giovedì 15 settembre 2011

Prodromi e sviluppi politici dell'undici settembre: da Berlino a Breivik, un viaggio nella crisi epocale delle sinistre/3


(segue) Come il lettore più attento avrà di certo notato, il discorso sugli effetti politici di lungo periodo della reazione americana agli attacchi dell’undici settembre, da ultimo, si è particolarmente incentrato sulla situazione europea. Questo perché alla logica dello scontro di civiltà e alla dottrina Bush della guerra preventiva permanente, quantomeno sul piano simbolico, gli USA, diversamente dall’Europa, hanno già provato a reagire, scegliendo di eleggere il primo Presidente di origini africane della storia del loro paese. Ovviamente, non rientra certo nell’economia di questo discorso una disamina accurata dell’operato del Presidente Obama. Tuttavia il Paese vittima degli attentati, di fatto, ha già scelto di voltare pagina. E il cambiamento proposto da Obama, almeno programmaticamente, nel suo contesto, risulta (nella forma) più ‘rivoluzionario’ delle attuali proposte delle sinistre riformiste europee. Il che può essere un discreto indizio a favore della tesi delle precondizioni più favorevoli al dilagare delle destre xenofobe e dell’individualismo esasperato, laddove le sinistre erano già politicamente più deboli. Infatti, l’impatto del crollo del mondo diviso in due blocchi, logicamente, è stato molto più devastante per quella sinistra che (più o meno apertamente) aveva flirtato col marxismo ortodosso, che non per la sinistra americana.

Sia come sia, l’inadeguatezza di una sinistra che sembra ormai incapace d’immaginare il futuro e di progettare un mondo e una società diversi e migliori, se non fosse già comprovata da quanto osservato fin qui, si rivela con tutta evidenza nel modo in cui le sinistre (soprattutto europee) non riescono ad affrontare la recente crisi economica.

Qui emerge il dramma di una classe politica che cede completamente il campo del discorso pubblico all’irrazionalità della controparte: di una destra che, in Italia, ad esempio, si vanta di saper “parlare alla pancia” dei cittadini elettori.

E se alla deliberata e dichiarata scelta di una parte politica che si rivolge ai bassi estinti, l’unica risposta sensata è la denuncia costante delle sue innumerevoli contraddizioni, la domanda inevasa non può che essere la seguente: perché queste enormi contraddizioni non vengono sempre denunciate come tali, ma anzi talvolta vengono assecondate?


In concreto, sul punto specifico che adesso si sta considerando: perché si accetta di descrivere una crisi finanziaria come una sorta di calamità naturale a cui non si può far altro che cercare di porre un qualunque rimedio, una volta che questa sia capitata?
Perché invece, ad esempio, non si dà il dovuto risalto alle lucide considerazioni svolte in proposito da un sociologo di chiara fama, quale è Luciano Gallino (14):
«Uno dei problemi di fondo di questa crisi è che le banche hanno contratto enormi debiti a causa di errate iniziative borsistiche come l’acquisto di titoli tossici. Debito che si è riversato sui deficit dei governi grazie ai salvataggi pubblici. Dal 2008 tanto negli Stati uniti quanto in parecchi Paesi europei, certamente nel Regno unito, in Germania e Francia, si sono fatte fior di politiche keynesiane “imbastardite” per salvare le banche. L’economia è stata salvata grazie all’intervento massiccio degli Stati, valutato tra soldi spesi e impegnati intorno ai 12–15 trilioni di dollari» (15),
ragion per cui oggi
«il finanzcapitalismo ha disvelato il suo ultimo capolavoro: rappresentare il crescente debito pubblico degli Stati non come l’effetto di lungo periodo delle sue proprie sregolatezze e dei suoi vizi strutturali, largamente sostenuti e incentivati dalla politica, bensì come l’effetto di condizioni di lavoro e di uno stato sociale eccessivamente generosi» (16).
Non è più che ragionevole ipotizzare che (almeno in Italia e in Europa) delle sinistre che non avessero ripudiato integralmente la questione della lotta di classe oggi non avrebbero alcuna difficoltà nel denunciare e nel combattere fermamente la dissennatezza e le mistificazioni di un capitalismo finanziario che, per usare alcune note ed efficacissime espressioni, sta facendo una vera e propria “lotta di classe alla rovescia”, cercando di instaurare una sorta di “socialismo per ricchi”?


E, ritornando su quanto detto in precedenza, di fronte al dilagare di una destra xenofoba che descrive i fenomeni migratori come una sorta di barbara e temibile invasione, perché la sinistra non ha il coraggio di denunciare l’assurdità di un modello economico che si fonda sulla libera circolazione delle merci e dei capitali, ma che poi vuole ostacolare (o addirittura impedire) l’altrettanto libera circolazione delle persone?

Perché la cosiddetta sinistra riformista si rifiuta di mettere seriamente in discussione il modello economico che genera il fenomeno migratorio di massa, rendendo così più difficile la creazione di un mondo aperto, accogliente e senza frontiere?

Perché le sinistre non riescono, cioè, a fare fronte comune nemmeno sull’ovvia considerazione che in un sistema economico che fosse in grado di garantire davvero il benessere diffuso di ogni area del pianeta, il fenomeno delle migrazioni di massa (e le susseguenti questioni di ordine pubblico che vi si potrebbero riconnettere), semplicemente, svanirebbe nel nulla, restando circoscritto alle eccezionali ipotesi di catastrofi naturali di immani dimensioni e rendendo, quindi, ogni individuo libero di scegliere dove vivere, senza che ciò debba più determinare alcun problema di insicurezza collettiva (reale o anche solo percepita)?
Insomma: se le sinistre europee, oggi, non hanno la capacità di far comprendere facilmente ai popoli che si propongono di guidare quanto sia stato folle appaltare (e in esclusiva) la questione dello sviluppo economico al mercato e far scorrere un intero decennio, inventandosi nuove crociate e nemici inesistenti da andare a combattere in giro per il mondo, guerreggiando fuori e innalzando mura e fossati immaginari dentro, non è anche e soprattutto perché esse stesse hanno ceduto al fascino della telepolitica dei bassi istinti e dell’immediato consenso da capitalizzare nei sondaggi d’opinione, accontentandosi di fare (quando è possibile) un po’ di amministrazione spicciola e nulla più?

L’auspicio conclusivo, allora, è che i tanti e diversi spunti di un discorso complicatissimo che qui abbiamo soltanto potuto abbozzare, ma che altri, in maniera più compiuta e autorevole, stanno già sviluppando, possano trovare presto una più ampia diffusione, diventando il cuore della rinascita delle sinistre che finalmente si riconnettono col proprio popolo. Un popolo di lavoratori, per ciò stesso maggioritario e in perenne conflitto con gli interessi del capitale, ma anche un popolo che sa benissimo che non c’è necessariamente un contrasto insanabile tra libertà e uguaglianza e che, forse, comprende altrettanto bene che la giusta sintesi va trovata nel valore rivoluzionario disperso: la fratellanza; da declinare però non più in chiave nazionale, ma planetaria (ossia: fratellanza del genere umano).

Se le sinistre riusciranno a rifondarsi su base umanista e laburista – socialdemocratica e keynesiana o socialista e neo-marxiana, a seconda di sviluppi che qui è semplicemente impossibile prevedere – forse, le cose potranno davvero cambiare negli anni a venire.

Diversamente, si rimarrà ancora a lungo schiavi della logica delle due destre, una dal volto feroce, l’altra dal volto un po’ più umano, ma entrambe piegate a difendere i medesimi interessi economici: quelli del grande capitale finanziario. L’unico elemento, tra l’altro, che sia in grado di trarre profitto da una logica di guerra permanente e da un ‘libero’ mercato generatore di infiniti conflitti e mostruose diseguaglianze. Ciò che, in ultima analisi, è accaduto nel decennio appena trascorso.


Giuseppe D'Elia


«Every nation, in every region, now has a decision to make. 
Either you are with us, or you are with the terrorists». 
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(14) http://it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Gallino

(15) http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&id=17453&view=article

(16) http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-civilta-del-denaro-in-crisi/

mercoledì 14 settembre 2011

Prodromi e sviluppi politici dell'undici settembre: da Berlino a Breivik, un viaggio nella crisi epocale delle sinistre/2


(segue) Dunque, probabilmente, i prodromi dell’impatto politico che l’evento simbolico del crollo delle Twin Towers ha avuto sulla civiltà occidentale si possono far risalire all’altro crollo simbolico, quello del muro di Berlino, datato appunto 1989.

Quel crollo è stato propagandato, nella vulgata politica degli anni a seguire, appunto come momento topico della fine delle ideologie. E il crollo delle ideologie – o meglio la fine dell’esperienza comunista sovietica e, con essa, la fine della cosiddetta Guerra Fredda tra il blocco del capitalismo e quello del socialismo reale – veniva salutato (ingenuamente?) come un viatico sicuro verso un’era di libertà, di prosperità e di pace tra i popoli.

Peccato che, poi, le cose non siano andate affatto così.

Lo scorcio conclusivo del secondo millennio, infatti, ha addirittura riportato la guerra nel cuore dell’Europa (seppur restando circoscritta all’area balcanica). E il nuovo millennio, poi, è stato inaugurato all’insegna di un preteso scontro di civiltà tra l’Occidente libero e l’Islam (l’intero mondo islamico per i più fanatici; il solo Islam fondamentalista per i più pacati). Uno scontro da vincere, ricorrendo alla cosiddetta “dottrina Bush” (6) della guerra preventiva per l’esportazione della democrazia, perché l’undici settembre appunto ‘dimostrava’ che un nuovo temibile nemico era alle porte e che, quindi, d’ora in avanti, tutto sarebbe stato lecito pur di non soccombere.

Come ha scritto recentemente il filosofo e studioso di psicoanalisi sloveno Slavoj Žižek, di fronte a uomini «pronti a distruggere questo mondo per amore dell’altro mondo», dunque, si paravano altri uomini «pronti a distruggere la loro democrazia in nome dell’odio per l’altro musulmano» (7). E basta solo pensare a Guantanamo (8), Abu Ghraib (9) e alla pratica degli interrogatori col cosiddetto waterboarding (10), per rendersi immediatamente conto di quanto egli abbia centrato il punto.

Ma Žižek offre diversi altri utilissimi spunti di discussione nell’articolo citato.
Innanzi tutto sulle evidenti responsabilità di quelle sinistre deideologizzate che, come già si è accennato, finiscono per lasciare l’intero campo del discorso politico al pensiero della controparte, che tanto più si radicalizza, quanto più si diffonde incontrastato.
«Dopo il crollo dei regimi comunisti del 1990, siamo entrati in una nuova era nella quale la forma predominante di esercizio del potere statale è diventata l’amministrazione esperta depoliticizzata e il coordinamento degli interessi. L’unico modo per introdurre un po’ di passione in questo campo, per mobilitare i cittadini, è la paura: la paura degli immigrati, della criminalità, della depravazione sessuale dei senza dio, di un’eccessiva interferenza dello stato (che si esprime con il controllo e l’aumento delle tasse), la paura della catastrofe ecologica, ma anche delle vessazioni (la correttezza politica è la forma esemplare della strategia della paura).
Questo tipo di politica fa sempre affidamento sulla manipolazione di folle spaventate e paranoiche, quelle che i greci chiamavano ochlos. Di conseguenza, l’evento politico più importante dei primi dieci anni del nuovo millennio è stato l’ingresso dei movimenti antimmigrazione nell’area dei partiti convenzionali, dopo aver finalmente tagliato il cordone ombelicale con quelli di estrema destra ai quali prima erano legati. Dalla Francia alla Germania, dall’Austria all’Olanda, nel nuovo spirito dell’orgoglio per la propria identità storica e culturale, adesso i partiti trovano accettabile sottolineare che gli immigrati sono ospiti che devono adattarsi ai valori culturali della società che li accoglie. “Questo è il nostro paese, prendere o lasciare”.
I progressisti, naturalmente, sono inorriditi da questo razzismo populista. Ma a guardare meglio scopriamo che il loro multiculturalismo tollerante e il loro rispetto per le differenze (etniche, religiose, sessuali) condivide con i movimenti antimmigrazione la necessità di tenere i diversi a debita distanza. Rispetto gli altri, ma loro non devono intromettersi troppo nel mio spazio. Nel momento in cui lo fanno, mi danno fastidio (…)».

Non va taciuto, poi, che l’articolo di Žižek prende le mosse da un altro evento simbolico che, anticipando di pochissimo il decennale del crollo delle torri, ne ha reso ancor più evidenti i nefasti effetti socio-politici (ultranazionalismo, individualismo esasperato, intolleranza, xenofobia, militarizzazione di ogni campo dell’esistenza), sui quali qui si sta cercando di ragionare.

Ci riferiamo chiaramente al massacro dell’isola di Utøya (11), in Norvegia, messo in atto, lo scorso 22 luglio, da un fondamentalista cristiano: tale Anders Behring Breivik.

Estremamente significative le righe che Žižek dedica alla descrizione del personaggio e del contesto politico in cui la sua delirante e criminale iniziativa è maturata:
«Breivik è apertamente razzista, ma filosemita e filoisraeliano, perché lo stato di Israele è la prima linea di difesa contro l’espansione musulmana. Vorrebbe perfino vedere ricostruito il tempio di Gerusalemme. Insomma, paradossalmente è un nazista razzista filosemita. Come è possibile?
Una spiegazione potremmo trovarla nelle reazioni della destra europea alla strage di cui si è reso responsabile. Il suo mantra è stato che, pur condannando i suoi atti delittuosi, non dobbiamo dimenticare che esprimono “una legittima preoccupazione per problemi reali”. (…)».
In definitiva, a ben vedere, qui abbiamo la conferma del fatto che a una sinistra evanescente – che nella sua ossessiva spinta moderatrice e centrista, finisce con l’assumere quelli che dovrebbero essere i tratti tipici di una destra liberale – si viene a contrapporre, apertamente, una destra di massa che tende a far sue le tematiche di fondo e l’irrazionalità del neofascismo, omettendo solo il richiamo esplicito a quella tradizione politica.

Non a caso, in Italia, è stato proprio il leghista Mario Borghezio a condannare la strage di Breivik, condividendone però le ragioni ispiratrici: le stesse, a suo dire, espresse da Oriana Fallaci nelle sue famose invettive anti-islamiche, post undici settembre (12).

Non a caso, proprio Borghezio è noto in Rete per i ‘preziosi’ suggerimenti, offerti alla destra identitaria francese:
«Bisogna rientrare nelle amministrazioni dei piccoli comuni, dovete insistere molto sull’aspetto regionalista del movimento (…), ci sono delle buone maniere per non essere etichettati come fascisti nostalgici, ma come un nuovo movimento regionale, cattolico, etc. ma sotto sotto rimanere gli stessi» (13).
Ed anche in questo caso, Žižek offre una descrizione assai puntuale dell’attuale contesto politico europeo:
«C’è un partito centrista predominante che rappresenta il capitalismo globale, di solito con un programma culturale liberale (tolleranza nei confronti dell’aborto, dei diritti dei gay, delle minoranze etniche e religiose, e così via). A contrastarlo c’è un partito populista antimmigrazione sempre più forte le cui frange estreme sono apertamente razziste e neofasciste».
In altre parole, come ormai dovrebbe essere chiaro, oggi in Europa la partita politica sostanzialmente si viene a giocare tra due destre, quella liberale (che, di fatto, ha quasi interamente occupato il campo dell’altra parte) e quella xenofoba, autoritaria o neofascista che dir si voglia.

Con buona pace delle sedicenti sinistre riformiste, autocondannatesi a una sostanziale irrilevanza politica.
(continua)

Giuseppe D'Elia


«Every nation, in every region, now has a decision to make. 
Either you are with us, or you are with the terrorists». 
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(6) http://it.wikipedia.org/wiki/Dottrina_Bush

(7) http://www.internazionale.it/opinioni/slavoj-zizek/2011/08/19/le-radici-dell%E2%80%99odio-e-della-convivenza/

(8) http://en.wikipedia.org/wiki/Guantanamo_Bay_detention_camp

(9) http://www.repubblica.it/2004/d/sezioni/esteri/iraq21/raptag/raptag.html

(10) http://www.guardian.co.uk/media/video/2008/apr/22/amnesty.ad.waterboarding

(11) http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=157175

(12) http://www.youtube.com/watch?v=lE-J7iABcEQ

(13) http://archivio.denaro.it/VisArticolo.aspx/VisArticolo.aspx?IdArt=562302&KeyW=

martedì 13 settembre 2011

Prodromi e sviluppi politici dell'undici settembre: da Berlino a Breivik, un viaggio nella crisi epocale delle sinistre/1


Nel decennale dell’evento simbolico del crollo delle Torri Gemelle di New York – colpite da due aerei di linea, dirottati e trasformati in arma kamikaze da alcuni fondamentalisti islamici, mentre un terzo aereo si andava a schiantare sul Pentagono e un quarto mancava l’obiettivo, precipitando in un campo, in seguito alla ribellione dei dirottati – sul piano del racconto, non c’è molto altro da aggiungere a quanto si è già, celebrativamente, letto, visto e ascoltato negli ultimi giorni.

Per dovere di cronaca, in verità, andrebbe registrato anche il dato di fatto che al racconto veicolato dai media mainstream, da diversi anni, fa da contraltare una narrazione differente (e assai più problematica) della vicenda degli attacchi aerei dei dirottatori kamikaze. Una narrazione alternativa nata e sviluppatasi principalmente in Rete e, sovente, etichettata e liquidata – forse un po’ troppo sbrigativamente – come cospirazionista, nella sua interezza. Sul punto, parafrasando Roberto Quaglia, autore de “Il Mito dell’11 Settembre e l’Opzione dottor Stranamore”, ancora una volta, va posta solo la domanda diabolica: «Internet ha davvero smascherato la madre di tutti i complotti, oppure ha generato il padre di tutti i miti?» (1), senza pretendere, in alcun modo, di dare una risposta definitiva, che – in un senso o nell’altro – saprebbe tanto di Atto di Fede.

Del resto, anche stando ai fatti come sono noti ai più, è del tutto legittimo avanzare qualche dubbio sulla correttezza dell’operato dell’amministrazione USA, sotto la presidenza di Bush jr, semplicemente per il fatto che essa ha, indiscutibilmente, scelto di usare la tragedia di dieci anni fa a fini politici, incidendo peraltro (e non poco) sui destini di mezzo mondo.
Ed è proprio questo, l’aspetto che, oggi, andrebbe maggiormente approfondito: gli effetti politici e sociali dell’evento undici settembre, in quella sorta di comunità sovranazionale che si è sentita, improvvisamente, proiettata in tempo di guerra, senza che, in realtà, vi fosse stata un’azione di guerra in senso proprio.

Non è politica, insomma, la scelta di considerare “atto di guerra” un quadruplice attentato terroristico, per quanto senz’altro di enorme portata? Non dovrebbe essere lampante, anche solo analizzando semanticamente l’espressione “War on Terror”, la valenza tutta politica delle scelte operate dieci anni fa? Che senso ha dichiarare letteralmente guerra al “terrore” (o al “terrorismo”)? Come si è giunti a credere che fosse la cosa più naturale di questo mondo reagire occupando militarmente l’Afghanistan, soltanto perché si riteneva che lì si trovassero i vertici dell’organizzazione terroristica che ha rivendicato gli attentati? Come si può giustamente denunciare l’orrore delle circa tremila vittime innocenti dell’undici settembre e, contestualmente, assecondare la scelta politica di una risposta militare che avrebbe prodotto (e ha prodotto) una crescita esponenziale delle morti e delle devastazioni?

Interrogativi di semplice buon senso, che si potevano porre già dieci anni fa.

Domande che, nella sostanza, ogni persona ragionevole dovrebbe porsi oggi, visto che, facendosi beffe dei contingenti militari NATO ancora operativi in Afghanistan, a quanto pare, Osama Bin Laden, il capo supremo della famigerata Al-Qaida, in realtà, si nascondeva in Pakistan, là dove – senza che vi fosse bisogno di una guerra decennale – sarebbe stato recentemente ammazzato (pare, nel tentativo di catturarlo), anche se nessun operatore dell’informazione ha mai visto il corpo, sepolto in mare, non si è ben capito per quale ragione (2).

l tutto mentre Bush figlio, sempre nell’ambito della sua epica “War on Terror”, nel 2003, decideva di portare a termine il lavoro lasciato a metà dal padre una dozzina d’anni prima, occupando militarmente l’Iraq, fino alla deposizione e all’esecuzione per impiccagione del suo autocrate Saddam Hussein (3). Va sottolineato che costui venne formalmente accusato di possedere (e di nascondere alla comunità internazionale) delle ormai leggendarie “armi di distruzione di massa”, sulla base di un’informativa dei servizi in seguito riconosciuta come fasulla (4). Qui, dunque, formalmente, un casus belli di una qualche consistenza c’era. Non era vero, ma almeno c’era.

Ora, è lecito presumere che in tutto questo, un ruolo fondamentale lo abbia svolto la vera e propria (almeno in Italia) militarizzazione dei grandi media, che, soprattutto nell’immediato, hanno sposato in maniera a dir poco acritica la linea bellicista. Ma poiché il caso italiano – ossia la sostanziale coincidenza della leadership della destra maggioritaria e bellicosa con la proprietà delle tre principali reti televisive e, dal 2002 (5), col controllo politico delle altre tre, quelle (formalmente) pubbliche – resta unico nel panorama internazionale, c’è qualcosa che va al di là del bombardamento mediatico, nella vasta diffusione di questo modello di pensiero tendenzialmente fascistoide. Ci sono cioè delle precondizioni politiche che, verosimilmente, devono essere in grado di spiegare questa sorta di acquiescenza generalizzata a scelte illiberali e pretestuosamente guerrafondaie, accolte con entusiasmo dalle destre di mezzo mondo e, per lo più, assecondate dalle sinistre di palazzo, con la sola notevole eccezione di un eterogeneo fronte pacifista popolare, rimasto però di fatto senza una autentica e significativa rappresentanza nei centri decisionali del potere.

Nella consapevolezza di quanto sia arduo provare a svolgere un discorso di tale complessità e vastità, nell’economia di poche righe, di seguito, si cercherà pertanto di abbozzare una sommaria ricostruzione, individuando in particolare alcuni riferimenti simbolici, che possano essere d’aiuto nel tentativo di provare a capire meglio quello che è successo politicamente alla cosiddetta civiltà occidentale a cavallo tra il secondo e il terzo millennio dell’era cristiana.

Anticipando in parte le conclusioni, si tratta di comprendere e di verificare – assumendo chiaramente come osservatorio privilegiato la situazione italiana (ed europea), cercando però di non desumerne generalizzazioni arbitrarie – fino a che punto su tutto ciò abbia (o non abbia) potuto influire la crisi epocale delle sinistre post 1989. Di quelle sinistre che hanno malaccortamente interpretato il crollo del muro di Berlino, prima, e del blocco sovietico, subito dopo, come la sconfitta di un’Idea, lasciando così un intero campo libero al prevalere incontrastato dell’individuo sulla comunità, del nazionalismo sull’internazionalismo, del capitale sul lavoro, delle oligarchie sulla democrazia e della conservazione sul progresso.

(continua)

Giuseppe D'Elia


«Every nation, in every region, now has a decision to make. 
Either you are with us, or you are with the terrorists». 
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(1) http://archivio.denaro.it/VisArticolo.aspx/VisArticolo.aspx?IdArt=574458

(2) http://www.newyorker.com/online/blogs/newsdesk/2011/05/killing-osama-was-it-legal.html

+ http://bit.ly/riwQRt

(3) http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2006/12_Dicembre/29/saddam_esecuzione.shtml

(4) http://www.tmnews.it/web/sezioni/news/PN_20110217_00218.shtml

(5) http://www.repubblica.it/online/politica/polemicherai/assalto/assalto.html

venerdì 22 luglio 2011

"Genova, le lacrime di luglio", dieci anni dopo /4


(segue) La caserma di Bolzaneto, poi, è il luogo simbolico in cui la tesi della reazione concitata e della occasionale perdita di controllo dei singoli agenti, davvero appare poco verosimile. Bolzaneto era il luogo di detenzione (per accertamenti) dei fermati. Cosa è successo a Bolzaneto? «Li hanno picchiati, da quando sono usciti dai cellulari a dentro le stanze della caserma» (14), stando alla testimonianza di due agenti di polizia penitenziaria presenti in loco: una delle diverse risultanze processuali che porteranno alla condanna di una parte – quindici su quarantaquattro – di quegli «ufficiali, guardie carcerarie e medici imputati di aver sottoposto a sevizie più di duecento no global» (15).
«L’esame delle parti offese si è svolto per tutto il 2006 (...). Dalle testimonianze sono emersi sempre più chiaramente alcuni dettagli: il benvenuto che veniva riservato ai fermati dal cosiddetto 'comitato d'accoglienza' (decine e decine di agenti che insultavano e picchiavano gli arrestati all'arrivo a Bolzaneto), le due ali di agenti schierati ai lati del corridoio, che prendevano a calci, schiaffi e pugni le persone costrette a passarvi in mezzo, facendo sgambetti per potersi accanire su chi cadeva a terra. I fermati e gli arrestati in cella, compresi i feriti, erano costretti a tenere le braccia alzate appoggiate al muro, il volto rivolto alla parete e le gambe divaricate: dopo molte ore tale posizione creava forti dolori e crampi, ma chi tentava di spostarsi veniva picchiato dagli agenti a guardia delle celle (...). In infermeria le persone dovevano spogliarsi completamente e fare flessioni davanti a numerosi agenti. Venivano prestate ai feriti cure insufficienti, alcuni hanno subito qui ulteriori violenze da parte degli agenti addetti alle perquisizioni. Nelle celle è stato spruzzato più volte gas urticante, spesso direttamente negli occhi degli arrestati (...). Anche chi chiedeva l’accompagnamento ai bagni ha subito umiliazioni di ogni tipo: spesso fatti attendere molte ore, alcuni non hanno potuto trattenere le deiezioni – e non gli è poi stato consentito di lavarsi; dovevano espletare i propri bisogni con la porta aperta, sottoposti allo scherno dei presenti; soprattutto le donne hanno subito minacce di violenza sessuale, e altre umiliazioni, come il rifiuto degli assorbenti igienici a chi aveva le mestruazioni. (...) Inoltre, non vennero per due giorni distribuiti generi alimentari, acqua o presidi sanitari (come, appunto, gli assorbenti igienici) (...), se non qualche biscotto e panino la domenica (14)».
E su quest'altra deplorevole vicenda non è proprio il caso di soffermarsi oltre, visto che le condotte illecite sono state accertate in giudizio e i fatti sono di assoluta gravità.

A Genova, infine, venne ucciso un ragazzo: Carlo Giuliani. Volutamente si è scelto di parlarne in conclusione di discorso. Perché? Perché quanto esposto nelle righe precedenti mostra chiaramente la volgarità di quella strumentalizzazione mediatica secondo la quale, banalmente, Carlo è morto mentre aggrediva dei carabinieri, indossando un passamontagna, con in mano un estintore che brandiva come fosse un'arma da lancio: insomma, secondo la vulgata propagandistica di questo decennio, Carlo, in fondo, dieci anni fa, è morto (anche) perché se l'è cercata! Solo che poi se uno ascolta il racconto del padre di Carlo, racconto corredato di diverse immagini e tutt'ora reperibile in Rete (16), scopre innanzi tutto che non c'è stato un assalto di alcuni scalmanati a una pattuglia isolata di carabinieri, ma una carica insensata a un corteo autorizzato, messa in atto da una pattuglia proveniente da una traversa laterale rispetto al percorso del corteo: e che è stata quella carica, partita da via Caffa, a innescare gli scontri di Piazza Alimonda (17). Si scopre, in sostanza, che non tutti i manifestanti hanno accettato di subire passivamente la repressione violenta condotta con metodi illegali, ma che alcuni hanno anche reagito. E se la reazione a una condotta illegale non è automaticamente lecita (può anche esserlo, ma va comunque dimostrato), ciò non toglie che nessun illecito può mai giustificare una sorta di esecuzione sommaria. Insomma: quand'anche fosse vero che di fronte alla minaccia dell'estintore, il carabiniere ha estratto la pistola e ha sparato (ma le immagini mostrano una diversa realtà, in cui prima c'era il carabiniere con la pistola puntata e poi c'è Carlo che solleva da terra quel famoso estintore...), resta sempre da dimostrare che quella condotta difensiva fosse lecita.

Qui allora va detto, conclusivamente, che:
«Il procedimento per l'omicidio di Carlo Giuliani è stato così archiviato il 5 maggio 2003 dal GIP Elena Daloiso, che ha accolto non solo la richiesta di archiviazione formulata dal PM Silvio Franz per legittima difesa, ma anche per "uso legittimo delle armi in manifestazione". Secondo la tesi del PM il proiettile che uccise Carlo Giuliani fu deviato da un sasso e, in ogni caso, il carabiniere Placanica sparò per legittima difesa. Non è stato tenuto in nessun conto la ricostruzione dei periti di parte offesa che avevano dimostrato, incrociando le immagini relative al lancio del sasso con i rumori dello sparo, l'impossibilità fisica della ricostruzione proposta dal PM».
E sul punto, chi non fa l'esperto di balistica, con un po' di sano scetticismo, fondato sul metodo scientifico e sul calcolo delle probabilità, di fronte al contrasto tra periti, non può non chiedersi quale fatalità può aver mai consentito – coerentemente col risultato della perizia accolta dal GIP – a due corpi di massa e sostanza differente, che viaggiano, con diversa velocità, su due traiettorie autonome, di convergere nello stesso istante, in uno stesso punto dello spazio, producendo una deviazione del corpo metallico (la pallottola) tale da far sì che questa vada a colpire lo sventurato Carlo Giuliani, uccidendolo.

Perché anche questo è accaduto a Genova dieci anni fa: convergenze fisiche tanto letali, quanto improbabili.

Giuseppe D'Elia


«Indomita Genova, le lacrime di luglio. 
Infondere paura come forma di controllo». 

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(14) http://www.processig8.org/Bolzaneto.html

(15) http://www.piazzacarlogiuliani.org/carlo/processi/bolzaneto.php

(16) http://www.youtube.com/watch?v=BhnmKr-YOGY

(17) http://www.processig8.org/Alimonda.html

giovedì 21 luglio 2011

"Genova, le lacrime di luglio", dieci anni dopo /3


(segue) Con l'aiuto del web, è possibile allora provare a ricostruire, per sommi capi, l'insieme di violazioni di legge, avvenute a Genova nel luglio del 2001. Violazioni di legge messe in atto proprio da chi più di tutti la legge dovrebbe rispettarla: con il che, sarebbe bene che, finalmente, si convenisse tutti sul punto che violare la legge, indossando una divisa, è un'aggravante e non una esimente.

A Genova, dieci anni fa, le cariche delle forze dell'ordine si trasformarono in una inspiegabile caccia all'uomo, con annessi pestaggi, talvolta anche a danno di persone che giacevano a terra inermi (6): si arrivò addirittura all'uso dei blindati per una nuova (criminale) forma di carica, del tutto sui generis (7). Fu aggredito persino chi semplicemente si trovò proverbialmente nel posto sbagliato, al momento sbagliato (8): è il caso di Marco Mattana, allora minorenne, «pestato a sangue» senza che «vi fu nessuna provocazione nei confronti degli agenti». Di Mattana qualcuno ricorderà il volto tumefatto e rabbioso (9) anche se, forse, è «l'immagine del vicecapo della Digos Alessandro Perugini che rifila un calcio in faccia al ragazzo» (10), quella che meglio riesce a descrivere la follia di quei giorni.

Follia dovuta solamente alla concitazione degli scontri di strada? Tesi che non regge, dato che le violenze registrate in strada furono solo una parte della complessiva opera di violenta repressione del dissenso che si registrò in quei giorni.
«(...) la notte del 21 luglio 2001 attorno alle 23.30, il primo reparto mobile di Roma, in tenuta antisommossa, comandato da Vincenzo Canterini, fa irruzione nelle scuole Diaz e Pascoli, (la prima utilizzata dai manifestanti come dormitorio, la seconda come centro stampa), per effettuare una perquisizione (...). Tutte le persone ospitate all'interno della scuola vengono tratte in arresto con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale e associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio e detenzione di bottiglie molotov. (...) Per quanto riguarda le armi e gli oggetti da difesa: il bottino recuperato dalle forze dell'ordine era fatto di coltellini svizzeri, macchine fotografiche, libri, fazzoletti di carta, assorbenti interni, maschere antigas e un piccone; successivamente si venne a sapere che il piccone era stato raccolto dal cantiere aperto presente all'interno della scuola. Per quanto riguarda le bottiglie Molotov (...) le indagini successive hanno rivelato una verità differente (...) che quelle bottiglie sono state in realtà ritrovate (...) in un cespuglio sul lungomare di Corso Italia nel pomeriggio del giorno precedente. Il 12 maggio 2003 il GIP Anna Ivaldi dispone l'archiviazione delle indagini contro i manifestanti per il reato di resistenza, con un'ordinanza di archiviazione in cui si afferma che "non può affermarsi, neppure con un minimo grado di certezza, che coloro che si trovavano nella Diaz e che vennero poi arrestati abbiano lanciato oggetti sulle forze di polizia"... Deve poi escludersi essi abbiano posto in essere atti di resistenza nei confronti del personale di polizia, una volta che questo riuscì ad accedere all'interno della Diaz"... (11)».
Un'operazione notturna, con numerosi illeciti, dunque. Una operazione di una violenza inaudita, come testimoniato da Michelangelo Fournier, «all'epoca vice questore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma» (12). Dopo aver inizialmente taciuto «per senso di appartenenza al corpo», la scena descritta da Fournier, nei colloqui coi magistrati, è la seguente:
«Quattro poliziotti, due con cintura bianca e gli altri in borghese stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sembrava una macelleria messicana».
L'ennesima conferma di quanto fossero fondate le denunce di Amnesty International che, fin da subito, aveva registrato segnalazioni di numerose violazioni dei diritti umani, perpetrate dalle forze dell'ordine, nei giorni del G8, a danno dei manifestanti (13).


Giuseppe D'Elia


«Indomita Genova, le lacrime di luglio. 
Infondere paura come forma di controllo». 

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(6) http://www.youtube.com/watch?v=lp1G1fZpibk

(7) http://www.youtube.com/watch?v=Xh8Uf79fW8Y

(8) http://www.veritagiustizia.it/old_rassegna_stampa/locchio_del_ragazzo_del_g8.php

(9) http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/g8-condannato-alessandro-perugini-vice-capo-della-digos-di-genova-145161/

(10) http://www.ecn.org/agp/g8genova/indexpics20.htm

(11) http://www.piazzacarlogiuliani.org/carlo/processi/diaz.php

(12) http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=70956

(13) http://www.youtube.com/watch?v=bK58QeERLx0

mercoledì 20 luglio 2011

"Genova, le lacrime di luglio", dieci anni dopo /2


(segue) Tanti, troppi, errori, di tanti, troppi, singoli, che anche molto recentemente, purtroppo, si sono rivisti in quel di Chiomonte, in occasione delle proteste di questo inizio luglio dei No-Tav. Pestaggi, cacce all'uomo, cariche con mezzi meccanici, lacrimogeni sparati direttamente addosso ai manifestanti: il video in cui è lo stesso operatore a essere colpito da uno di questi lacrimogeni, mentre riprendeva i lanci non conformi ai regolamenti è emblematico di un modus operandi inaccettabile in un qualunque Paese libero e minimamente civile (4).

Dunque, quello che è successo a Genova dieci anni fa è molto importante anche (soprattutto?) per capire fino a che punto la repressione violenta ed illegale del dissenso è realmente soltanto il frutto di una serie di condotte illecite di singoli agenti. Per valutare bene, cioè, se è possibile e ragionevole escludere, al di là di ogni lecito dubbio, che si possa invece prendere in considerazione l'ipotesi opposta di un vero e proprio pianificato disegno repressivo.

E, per questo tipo di riflessione, fondamentale, già dieci anni or sono e ancora oggi, è stato ed è l'apporto del web. Una Rete di preziose informazioni che ha fatto (e che fa) da contrappunto al coro giustificazionista dei media tradizionali. Con le notevoli eccezioni di singole rispettabilissime voci che non si sono uniformate (5), le TV e la grande stampa infatti partivano (e partono) sempre dal presupposto che la legalità sia una sorta di prodotto delle divise. L'equazione “uomo in divisa = buono”, con annessa adesione acritica alle versioni dei fatti fornite dalle questure, anche quando queste versioni dei fatti risultano smentite da immagini, testimonianze e accertamenti della magistratura: l'esatto contrario di ciò che dovrebbe fare chi si propone di fornire un'informazione completa alla cittadinanza. Un'informazione che sia al servizio della verità fattuale per come emerge, man mano che le notizie si rendono disponibili. Un'informazione, insomma, che non faccia da megafono agli apparati di potere, veicolando surrettiziamente la barbara idea che il rispetto delle garanzie e delle libertà di ogni cittadino spetti solo ed esclusivamente al manifestante diligente.

Sciocchezze, da propaganda di regime, perché – giova ripeterlo – la diligenza del manifestante non si valuta in piazza, con eventuale applicazione di rimedi da giustizia sommaria: nei moderni Stati di diritto, chi è accusato di condotte illecite viene fermato, identificato, processato e, se condannato, allora scatta la sanzione. Sanzione, che non sarà mai un pestaggio, così come non potrà mai essere la pena capitale, tra l'altro.


Giuseppe D'Elia


«Indomita Genova, le lacrime di luglio. 
Infondere paura come forma di controllo». 


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(4) Giusto alcuni spunti: a) http://friendfeed.com/seideegiapulp/0088a5a3/rendiamoci-conto-youtube-val-susa-poliziotto | b) http://friendfeed.com/seideegiapulp/9b259e05/l-illegalita-occultata-dal-coro-mediatico | c) http://www.carmillaonline.com/archives/2011/07/003968.html

(5) http://www.youtube.com/watch?v=c9I_tHhRUWE