mercoledì 26 ottobre 2011

Uniti per un cambiamento globale: socialismo o barbarie?/3


(segue) Tirando le fila del discorso, restano alcuni nodi delicatissimi da sciogliere: in primo luogo, va chiarito se è lecito discutere di vere e proprie istanze rivoluzionarie e se è possibile volgere in positivo la comune matrice anti-capitalista, recuperando — con lessico marxiano — l’alternativa tra socialismo o barbarie; secondariamente (e correlativamente) va posta la questione del come perseguire le suddette istanze.

Va detto subito che, ancora una volta, il movimento è oggettivamente eterogeneo e che queste diversità possono frenare non poco la spinta unitaria, tuttavia: comune è la domanda di forme nuove del vivere associato; comune è il bisogno di maggiore democrazia; comune è la consapevolezza che se il capitalismo è come un virus, di cui le crisi periodiche costituiscono soltanto i sintomi, mai la società potrà rigenerarsi, fintanto che ci si adopererà soltanto per lenire la sintomatologia, lasciando al virus la possibilità di continuare a proliferare.

Che gli sviluppi di queste premesse abbiano carattere spiccatamente rivoluzionario è, dunque, un dato di fatto. Che questa comune matrice anti-capitalista possa dar luogo a una diffusa rinascita (attualizzata) delle tematiche marxiane è invece soltanto uno dei possibili esiti di queste lotte.

Più che cercare di comprendere quante e quali delle tante sigle che direttamente si riallacciano al pensiero di Marx e dei suoi interpreti, in questa sede, può allora essere utile verificare se un rinnovato ricorso alle categorie marxiane possa agevolare o meno il realizzarsi del cambiamento sociale comunemente auspicato dal movimento.

Va verificato, insomma, se c’è un embrione di coscienza di classe alla base della dichiarata ricerca di unità, volta alla realizzazione di un cambiamento globale che permetta di uscire definitivamente dalla perdurante situazione di crisi economica.

Bisogna quindi ritornare, innanzi tutto, sulla famigerata crisi.

Vladimiro Giacchè, recentemente, ha fatto il punto della situazione, in maniera molto sintetica, ma chiarissima (seppur circoscrivendo il tutto al caso italiano):
«A oltre quattro anni dall’inizio della crisi continuano i salvataggi di banche e assicurazioni con soldi pubblici: l’ultimo caso, di pochi giorni fa, riguarda Dexia e costerà 90 miliardi di euro a Belgio, Francia e Lussemburgo. In compenso si lascia marcire la crisi greca, dopo averla aggravata con il piano di austerity draconiano che ha accompagnato il “salvataggio” del 2010. I bilanci pubblici in Europa sono stati prima appesantiti accollando ad essi il debito privato, e ora si tenta di alleggerirli smantellando i sistemi di welfare e privatizzando a più non posso. Intanto si assiste ad uno spostamento di sovranità dagli Stati a una sorta di terra di nessuno in cui chi detta le regole sono di fatto i governi degli Stati “forti” dell’Unione o addirittura la Banca Centrale Europea. Quest’ultima, non contenta di far male il proprio lavoro (vedi l’aumento dei tassi di interesse a luglio), ha pensato bene di cominciare a dettare agli Stati le politiche economiche e sociali: richiedendo all’Italia — con una lettera che avrebbe dovuto rimanere segreta “per non turbare i mercati” — di effettuare la “privatizzazione su larga scala” dei servizi pubblici, ridurre gli stipendi pubblici e rendere più facili i licenziamenti». (10)
Dopo aver spiegato poi perché va assolutamente scongiurato il rischio default, onde evitare un ulteriore peggioramento delle condizioni esistenziali delle classi lavoratrici, Giacchè pone l’accento su una questione fondamentale:
«C’è però un altro modo per leggere lo slogan “Noi il debito non lo paghiamo”: mettendo l’accento sul “noi”. Questa è invece una rivendicazione sacrosanta, soprattutto nei confronti di una finanziaria che — tra colpi di scure alla finanza pubblica, abolizione di gran parte delle detrazioni fiscali e aumento delle imposte indirette — grava in gran parte su chi guadagna di meno e paga le tasse, mentre è in arrivo l’ennesimo condono-regalo per gli evasori. È giusto esigere che la crisi la paghi chi evade 120 miliardi di euro all’anno e chi detiene grandi patrimoni, e che i risparmi, anziché sugli asili nido e sulle scuole, si facciano sulle spese militari (26 miliardi) e sullo sperpero di denaro pubblico per le imprese private (30 miliardi all’anno). Avanzare oggi questa rivendicazione equivale a introdurre nelle dinamiche di questa crisi un vincolo nuovo: l’indisponibilità di chi sinora ne ha pagato il prezzo a continuare così».
Va precisato, in proposito, che non a caso la formula più esplicita dello slogan citato — formula che il movimento ha iniziato a privilegiare, proprio per scongiurare le (interessate) accuse di irresponsabilità — è questa: “Noi la vostra crisi non la paghiamo”. In questa contrapposizione, in questa presa di coscienza che c’è un “Noi” maggioritario che, unendosi, può ribaltare la condizione di soggezione nei confronti di quel “Voi” minoritario ed elitario, c’è senz’altro un seme di un rinnovato conflitto di classe che potrebbe germogliare, contrapponendo apertamente i detentori di capitali ai lavoratori subordinati. 

Ma, allo stato attuale delle cose, di più davvero non si può dire, senza arrivare a conclusioni troppo arbitrarie.

Può sottolinearsi, piuttosto, come il predetto slogan si vada a riempire di contenuti:
«Non è vero che tutto il debito va ripagato, il popolo ha l’obbligo di restituire solo quella parte che è stata utilizzata per il bene comune e solo se sono stati pagati tassi di interesse accettabili. Tutto il resto, dovuto a ruberie, sprechi, corruzione, è illegittimo e immorale, come hanno sempre sostenuto i popoli del Sud del mondo.
Per questo chiediamo un’immediata sospensione del pagamento di interessi e capitale, con contemporanea creazione di un’autorevole commissione d’inchiesta che faccia luce sulla formazione del debito e sulla legittimità di tutte le sue componenti. Le operazioni che dovessero risultare illegittime, per modalità di decisione o per pagamento di tassi di interesse iniqui, saranno denunciate e ripudiate come già è avvenuto in altri paesi.
La sospensione sarà relativa alla parte di debito posseduto dai grandi investitori istituzionali (banche, assicurazioni e fondi di investimento sia italiani che stranieri) che detengono oltre l’80% del suo valore. I piccoli risparmiatori vanno esclusi per non compromettere la loro sicurezza di vita.
Contemporaneamente va aperto un serio e ampio dibattito pubblico sulle strade da intraprendere per garantire la stabilità finanziaria del paese secondo criteri di equità e giustizia.
Almeno cinque proposte ci sembrano irrinunciabili:
- riforma fiscale basata su criteri di tassazione marcatamente progressiva;
- cancellazione dei privilegi fiscali e seria lotta a ogni forma di evasione fiscale;
- eliminazione degli sprechi e dei privilegi di tutte le caste: politici, alti funzionari, dirigenti di società;
- riduzione delle spese militari alle sole esigenze di difesa del paese e ritiro da tutte le missioni neocoloniali;
- abbandono delle grandi opere faraoniche orientando gli investimenti al risanamento dei territori, al potenziamento delle infrastrutture e dell’economia locali, al miglioramento dei servizi sociali col coinvolgimento delle comunità». (11)
Questa progettualità politica, unita ad altre ben note proposte — si pensi soprattutto alle ipotesi di tassazione sulle transazioni finanziarie o Tobin Tax (12) e al cosiddetto “reddito di cittadinanza” (13) — dimostra inequivocabilmente che la distanza, innegabile, che c’è (in Italia, in particolar modo) tra i movimenti e il parlamento segnala una fortissima assenza di rappresentatività, che dovrebbe preoccupare ogni sincero democratico.
«Era necessario farci strada con la violenza, con il sacrificio, con il sangue; era necessario stabilire un ordine e una disciplina voluti dalle masse, ma impossibili da ottenere con una propaganda all’acqua di rose, con parole, parole e ancora parole e con ingannevoli battaglie parlamentari e giornalistiche». (14)
Chi sa che queste parole sono state scritte da Benito Mussolini, nel capitolo della sua autobiografia intitolato al “giardino del fascismo”, infatti, di fronte alle persistenti tracce di esaltazione di una violenza che — come si è già sottolineato in precedenza — produce solo ulteriore regresso sociale, non può non pensare immediatamente alla massima di Michel Foucault sul
«come fare per non diventare fascisti anche se (soprattutto se) si crede di essere militanti rivoluzionari». (15)
Viene dunque conclusivamente in rilevo la questione del metodo e delle forme con cui praticare la lotta politica per il progresso sociale, nel dato momento storico.

Qui va detto senza tanti giri di parole che la scelta di forme di lotta nonviolente, risponde non certo a preconcette adesioni dogmatiche a petizioni di principio, ma ad una ponderata valutazione strategica.

Cosa c’è di più rivoluzionario del perseguimento e del raggiungimento di stabili obiettivi di progresso sociale senza spargimenti di sangue? Già l’ovvia risposta a questa domanda — oltre a quanto già detto in termini di reazione repressiva — dovrebbe incentivare la scelta di queste pratiche.

Ma c’è di più: per quanto lo sviluppo di internet abbia aperto nuovi e innumerevoli canali di accesso alla comunicazione di massa — che ora non è più esclusivamente verticale, come nei decenni scorsi — la forza di penetrazione dei grandi media (e delle televisioni, in particolar modo) rimane ancora preponderante. Principalmente, per la capacità di produrre meccanismi di identificazione. Ciò che consente di comprendere, da un lato, perché le masse abbiano potuto tollerare (e ancora tollerano) per decenni che, in determinate regioni del pianeta, altri esseri umani debbano convivere con guerre, pestilenze e carestie e, dall’altro, e per converso, come sia possibile che l’incendio di un’automobile nel corso di una manifestazione di protesta, talvolta, produca ostilità verso l’intero movimento. In quest’ultimo caso, opera un meccanismo identificativo (“quell’auto poteva essere la mia!”) che è del tutto assente nella prima ipotesi (“succede lontano da qui, ergo non può succedere anche a me”).

Riflettendo bene su come operano questi potenti meccanismi emotivi, forse, la scelta strategica di privilegiare forme di lotta nonviolente e pratiche inclusive dovrebbe essere compresa e meglio apprezzata da tutti.

E, in effetti, è proprio qui che un recupero del lessico marxiano potrebbe rivelarsi preziosissimo per abbandonare la logica dello scontro di piazza, riconciliandosi anche con quel famoso e controverso testo pasoliniano, in cui l’autore simpatizzava coi poliziotti “figli di poveri”, contrapponendoli ai giovani manifestanti (benestanti) “figli di papà”. (16)

In un epoca come quella attuale di diffuso e progressivo impoverimento, infatti, dovrebbe essere molto più semplice comprendere che il poliziotto, servitore dello Stato, è un lavoratore subordinato esattamente come lo sono quelli che stanno riempiendo le piazze di mezzo mondo, Italia inclusa: i lavoratori, i salariati, i precari, i cassintegrati, i pensionati, gli inoccupati, le tante formule nuove (e spesso vuote) create ad arte per frammentare e dividere quel (simbolico) 99% che costituisce l’ossatura di quella maggioranza soggiogata dalla minoranza detentrice dei capitali accumulati e del Potere.

Provare allora a spezzare il giogo di un copione di scontri, purtroppo, già messo in scena infinite volte, cercando di instaurare un dialogo che renda partecipi e solidali i lavoratori dei corpi di polizia, con le ragioni della classe lavoratrice nelle sue più diverse forme, non è forse la premessa basilare per la riuscita di una rivoluzione pacifica?


Il 15 ottobre, in piazza, c’è stato anche questo (17): qualche primo, timidissimo (e poco pubblicizzato) tentativo di invertire la tendenza allo scontro, instaurando un dialogo tra lavoratori; un dialogo basato sulla “solidarietà di classe”, insomma. Così come, a scontri avvenuti, si è avuto modo di leggere anche una severa (auto)critica, svolta dall’interno, da un funzionario di polizia del Silp CGIL, che non ha avuto remore nel denunciare (18) errori di gestione, a suo avviso, evidentissimi, stante la conclamata inefficacia del modello “militare” di ordine pubblico, in situazioni come quella di cui, qui, si sta discutendo.

Come è evidente, dunque, anche in Italia, nonostante tutto, ci sono ancora ampi margini per scrivere assieme una pagina fondamentale della storia dell’umanità.

Peccato solo che, in una fase politica di rinnovato fermento sociale, i principali partiti politici (soprattutto quelli presenti in Parlamento), fin qui, abbiano preferito restare a guardare, mostrando di non aver per nulla compreso quello che sta succedendo attorno a loro e al loro nauseante immobilismo.

Giuseppe D'Elia


«Bourgeois society stands at the crossroads,
either transition to socialism 
or regression into barbarism». 

martedì 25 ottobre 2011

Uniti per un cambiamento globale: socialismo o barbarie?/2


(segue) Mobilitazione globale permanente, dunque: unire le masse popolari radicalmente critiche verso il modello economico-sociale imperante, con l’obiettivo di realizzare forme più compiute di democrazia, attraverso la pacifica occupazione delle principali piazze dei diversi Paesi.

Tutto limpido e alla luce del sole.

Messo nero su bianco, anzi:
«Uniti per un cambiamento globale: più di 1.000 città – 82 paesi. Il 15 Ottobre gente di tutto il mondo prenderà le strade e le piazze.
Dall’America all’Asia, dall’Africa all’Europa, la gente si sta sollevando per rivendicare i propri diritti e chiedere una democrazia autentica. Ora, è arrivato il momento di unirci tutti in una protesta globale non violenta. I poteri dominanti lavorano a beneficio di pochi, ignorando la volontà di una vasta maggioranza e senza tenere conto del costo umano ed ecologico che dobbiamo pagare. Questa situazione intollerabile deve finire. Uniti in una sola voce, faremo sapere ai politici e alle élite finanziarie a cui sono asserviti, che ora siamo noi, i popoli, che decideremo il nostro futuro. Non siamo merce nelle mani di politici e banchieri che non ci rappresentano. Il 15 Ottobre ci troveremo in piazza per mettere in moto il cambiamento globale che vogliamo. Manifesteremo pacificamente, dibatteremo e ci organizzeremo fino a riuscirci. È ora che ci uniamo. È ora che ci ascoltino. People of the world, rise up (…)!» (5).
Va sottolineato che il contenuto dell’appello internazionale, testé trascritto, in Italia, raccoglieva un diffuso consenso, testimoniato, chiaramente, ad esempio, dal contenuto di questo pubblico manifesto di adesione:
«Uniti per l’alternativa ha scelto fin dall’inizio di raccogliere la sfida degli indignados globali, perché è proprio la ricerca, paziente e faticosa, dell’unità, della ricomposizione delle lotte, la cifra distintiva del suo percorso. Connettere le differenze, questo è il primo obiettivo da praticare per invertire la rotta della crisi!
(…) Chiaramente, l’unità da sola non è sufficiente. Non basta combinare le resistenze operaie con le lotte studentesche o in difesa dei beni comuni, c’è bisogno di un progetto comune di trasformazione. L’alternativa è questo orizzonte, questo desiderio di cambiamento che si fa programma politico concreto: la capacità di egemonia dei movimenti — ampiamente dimostrata dai risultati referendari di giugno — non può non prendere la forma di un processo costituente di un nuovo modello sociale, economico e politico.
(…) In questo senso è decisivo che le manifestazioni siano partecipate da centinaia di migliaia di persone. I numeri da soli non bastano, di questo ne siamo certi, ma di fronte alla violenza della finanza e delle banche, i numeri sono la prima condizione per cominciare ad affermare un rapporto di forza favorevole. Ci vuole poi una mobilitazione permanente, che sappia fare tesoro delle straordinarie esperienze americane di questi giorni, oltre che della primavera araba e delle mobilitazioni spagnole. (…)» (6).
Cosa doveva succedere, allora, nel nostro Paese, il 15 ottobre? Far confluire nella capitale centinaia di migliaia di persone, occupare con questa massa una delle piazze storiche delle proteste popolari (piazza San Giovanni), piantare le tende in loco e difendere con tecniche di lotta nonviolenta questo neonato presidio permanente di democrazia, in cui sarebbero stati meglio definiti gli obiettivi politici immediati della protesta popolare e i metodi pacifici e democratici per raggiungerli e mantenerli.


Cosa ha impedito che tutto questo potesse accadere? Un’esplosione improvvisa di violenza nichilista. Una furia devastatrice che ha dapprima spezzato il corteo e poi lo ha costretto a disperdersi e ad abbandonare il progetto iniziale, visto che nella piazza e nelle strade attigue si era, ormai. scatenata una battaglia con le forze dell’ordine che, di fatto, vanificava ogni possibilità di raggiungere gli obiettivi programmati.

Soffermarsi sul “cosa” ha impedito la riuscita della manifestazione più che soffermarsi a lungo a dibattere sul “chi” ha determinato tutto questo è mero buon senso, dato che l’unico elemento certo e indiscutibile, al momento, è il rapporto numerico tra fautori della devastazione e manifestanti che invece avrebbero preferito far ricorso a forme di lotta nonviolente.

Su questo punto, Marco Rovelli ci offre una ricostruzione che costituisce un ottimo punto di partenza per una più attenta analisi della vicenda:
«Eravamo tanti. La narrazione comincia da qui. Di questo dobbiamo far memoria. Eravamo tanti, un fiume in piena. E dobbiamo andare oltre, e prendere lezione, e costruire pratiche di movimento che adesso non ci sono.
Non è questione di violenza e non violenza, non è questa la questione. (Che poi, nulla è più violento del “sistema”, oggi, che ci sta portando via presente e futuro, nostro e del pianeta: ogni altra violenza, oggi, è in scala inferiore rispetto a questa). La violenza accade, può accadere, la Storia ce lo insegna che a volte deve accadere. A certe condizioni: se è razionale rispetto allo scopo, dunque sensata e può produrre effetti reali in un contesto di strategia; se non vi sono altri mezzi possibili (e questo, per dire, esclude le autolegittimazioni di quella parte di movimento che rivendica gli scontri paragonando le pratiche della piazza romana a quelle di piazza Tahrir). Non siamo in presenza di queste condizioni. Ben miope è la mistica degli scontri di piazza. Che non si inseriscono in alcuna strategia politica, che non producono alcun effetto positivo, che contribuiscono a distruggere un movimento e non a costruirlo. In che cosa oggi siamo più vicini alla demolizione del sistema? In nulla.
E ancora — rispetto alla “narrazione” ufficiale dei media — non si parli di black bloc, con la retorica buoni indignati/cattivi venuti da fuori. (…). Non si parli, perciò, neppure di infiltrati, ciò che costituisce per molti del movimento un bell’alibi.
La questione principale è un’altra. È la questione delle pratiche. Che devono essere condivise. Non si parassita un corteo che ha altri obiettivi e convocato con altre pratiche, non gli si impone la propria minoritaria presenza. Questa è la violenza peggiore. Imporre agli altri le proprie pratiche. Prendendo la testa in 300 di una manifestazione di 300mila persone e segnando il destino di quella manifestazione. È una questione di democrazia. (…)» (7).
Le riflessioni di Rovelli sono importanti — anche se non condivisibili al cento per cento — perché evidenziano in maniera molto chiara e sintetica le tante (e intricate) questioni che l’esplosione di violenza incontrollata del 15 ottobre italiano lasciano aperte.

Mettendo un attimo da parte la questione delle forme di lotta politica (lotte nonviolente vs. uso della forza), indubbiamente, a quella minoranza che ha imposto la logica dello scontro di piazza a quella della piazza occupata pacificamente e trasformata in presidio di rinnovamento democratico, vanno fatte notare alcune cose.

Innanzi tutto, appunto, il loro imporsi come un’oligarchia di segno opposto a quella che questo nascente movimento di massa sta cercando di combattere democraticamente; con il che il movimento — almeno in Italia — finisce col rimanere schiacciato tra due oligarchie: quella capitalista e quella nichilista.

Senz’altro quella rabbia diffusa che sta alla base di comunicati come quello che apertamente inneggiava all’insurrezione (8) è ben sintetizzata in considerazioni di questo tipo:
«se c’era un paese che doveva trasformare l’indignazione in incazzatura di massa, quello era proprio l’Italia, che vive un presente veramente penoso». (9)
Ma se questa rabbia si spiega con la particolarità della situazione politica italiana, che non sembra assolutamente in grado di offrire speranze di concreto miglioramento né ai lavoratori precari, né a chi è senza lavoro, in ogni caso, tutto ciò non giustifica una violenza che resta fine a se stessa.

Se pertanto il nucleo centrale della critica di chi sceglie lo scontro e la devastazione si può riassumere in una questione di inefficacia delle forme di lotte nonviolente: se, insomma, il problema è che i cortei e le manifestazioni a nulla servirebbero, perché la situazione di chi protesta, poi, non migliora mai, quando la protesta volge al termine, l’autolesionismo della scelta di segno opposto diventa innegabile.

Diversamente da come scrive Rovelli, infatti, non solo la devastazione di piazza non serve a demolire il sistema, ma addirittura fa ulteriormente regredire le condizioni di vita delle classi più disagiate, dato che al disagio economico, si aggiunge la risposta repressiva dell’ordine costituito che travalica le responsabilità dei singoli, finendo col criminalizzare (e non solo da un punto di vista mediatico) la protesta in quanto tale.

In altre parole, al danno di una condizione di vita particolarmente disagiata si viene così ad aggiungere la beffa della sempre più difficile possibilità di costruire una proposta di alternativa politica che sia realmente in grado di invertire la tendenza degli ultimi decenni: quella di privilegiare, sempre e comunque, gli interessi dei potentati economici (che accumulano, per generazioni, i capitali) a danno di quelli delle masse dei lavoratori (che restano escluse dal processo di accumulazione capitalistica).

In questo senso, quindi, se si riconosce — come anche Rovelli fa — il potenziale distruttivo, verso le ragioni della protesta e della stragrande maggioranza di coloro che la sostengono, delle pratiche di devastazione, diventa prioritario scegliere democraticamente un metodo politico di lotta e praticarlo coerentemente fino in fondo.

(continua)

Giuseppe D'Elia


«Bourgeois society stands at the crossroads,
either transition to socialism 
or regression into barbarism». 

lunedì 24 ottobre 2011

Uniti per un cambiamento globale: socialismo o barbarie?/1


C’è un interrogativo che si impone oggi all’attenzione di chi vuole realmente capire quello che sta succedendo in mezzo mondo, man mano che la crisi economico-finanziaria degli ultimi anni continua a dispiegare i propri effetti regressivi sulle vite di sempre più ampie fasce di popolazione: può esistere un modello economico-sociale, storicamente, non superabile da un’alternativa migliore?

Se l’economia capitalista genera forme sociali che garantiscono il benessere di una esigua minoranza di individui, mentre alle masse — a seconda della regione geografica in cui la sorte fa venire al mondo ciascun singolo — tocca la casuale alternativa tra una condizione esistenziale di persistente difficoltà e una prospettiva di vita in cui già la mera sopravvivenza è un lusso, insomma: com’è possibile che la messa in discussione del sistema economico rimanga sempre ai margini del dibattito politico mediatico?

Se si riflette sul significato degli slogan transnazionali e delle rivendicazioni politiche che stanno alla base delle ondate montanti di protesta, il dato comune che emerge è duplice: una generica matrice anti-capitalista e un diffuso bisogno di democrazia partecipata. In quel “We are the 99%”, dunque, c’è soprattutto una critica radicale a quella «forma di regime politico in cui il potere è nelle mani di pochi, eminenti per forza economica e sociale» (1), che corrisponde esattamente alla definizione di ciò che è un’oligarchia (capitalista).

D’altra parte, un’accusa agli oligarchi, alfieri del capitalismo finanziario, è testuale e nettissima in un recente intervento del premio Nobel per l’economia Paul Krugman:
    «i Masters of the Universe di Wall Street capiscono, nel profondo del loro cuore, quanto sia moralmente indifendibile la loro posizione. (…). Sono gente che è diventata ricca trafficando con complessi schemi finanziari che, lungi dal portare evidenti benefici economici agli americani, hanno contribuito a gettarci in una crisi i cui contraccolpi continuano a devastare la vita di decine di milioni di loro concittadini.
    Non hanno ancora pagato nulla. Le loro istituzioni sono state salvate dalla bancarotta dai contribuenti, con poche conseguenze per loro. Continuano a beneficiare di garanzie federali esplicite ed implicite — fondamentalmente, siamo ancora in una partita in cui loro fanno testa e vincono, mentre i contribuenti fanno croce e perdono. E beneficiano anche di scappatoie fiscali grazie alle quali, spesso, gente che ha redditi multimilionari paga meno tasse delle famiglie della classe media.
    Questo trattamento speciale non sopporta un’analisi approfondita e, perciò, secondo loro, non ci deve essere nessuna analisi approfondita. Chiunque metta in evidenza ciò che è ovvio, per quanto possa farlo in modo calmo e moderato, deve essere demonizzato e cacciato via. Infatti, più una critica è ragionevole e moderata, più chi la porta dovrà essere immediatamente demonizzato (…).
    Chi sono, dunque, gli antiamericani? Non i manifestanti, che cercano semplicemente di far sentire la propria voce. No, i veri estremisti, qui, sono gli oligarchi americani, che vogliono soffocare qualsiasi critica sulle fonti della loro ricchezza» (2).
Va specificato che l’analisi di Krugman — tanto lucida, quanto esplicita — si riferisce espressamente alle manifestazioni di protesta statunitensi: quelle ormai universalmente note come “Occupy Wall Street” (3), promosse da quel simbolico (e democratico) «99% che non tollererà più l’avidità e la corruzione del 1%»; un movimento che ha scelto di usare «la tattica rivoluzionaria della primavera araba» e di «incoraggiare l’uso della nonviolenza per massimizzare la sicurezza di tutti i partecipanti».

Qualcuno ha accostato questo neonato movimento a quello partito da Seattle, nello scorcio conclusivo del millennio scorso.

Molto interessanti, in proposito, le considerazioni di Naomi Klein, una delle più note figure di riferimento del movimento contro la globalizzazione capitalistica degli anni Novanta:
    «la più grande differenza che fa un decennio è che nel 1999 stavamo ereditando un capitalismo al culmine di un boom economico frenetico. La disoccupazione era bassa, i portafogli azionari erano gonfi. E i media erano ubriachi di denaro facile. Allora era tutto in fase di apertura, non di chiusura.
    Abbiamo evidenziato che la deregolamentazione che c’era dietro quella frenesia ha espresso il suo prezzo. Il danneggiamento degli standard del lavoro. Il danneggiamento degli standard ambientali. Le aziende stavano diventando più potenti dei governi e questo stava danneggiando le nostre democrazie. Ma a essere onesti, mentre i bei tempi scorrevano si imponeva di alimentare un sistema economico basato sull’avidità, almeno nei paesi ricchi.
    Dieci anni dopo sembra che non ci siano più paesi ricchi. Solo un sacco di gente ricca. Persone che si sono arricchite saccheggiando la ricchezza pubblica ed esaurendo le risorse naturali in tutto il mondo.
    Il punto è che ognuno oggi può vedere che il sistema è profondamente ingiusto e che sta sbandando fuori controllo. L’avidità senza freni ha demolito l’economia globale. E sta demolendo anche la natura. (…). La nuova normalità sono i disastri seriali: economici ed ecologici.
    Questi sono i fatti sul terreno. Sono così palesi, così evidenti, che è molto più facile entrare in contatto con il pubblico di quanto non lo fosse nel 1999, e per costruire il movimento velocemente.
    Sappiamo tutti che il mondo è capovolto: ci comportiamo come se non ci fosse una fine a ciò che è realmente finito — i combustibili fossili e lo spazio atmosferico per assorbire le loro emissioni. E ci comportiamo come se ci fossero limiti rigorosi e inamovibili a quanto è in realtà abbondante — le risorse finanziarie per costruire il tipo di società della quale abbiamo bisogno.
    Il compito del nostro tempo è quello di cambiare questa situazione: per sfidare questa falsa scarsità. Insistere sul fatto che possiamo permetterci di costruire una società decente e inclusiva — e al tempo stesso, rispettare i limiti reali di ciò che la terra può sopportare.
    I cambiamenti climatici ci dicono che dobbiamo fare questo con una scadenza. Questa volta il nostro movimento non può distrarsi, dividersi, o essere bruciato o spazzata via dagli eventi. Questa volta dobbiamo avere successo. E non sto parlando di regolamentare l’operato delle banche e aumentare le tasse ai ricchi, anche se questo è importante.
    Sto parlando di cambiare i valori di base che governano la nostra società. Quest’obiettivo è difficile da inserire in una singola rivendicazione mediaticamente efficace, ed è altrettanto difficile immaginare come portarlo avanti. Ma il fatto di essere difficile non la rende meno urgente (…)» (4).

Con queste premesse, dovrebbe essere ormai chiaro ed evidente che la giornata di mobilitazione planetaria convocata per il 15 ottobre scorso, all’insegna dello slogan “United for global change” (5) aveva un significato che i media mainstream nazionali hanno completamente occultato, riducendo la copertura informativa pressoché esclusivamente alla cronaca e all’analisi degli scontri di piazza.

Scontri sui quali è doveroso soffermarsi, ma non certo a discapito delle ragioni della protesta.

(continua)

Giuseppe D'Elia


«Bourgeois society stands at the crossroads,
either transition to socialism 
or regression into barbarism». 
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giovedì 15 settembre 2011

Prodromi e sviluppi politici dell'undici settembre: da Berlino a Breivik, un viaggio nella crisi epocale delle sinistre/3


(segue) Come il lettore più attento avrà di certo notato, il discorso sugli effetti politici di lungo periodo della reazione americana agli attacchi dell’undici settembre, da ultimo, si è particolarmente incentrato sulla situazione europea. Questo perché alla logica dello scontro di civiltà e alla dottrina Bush della guerra preventiva permanente, quantomeno sul piano simbolico, gli USA, diversamente dall’Europa, hanno già provato a reagire, scegliendo di eleggere il primo Presidente di origini africane della storia del loro paese. Ovviamente, non rientra certo nell’economia di questo discorso una disamina accurata dell’operato del Presidente Obama. Tuttavia il Paese vittima degli attentati, di fatto, ha già scelto di voltare pagina. E il cambiamento proposto da Obama, almeno programmaticamente, nel suo contesto, risulta (nella forma) più ‘rivoluzionario’ delle attuali proposte delle sinistre riformiste europee. Il che può essere un discreto indizio a favore della tesi delle precondizioni più favorevoli al dilagare delle destre xenofobe e dell’individualismo esasperato, laddove le sinistre erano già politicamente più deboli. Infatti, l’impatto del crollo del mondo diviso in due blocchi, logicamente, è stato molto più devastante per quella sinistra che (più o meno apertamente) aveva flirtato col marxismo ortodosso, che non per la sinistra americana.

Sia come sia, l’inadeguatezza di una sinistra che sembra ormai incapace d’immaginare il futuro e di progettare un mondo e una società diversi e migliori, se non fosse già comprovata da quanto osservato fin qui, si rivela con tutta evidenza nel modo in cui le sinistre (soprattutto europee) non riescono ad affrontare la recente crisi economica.

Qui emerge il dramma di una classe politica che cede completamente il campo del discorso pubblico all’irrazionalità della controparte: di una destra che, in Italia, ad esempio, si vanta di saper “parlare alla pancia” dei cittadini elettori.

E se alla deliberata e dichiarata scelta di una parte politica che si rivolge ai bassi estinti, l’unica risposta sensata è la denuncia costante delle sue innumerevoli contraddizioni, la domanda inevasa non può che essere la seguente: perché queste enormi contraddizioni non vengono sempre denunciate come tali, ma anzi talvolta vengono assecondate?


In concreto, sul punto specifico che adesso si sta considerando: perché si accetta di descrivere una crisi finanziaria come una sorta di calamità naturale a cui non si può far altro che cercare di porre un qualunque rimedio, una volta che questa sia capitata?
Perché invece, ad esempio, non si dà il dovuto risalto alle lucide considerazioni svolte in proposito da un sociologo di chiara fama, quale è Luciano Gallino (14):
«Uno dei problemi di fondo di questa crisi è che le banche hanno contratto enormi debiti a causa di errate iniziative borsistiche come l’acquisto di titoli tossici. Debito che si è riversato sui deficit dei governi grazie ai salvataggi pubblici. Dal 2008 tanto negli Stati uniti quanto in parecchi Paesi europei, certamente nel Regno unito, in Germania e Francia, si sono fatte fior di politiche keynesiane “imbastardite” per salvare le banche. L’economia è stata salvata grazie all’intervento massiccio degli Stati, valutato tra soldi spesi e impegnati intorno ai 12–15 trilioni di dollari» (15),
ragion per cui oggi
«il finanzcapitalismo ha disvelato il suo ultimo capolavoro: rappresentare il crescente debito pubblico degli Stati non come l’effetto di lungo periodo delle sue proprie sregolatezze e dei suoi vizi strutturali, largamente sostenuti e incentivati dalla politica, bensì come l’effetto di condizioni di lavoro e di uno stato sociale eccessivamente generosi» (16).
Non è più che ragionevole ipotizzare che (almeno in Italia e in Europa) delle sinistre che non avessero ripudiato integralmente la questione della lotta di classe oggi non avrebbero alcuna difficoltà nel denunciare e nel combattere fermamente la dissennatezza e le mistificazioni di un capitalismo finanziario che, per usare alcune note ed efficacissime espressioni, sta facendo una vera e propria “lotta di classe alla rovescia”, cercando di instaurare una sorta di “socialismo per ricchi”?


E, ritornando su quanto detto in precedenza, di fronte al dilagare di una destra xenofoba che descrive i fenomeni migratori come una sorta di barbara e temibile invasione, perché la sinistra non ha il coraggio di denunciare l’assurdità di un modello economico che si fonda sulla libera circolazione delle merci e dei capitali, ma che poi vuole ostacolare (o addirittura impedire) l’altrettanto libera circolazione delle persone?

Perché la cosiddetta sinistra riformista si rifiuta di mettere seriamente in discussione il modello economico che genera il fenomeno migratorio di massa, rendendo così più difficile la creazione di un mondo aperto, accogliente e senza frontiere?

Perché le sinistre non riescono, cioè, a fare fronte comune nemmeno sull’ovvia considerazione che in un sistema economico che fosse in grado di garantire davvero il benessere diffuso di ogni area del pianeta, il fenomeno delle migrazioni di massa (e le susseguenti questioni di ordine pubblico che vi si potrebbero riconnettere), semplicemente, svanirebbe nel nulla, restando circoscritto alle eccezionali ipotesi di catastrofi naturali di immani dimensioni e rendendo, quindi, ogni individuo libero di scegliere dove vivere, senza che ciò debba più determinare alcun problema di insicurezza collettiva (reale o anche solo percepita)?
Insomma: se le sinistre europee, oggi, non hanno la capacità di far comprendere facilmente ai popoli che si propongono di guidare quanto sia stato folle appaltare (e in esclusiva) la questione dello sviluppo economico al mercato e far scorrere un intero decennio, inventandosi nuove crociate e nemici inesistenti da andare a combattere in giro per il mondo, guerreggiando fuori e innalzando mura e fossati immaginari dentro, non è anche e soprattutto perché esse stesse hanno ceduto al fascino della telepolitica dei bassi istinti e dell’immediato consenso da capitalizzare nei sondaggi d’opinione, accontentandosi di fare (quando è possibile) un po’ di amministrazione spicciola e nulla più?

L’auspicio conclusivo, allora, è che i tanti e diversi spunti di un discorso complicatissimo che qui abbiamo soltanto potuto abbozzare, ma che altri, in maniera più compiuta e autorevole, stanno già sviluppando, possano trovare presto una più ampia diffusione, diventando il cuore della rinascita delle sinistre che finalmente si riconnettono col proprio popolo. Un popolo di lavoratori, per ciò stesso maggioritario e in perenne conflitto con gli interessi del capitale, ma anche un popolo che sa benissimo che non c’è necessariamente un contrasto insanabile tra libertà e uguaglianza e che, forse, comprende altrettanto bene che la giusta sintesi va trovata nel valore rivoluzionario disperso: la fratellanza; da declinare però non più in chiave nazionale, ma planetaria (ossia: fratellanza del genere umano).

Se le sinistre riusciranno a rifondarsi su base umanista e laburista – socialdemocratica e keynesiana o socialista e neo-marxiana, a seconda di sviluppi che qui è semplicemente impossibile prevedere – forse, le cose potranno davvero cambiare negli anni a venire.

Diversamente, si rimarrà ancora a lungo schiavi della logica delle due destre, una dal volto feroce, l’altra dal volto un po’ più umano, ma entrambe piegate a difendere i medesimi interessi economici: quelli del grande capitale finanziario. L’unico elemento, tra l’altro, che sia in grado di trarre profitto da una logica di guerra permanente e da un ‘libero’ mercato generatore di infiniti conflitti e mostruose diseguaglianze. Ciò che, in ultima analisi, è accaduto nel decennio appena trascorso.


Giuseppe D'Elia


«Every nation, in every region, now has a decision to make. 
Either you are with us, or you are with the terrorists». 
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(14) http://it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Gallino

(15) http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&id=17453&view=article

(16) http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-civilta-del-denaro-in-crisi/

mercoledì 14 settembre 2011

Prodromi e sviluppi politici dell'undici settembre: da Berlino a Breivik, un viaggio nella crisi epocale delle sinistre/2


(segue) Dunque, probabilmente, i prodromi dell’impatto politico che l’evento simbolico del crollo delle Twin Towers ha avuto sulla civiltà occidentale si possono far risalire all’altro crollo simbolico, quello del muro di Berlino, datato appunto 1989.

Quel crollo è stato propagandato, nella vulgata politica degli anni a seguire, appunto come momento topico della fine delle ideologie. E il crollo delle ideologie – o meglio la fine dell’esperienza comunista sovietica e, con essa, la fine della cosiddetta Guerra Fredda tra il blocco del capitalismo e quello del socialismo reale – veniva salutato (ingenuamente?) come un viatico sicuro verso un’era di libertà, di prosperità e di pace tra i popoli.

Peccato che, poi, le cose non siano andate affatto così.

Lo scorcio conclusivo del secondo millennio, infatti, ha addirittura riportato la guerra nel cuore dell’Europa (seppur restando circoscritta all’area balcanica). E il nuovo millennio, poi, è stato inaugurato all’insegna di un preteso scontro di civiltà tra l’Occidente libero e l’Islam (l’intero mondo islamico per i più fanatici; il solo Islam fondamentalista per i più pacati). Uno scontro da vincere, ricorrendo alla cosiddetta “dottrina Bush” (6) della guerra preventiva per l’esportazione della democrazia, perché l’undici settembre appunto ‘dimostrava’ che un nuovo temibile nemico era alle porte e che, quindi, d’ora in avanti, tutto sarebbe stato lecito pur di non soccombere.

Come ha scritto recentemente il filosofo e studioso di psicoanalisi sloveno Slavoj Žižek, di fronte a uomini «pronti a distruggere questo mondo per amore dell’altro mondo», dunque, si paravano altri uomini «pronti a distruggere la loro democrazia in nome dell’odio per l’altro musulmano» (7). E basta solo pensare a Guantanamo (8), Abu Ghraib (9) e alla pratica degli interrogatori col cosiddetto waterboarding (10), per rendersi immediatamente conto di quanto egli abbia centrato il punto.

Ma Žižek offre diversi altri utilissimi spunti di discussione nell’articolo citato.
Innanzi tutto sulle evidenti responsabilità di quelle sinistre deideologizzate che, come già si è accennato, finiscono per lasciare l’intero campo del discorso politico al pensiero della controparte, che tanto più si radicalizza, quanto più si diffonde incontrastato.
«Dopo il crollo dei regimi comunisti del 1990, siamo entrati in una nuova era nella quale la forma predominante di esercizio del potere statale è diventata l’amministrazione esperta depoliticizzata e il coordinamento degli interessi. L’unico modo per introdurre un po’ di passione in questo campo, per mobilitare i cittadini, è la paura: la paura degli immigrati, della criminalità, della depravazione sessuale dei senza dio, di un’eccessiva interferenza dello stato (che si esprime con il controllo e l’aumento delle tasse), la paura della catastrofe ecologica, ma anche delle vessazioni (la correttezza politica è la forma esemplare della strategia della paura).
Questo tipo di politica fa sempre affidamento sulla manipolazione di folle spaventate e paranoiche, quelle che i greci chiamavano ochlos. Di conseguenza, l’evento politico più importante dei primi dieci anni del nuovo millennio è stato l’ingresso dei movimenti antimmigrazione nell’area dei partiti convenzionali, dopo aver finalmente tagliato il cordone ombelicale con quelli di estrema destra ai quali prima erano legati. Dalla Francia alla Germania, dall’Austria all’Olanda, nel nuovo spirito dell’orgoglio per la propria identità storica e culturale, adesso i partiti trovano accettabile sottolineare che gli immigrati sono ospiti che devono adattarsi ai valori culturali della società che li accoglie. “Questo è il nostro paese, prendere o lasciare”.
I progressisti, naturalmente, sono inorriditi da questo razzismo populista. Ma a guardare meglio scopriamo che il loro multiculturalismo tollerante e il loro rispetto per le differenze (etniche, religiose, sessuali) condivide con i movimenti antimmigrazione la necessità di tenere i diversi a debita distanza. Rispetto gli altri, ma loro non devono intromettersi troppo nel mio spazio. Nel momento in cui lo fanno, mi danno fastidio (…)».

Non va taciuto, poi, che l’articolo di Žižek prende le mosse da un altro evento simbolico che, anticipando di pochissimo il decennale del crollo delle torri, ne ha reso ancor più evidenti i nefasti effetti socio-politici (ultranazionalismo, individualismo esasperato, intolleranza, xenofobia, militarizzazione di ogni campo dell’esistenza), sui quali qui si sta cercando di ragionare.

Ci riferiamo chiaramente al massacro dell’isola di Utøya (11), in Norvegia, messo in atto, lo scorso 22 luglio, da un fondamentalista cristiano: tale Anders Behring Breivik.

Estremamente significative le righe che Žižek dedica alla descrizione del personaggio e del contesto politico in cui la sua delirante e criminale iniziativa è maturata:
«Breivik è apertamente razzista, ma filosemita e filoisraeliano, perché lo stato di Israele è la prima linea di difesa contro l’espansione musulmana. Vorrebbe perfino vedere ricostruito il tempio di Gerusalemme. Insomma, paradossalmente è un nazista razzista filosemita. Come è possibile?
Una spiegazione potremmo trovarla nelle reazioni della destra europea alla strage di cui si è reso responsabile. Il suo mantra è stato che, pur condannando i suoi atti delittuosi, non dobbiamo dimenticare che esprimono “una legittima preoccupazione per problemi reali”. (…)».
In definitiva, a ben vedere, qui abbiamo la conferma del fatto che a una sinistra evanescente – che nella sua ossessiva spinta moderatrice e centrista, finisce con l’assumere quelli che dovrebbero essere i tratti tipici di una destra liberale – si viene a contrapporre, apertamente, una destra di massa che tende a far sue le tematiche di fondo e l’irrazionalità del neofascismo, omettendo solo il richiamo esplicito a quella tradizione politica.

Non a caso, in Italia, è stato proprio il leghista Mario Borghezio a condannare la strage di Breivik, condividendone però le ragioni ispiratrici: le stesse, a suo dire, espresse da Oriana Fallaci nelle sue famose invettive anti-islamiche, post undici settembre (12).

Non a caso, proprio Borghezio è noto in Rete per i ‘preziosi’ suggerimenti, offerti alla destra identitaria francese:
«Bisogna rientrare nelle amministrazioni dei piccoli comuni, dovete insistere molto sull’aspetto regionalista del movimento (…), ci sono delle buone maniere per non essere etichettati come fascisti nostalgici, ma come un nuovo movimento regionale, cattolico, etc. ma sotto sotto rimanere gli stessi» (13).
Ed anche in questo caso, Žižek offre una descrizione assai puntuale dell’attuale contesto politico europeo:
«C’è un partito centrista predominante che rappresenta il capitalismo globale, di solito con un programma culturale liberale (tolleranza nei confronti dell’aborto, dei diritti dei gay, delle minoranze etniche e religiose, e così via). A contrastarlo c’è un partito populista antimmigrazione sempre più forte le cui frange estreme sono apertamente razziste e neofasciste».
In altre parole, come ormai dovrebbe essere chiaro, oggi in Europa la partita politica sostanzialmente si viene a giocare tra due destre, quella liberale (che, di fatto, ha quasi interamente occupato il campo dell’altra parte) e quella xenofoba, autoritaria o neofascista che dir si voglia.

Con buona pace delle sedicenti sinistre riformiste, autocondannatesi a una sostanziale irrilevanza politica.
(continua)

Giuseppe D'Elia


«Every nation, in every region, now has a decision to make. 
Either you are with us, or you are with the terrorists». 
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(6) http://it.wikipedia.org/wiki/Dottrina_Bush

(7) http://www.internazionale.it/opinioni/slavoj-zizek/2011/08/19/le-radici-dell%E2%80%99odio-e-della-convivenza/

(8) http://en.wikipedia.org/wiki/Guantanamo_Bay_detention_camp

(9) http://www.repubblica.it/2004/d/sezioni/esteri/iraq21/raptag/raptag.html

(10) http://www.guardian.co.uk/media/video/2008/apr/22/amnesty.ad.waterboarding

(11) http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=157175

(12) http://www.youtube.com/watch?v=lE-J7iABcEQ

(13) http://archivio.denaro.it/VisArticolo.aspx/VisArticolo.aspx?IdArt=562302&KeyW=

martedì 13 settembre 2011

Prodromi e sviluppi politici dell'undici settembre: da Berlino a Breivik, un viaggio nella crisi epocale delle sinistre/1


Nel decennale dell’evento simbolico del crollo delle Torri Gemelle di New York – colpite da due aerei di linea, dirottati e trasformati in arma kamikaze da alcuni fondamentalisti islamici, mentre un terzo aereo si andava a schiantare sul Pentagono e un quarto mancava l’obiettivo, precipitando in un campo, in seguito alla ribellione dei dirottati – sul piano del racconto, non c’è molto altro da aggiungere a quanto si è già, celebrativamente, letto, visto e ascoltato negli ultimi giorni.

Per dovere di cronaca, in verità, andrebbe registrato anche il dato di fatto che al racconto veicolato dai media mainstream, da diversi anni, fa da contraltare una narrazione differente (e assai più problematica) della vicenda degli attacchi aerei dei dirottatori kamikaze. Una narrazione alternativa nata e sviluppatasi principalmente in Rete e, sovente, etichettata e liquidata – forse un po’ troppo sbrigativamente – come cospirazionista, nella sua interezza. Sul punto, parafrasando Roberto Quaglia, autore de “Il Mito dell’11 Settembre e l’Opzione dottor Stranamore”, ancora una volta, va posta solo la domanda diabolica: «Internet ha davvero smascherato la madre di tutti i complotti, oppure ha generato il padre di tutti i miti?» (1), senza pretendere, in alcun modo, di dare una risposta definitiva, che – in un senso o nell’altro – saprebbe tanto di Atto di Fede.

Del resto, anche stando ai fatti come sono noti ai più, è del tutto legittimo avanzare qualche dubbio sulla correttezza dell’operato dell’amministrazione USA, sotto la presidenza di Bush jr, semplicemente per il fatto che essa ha, indiscutibilmente, scelto di usare la tragedia di dieci anni fa a fini politici, incidendo peraltro (e non poco) sui destini di mezzo mondo.
Ed è proprio questo, l’aspetto che, oggi, andrebbe maggiormente approfondito: gli effetti politici e sociali dell’evento undici settembre, in quella sorta di comunità sovranazionale che si è sentita, improvvisamente, proiettata in tempo di guerra, senza che, in realtà, vi fosse stata un’azione di guerra in senso proprio.

Non è politica, insomma, la scelta di considerare “atto di guerra” un quadruplice attentato terroristico, per quanto senz’altro di enorme portata? Non dovrebbe essere lampante, anche solo analizzando semanticamente l’espressione “War on Terror”, la valenza tutta politica delle scelte operate dieci anni fa? Che senso ha dichiarare letteralmente guerra al “terrore” (o al “terrorismo”)? Come si è giunti a credere che fosse la cosa più naturale di questo mondo reagire occupando militarmente l’Afghanistan, soltanto perché si riteneva che lì si trovassero i vertici dell’organizzazione terroristica che ha rivendicato gli attentati? Come si può giustamente denunciare l’orrore delle circa tremila vittime innocenti dell’undici settembre e, contestualmente, assecondare la scelta politica di una risposta militare che avrebbe prodotto (e ha prodotto) una crescita esponenziale delle morti e delle devastazioni?

Interrogativi di semplice buon senso, che si potevano porre già dieci anni fa.

Domande che, nella sostanza, ogni persona ragionevole dovrebbe porsi oggi, visto che, facendosi beffe dei contingenti militari NATO ancora operativi in Afghanistan, a quanto pare, Osama Bin Laden, il capo supremo della famigerata Al-Qaida, in realtà, si nascondeva in Pakistan, là dove – senza che vi fosse bisogno di una guerra decennale – sarebbe stato recentemente ammazzato (pare, nel tentativo di catturarlo), anche se nessun operatore dell’informazione ha mai visto il corpo, sepolto in mare, non si è ben capito per quale ragione (2).

l tutto mentre Bush figlio, sempre nell’ambito della sua epica “War on Terror”, nel 2003, decideva di portare a termine il lavoro lasciato a metà dal padre una dozzina d’anni prima, occupando militarmente l’Iraq, fino alla deposizione e all’esecuzione per impiccagione del suo autocrate Saddam Hussein (3). Va sottolineato che costui venne formalmente accusato di possedere (e di nascondere alla comunità internazionale) delle ormai leggendarie “armi di distruzione di massa”, sulla base di un’informativa dei servizi in seguito riconosciuta come fasulla (4). Qui, dunque, formalmente, un casus belli di una qualche consistenza c’era. Non era vero, ma almeno c’era.

Ora, è lecito presumere che in tutto questo, un ruolo fondamentale lo abbia svolto la vera e propria (almeno in Italia) militarizzazione dei grandi media, che, soprattutto nell’immediato, hanno sposato in maniera a dir poco acritica la linea bellicista. Ma poiché il caso italiano – ossia la sostanziale coincidenza della leadership della destra maggioritaria e bellicosa con la proprietà delle tre principali reti televisive e, dal 2002 (5), col controllo politico delle altre tre, quelle (formalmente) pubbliche – resta unico nel panorama internazionale, c’è qualcosa che va al di là del bombardamento mediatico, nella vasta diffusione di questo modello di pensiero tendenzialmente fascistoide. Ci sono cioè delle precondizioni politiche che, verosimilmente, devono essere in grado di spiegare questa sorta di acquiescenza generalizzata a scelte illiberali e pretestuosamente guerrafondaie, accolte con entusiasmo dalle destre di mezzo mondo e, per lo più, assecondate dalle sinistre di palazzo, con la sola notevole eccezione di un eterogeneo fronte pacifista popolare, rimasto però di fatto senza una autentica e significativa rappresentanza nei centri decisionali del potere.

Nella consapevolezza di quanto sia arduo provare a svolgere un discorso di tale complessità e vastità, nell’economia di poche righe, di seguito, si cercherà pertanto di abbozzare una sommaria ricostruzione, individuando in particolare alcuni riferimenti simbolici, che possano essere d’aiuto nel tentativo di provare a capire meglio quello che è successo politicamente alla cosiddetta civiltà occidentale a cavallo tra il secondo e il terzo millennio dell’era cristiana.

Anticipando in parte le conclusioni, si tratta di comprendere e di verificare – assumendo chiaramente come osservatorio privilegiato la situazione italiana (ed europea), cercando però di non desumerne generalizzazioni arbitrarie – fino a che punto su tutto ciò abbia (o non abbia) potuto influire la crisi epocale delle sinistre post 1989. Di quelle sinistre che hanno malaccortamente interpretato il crollo del muro di Berlino, prima, e del blocco sovietico, subito dopo, come la sconfitta di un’Idea, lasciando così un intero campo libero al prevalere incontrastato dell’individuo sulla comunità, del nazionalismo sull’internazionalismo, del capitale sul lavoro, delle oligarchie sulla democrazia e della conservazione sul progresso.

(continua)

Giuseppe D'Elia


«Every nation, in every region, now has a decision to make. 
Either you are with us, or you are with the terrorists». 
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(1) http://archivio.denaro.it/VisArticolo.aspx/VisArticolo.aspx?IdArt=574458

(2) http://www.newyorker.com/online/blogs/newsdesk/2011/05/killing-osama-was-it-legal.html

+ http://bit.ly/riwQRt

(3) http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2006/12_Dicembre/29/saddam_esecuzione.shtml

(4) http://www.tmnews.it/web/sezioni/news/PN_20110217_00218.shtml

(5) http://www.repubblica.it/online/politica/polemicherai/assalto/assalto.html