.governo.it/Presidente/patrimoniale/Dichiarazione_Monti.pdf

(29) http://www.iltempo.it/politica/2012/02/22/1324131-redditi_monti_banca_milioni.shtml?refresh_ce

(30) http://www.youtube.com/watch?v=7mjHyXcUaoQ&t=4m03s

(31) http://www.julienews.it/notizia/economia-e-finanza/istat-italia-in-recessione-tecnica/105446_economia-e-finanza_4_1.html

(32) http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/cresci_italia/

(33) http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/442115/

(34) http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/cresci_italia/intervento_monti_camera20120315.html

(35) http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=186714

(36) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-03-14/commissioni-azzerate-intravedono-possibili-152926.shtml?uuid=AbB1Iv7E

(37) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-02-29/banche-stretta-linee-credito-063622.shtml?uuid=AadjLUzE

(38) http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=201203212137593380&chkAgenzie=TMFI&sez=news&testo=&titolo=Banche,%20arriva%20la%20norma%20salva-commissioni

(39) http://www.corriere.it/editoriali/11_gennaio_02/monti-meno-illusioni-per-dare-speranza-editoriale_07bad636-1648-11e0-9c76-00144f02aabc.shtml

(40) http://archiviostorico.corriere.it/1994/maggio/08/liberismo_con_rigore_co_0_9405085267.shtml

(41) http://www.sondaggipoliticoelettorali.it/asp/visualizza_sondaggio.asp?idsondaggio=5293

(42) http://friendfeed.com/referendum-giugno-2011/ccc1f705/altro-che-effetto-fukushima-referendum-4-si