mercoledì 12 dicembre 2012

C’ERA UNA VOLTA IL CRESCI ITALIA [2 di 4]

(segue) Alla luce di quanto abbiamo potuto osservare fin qui, non sembra poi così peregrina, l’idea che il trattamento riservato alla Grecia rappresentasse per qualcuno un ottimo metodo per indurre agevolmente tutti i PIGS ― Portogallo, Italia, Grecia e Spagna; cui si aggiunge anche l’Irlanda nella versione con la doppia “i” dello sgradevole acronimo suino (13) ― ad accettare senza troppe resistenze i diktat del pensiero dominante.

D’altra parte, ormai, vi è un diffuso consenso sull’insensatezza del metodo adoperato, se lo scopo finale è quello di preservare in ogni caso l’unione monetaria, quale garanzia primaria della tenuta e della solidità della moneta stessa e di tutta l’area euro.

Alessandro Leipold, per Il Sole 24 Ore, pur muovendosi sempre fuori dall’ottica dell’assunzione comunitaria del debito greco, traccia un quadro di una chiarezza lampante, sul punto:
«Non si può continuare sulla strada che ha condotto ad una recessione senza precedenti e ad un’allarmante inasprimento del clima sociale, che porterebbe prima o poi proprio alla fuoriuscita che si vuole evitare. Vi è ormai un coro crescente che denuncia i limiti all’aggiustamento in una situazione recessiva. Tra le voci più recenti, vi sono la ricerca (seppur criticata) del FMI sui moltiplicatori fiscali, gli studi della Banca di Francia e del National Institute of Economic and Social Research pubblicati questa settimana, e l’intervento del Premio Nobel per l’economia, Christopher Pissarides, alla British Academy a fine ottobre. Alla luce di tanti autorevoli interventi e dell’esperienza stessa, vanno riconosciute almeno tre esigenze imprescindibili: l’aggiustamento greco va spalmato su un periodo più lungo (si cominci almeno con due anni in più); l’onere del debito va alleviato non solo, come pare acquisito, con interessi più bassi e scadenze più lunghe, ma anche con una ristrutturazione vera e propria del debito verso i creditori ufficiali; e il financing gap che rimane va colmato con un mix ragionevole di aggiustamento e finanziamento. A questo riguardo, la condizionalità andrebbe circoscritta a quanto è veramente critico da un punto di vista macroeconomico: non può essere (come lo è stata) un albero dei desideri al quale viene appesa ogni misura auspicabile, oltrepassando di gran lunga la capacità attuativa di un Paese dalle istituzioni deboli» (14).
E sostanzialmente l’accordo di due settimane fa, tra Eurogruppo e FMI, per lo sblocco di una nuova tranche di aiuti alla Grecia, si è mosso appunto su queste linee, diciamo così, più accomodanti: «riacquisto da parte della Grecia di una quota dei bond in circolazione, riduzione significativa dei tassi di interesse sui prestiti bilaterali e delle commissioni sui prestiti EFSF; allungamento di 15 anni della durata dei rimborsi e rinvio di 10 anni dei pagamenti degli oneri» (16).

Si poteva dunque agire diversamente. Ma, forse, se fin dall’inizio si fosse cercato di risolvere la crisi greca senza esasperarla, personaggi chiave di questa fase storica come il tuttora in carica ― ancorché dimissionario (17) ― prestigiosissimo Presidente del Consiglio dei ministri italiano, Mario Monti, avrebbero dovuto fare uno sforzo maggiore sul piano comunicativo per spiegare le proprie scelte di politica economica. Vuoi mettere la comodità e l’efficacia mediatica di un: meglio pagare più tasse che“finire come la Grecia” (18)?

Qui viene in rilievo il ruolo decisivo di un’informazione mainstream che, purtroppo, continua a essere tutt’altro che indipendente. Infatti, come già segnalavamo, in sede di analisi dei primi cento giorni di operato del nostro governo tecnico (19), su un problema serio è reale, qual era l’eccessivo aumento degli interessi da pagare sui titoli del debito pubblico nazionale, si è innestata una costruzione mediatica di natura emergenziale, secondo la quale il Paese era ormai “sull’orlo del baratro” (20): anche il lettore più distratto che, però, un minimo segue le vicende politiche, facendo mente locale, ricorderà bene quante volte, nel corso dell’ultimo anno, i principali media nazionali hanno dato ampio risalto a questa immagine. Come se l’Italia non avesse un PIL che è quasi sei volte quello della Grecia e non fosse la terza economia dell’area euro e una delle economie più floride del pianeta (21). Come se nel nostro Paese non ci fosse un impressionante problema di ineguale distribuzione di una ricchezza che è comunque ingente (il famigerato 45% circa di ricchezza nazionale complessiva, che si concentra nelle mani del 10% delle famiglie più ricche), anche al netto della enorme quota di economia sommersa (il leggendario tesoretto da 490 miliardi di euro (22): quasi un terzo del PIL nazionale). Come se il debito pubblico, fosse un problema in quanto tale e non un dato che va sempre analizzato in rapporto a tutti i fondamentali macroeconomici dello Stato indebitato (non ultimi in importanza la scadenza dei crediti e la natura soggettiva dei titolari degli stessi).

Ma se su tutte queste cose possiamo evitare di dilungarci nuovamente, avendole già analizzate a suo tempo, restano invece ancora in sospeso, essendosi dipanati nei mesi successivi alla nostra precedente uscita, gli altri due pilastri dell’azione di questo governo: dopo il Salva Italia, infatti, la macchina di propaganda governativa proponeva il Cresci Italia e la Spending Review (modo esterofilo, quest’ultimo, per definire quella che sostanzialmente è un’operazione di tagli alla spesa pubblica).

Riguardo a quest’ultima, va sottolineato solamente che non si tratta di un’innovazione, ma del proseguimento di un’opera già avviata dai precedenti governi a partire dal 2007. Rispetto al recente passato la differenza consisterebbe nel passaggio dalla logica dei tagli lineari (che, in un periodo successivo, potrebbe rivelarsi addirittura controproducente a causa dei cosiddetti “rimbalzi” di spesa) a quella di tagli mirati (23).

Come è ovvio, il taglio può effettivamente andare a incidere su costi eccessivi, frutto magari di dinamiche corruttive, così come può andare a ridurre il personale e i servizi erogati.

L’unico taglio che produce effetti positivi è chiaramente quello della prima specie, mentre in prosieguo di analisi si comprenderà perfettamente perché soprattutto le riduzioni di personale andrebbero evitate in una fase recessiva, come quella che sta ancora attraversando il nostro Paese.

Del primo provvedimento, invece, già ci eravamo in parte occupati, quando era ancora, in fieri, sottolineando come ci sembrassero un po’ troppo enfatiche ed ottimistiche le previsioni che si potevano leggere ― «Il decreto legge rinominato dal presidente del Consiglio Monti “Cresci Italia” consentirà nel breve periodo, di traghettare l’economia nazionale fuori dalla spirale recessiva (…)» ― sul sito del Governo italiano (24).

Fine della recessione nel breve periodo, dunque; crescita a ritmi europei e secondo equità, nel medio periodo, le prospettive di sintesi del programma governativo.
Possiamo incominciare a vedere, ora, cosa ci dicono gli indicatori economici, su questi punti.

Una prima chiarissima sintesi ce la offre Guglielmo Forges Davanzati, su MicroMega di qualche giorno fa (25):
«Sul piano della politica economica, il bilancio del governo Monti non è particolarmente entusiasmante. Tre dati possono essere sufficienti per attestarlo: circa centomila individui hanno perso lavoro nel corso dell’ultimo mese, come rilevato nell’ultimo Rapporto ISTAT, con un tasso di disoccupazione giovanile (superiore al 30%) che ha raggiunto, in Italia, il suo massimo storico; è notevolmente aumentato il numero di fallimenti di imprese, con oltre cento crisi industriali in atto; il rapporto debito/PIL è aumentato di 6 punti percentuali nel corso dell’ultimo anno. In altri termini, appare sempre più evidente che ciò che viene definita “crisi” è oggi niente altro che l’inevitabile effetto di politiche fiscali restrittive attuate in un contesto di calo della domanda aggregata; politiche che questo Governo, più del precedente, ha perseguito con la massima tenacia».
Ma possiamo andare un po’ più a fondo e scoprire che il peggioramento del rapporto debito pubblico/PIL è frutto di un doppio dato negativo, se solo si considera che: 1) il prodotto interno lordo, secondo le stime (in dollari) del FMI decresce ancora, di circa 41 miliardi su base annua, riportandoci ai livelli di ricchezza del 2001 (26) e facendo registrare un arretramento del 2,4%, stando ai dati Eurostat (27); 2) lo stock di debito pubblico accumulato continua a crescere, aggirandosi oggi intorno ai 2000 miliardi (di euro): una crescita media di oltre 8 miliardi al mese, nei primi 10 mesi dell’anno, come facevano recentemente notare Federconsumatori e Abusdef (28).

Come si sia potuta realizzare questa congiuntura così negativa, lo si capisce immediatamente, leggendo con attenzione questo breve passaggio dell’analisi dell’operato del governo tecnico, uscita poche settimane fa su Sbilanciamoci.info (29):
«Il rapporto debito/PIL, il parametro che più influenza la vulnerabilità del debito dello Stato, ha superato il 126%, quasi sei punti percentuali in più rispetto all’anno precedente; alla crescita ha contribuito il fabbisogno finanziario dello stato, nei primi nove mesi dell’anno quasi identico a quello dei due anni precedenti, e la diminuzione del prodotto, anche di quello espresso a valori correnti. Malgrado le numerose e pesanti manovre fiscali, tra le quali l’introduzione dell’IMU, l’innalzamento dell’aliquota ordinaria IVA, l’inasprimento delle accise sui carburanti, le maggiori imposte di bollo, oltre al fiscal drag e alle ancora insufficienti misure di contrasto all’evasione, le entrate fiscali sono cresciute in misura limitata; il gettito IVA, a causa del crollo dei consumi, è sceso. Le spese, limitate sul piano interno, hanno risentito degli esborsi ― circa 18 miliardi nei primi nove mesi dell’anno ― che anche l’Italia ha effettuato per finanziare le misure europee di intervento per gli altri paesi europei in difficoltà».
Quest’ultimo dato è particolarmente significativo: si tratta di una parte della quota che l’Italia versa soprattutto per il cosiddetto Fondo salva Stati, oltre che per il Meccanismo europeo di stabilità, suo sostituto.

L’entità delle cifre è considerevole:
«Nel 2012 il governo stima di concedere finanziamenti complessivi in favore di Grecia, Irlanda e Portogallo per 29,5 miliardi che saranno sempre erogati dall’EFSF. In più bisogna conteggiare i versamenti per la sottoscrizione della quota italiana al capitale dell’ESM, (l’European Stability Mechanism), il meccanismo permanente destinato a sostituire il vecchio Fondo salva Stati. Si tratta di circa 5,6 miliardi da versare in due rate» (30).
Per dare immediata contezza di quanto pesi questa voce di spesa sul nostro bilancio, può essere utile raffrontarla con una consistente voce di entrata, la patrimoniale diffusa che il governo tecnico ha messo a carico di tutti i proprietari di immobili, compresi quelli che hanno solo la proprietà dell’abitazione in cui vivono. Ebbene: il gettito IMU 2012, da recenti calcoli (31), risulta andare anche oltre la stima originariamente prevista di 21 miliardi. E tuttavia nemmeno destinando tutti i 28 miliardi (proventi IMU preventivati + extra-gettito) di questa entrata si riuscirebbero a coprire per intero le suddette spese comunitarie (oltre 35 miliardi di euro, in complesso). Ulteriore effetto collaterale della moneta unica, in assenza di Stato unico.

Ma, assodata la persistenza della fase recessiva e del contemporaneo incremento del debito pubblico, c’è un altro dato che inquieta e preoccupa: il numero complessivo dei disoccupati.
«In soli dieci mesi, tra novembre 2011, data d’insediamento del governo Monti, e settembre 2012, sono aumentati di 416mila unità, passando dai 2 milioni e 359mila di novembre 20011 ai 2milioni e 774mila di settembre 2012» (32).
Un mese dopo, l’Istat registra un ulteriore incremento ci poco meno di centomila unità, per un numero complessivo di disoccupati di 2,87 milioni di persone, cui vanno aggiunti (per una singolare coincidenza) un’analoga cifra in termini di lavoratori precari: giusto 7mila in più (33).

Dunque, al momento, in Italia, non vi è traccia né di crescita economica, né di equità. E ci pare proprio che prenda corpo, con una certa consistenza, l’ipotesi che le favole, in realtà, le raccontino gli esponenti tecnici e politici del partito dell’austerità e i media complici, che continuano a spacciare per valide delle ricette ideologiche, fin qui, ripetutamente smentite dall’evidenza empirica.
(continua)

Giuseppe D'Elia

 per L'Indiependente.it   
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(13) http://it.wikipedia.org/wiki/PIGS

(14) http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2012-11-03/atene-troika-cambi-rotta-090653.shtml?uuid=Ab4oodzG

(15) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-11-27/grecia-notte-troika-trova-081805.shtml?uuid=AbMP6k6G

(16) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-11-27/grecia-notte-troika-trova-081805.shtml?uuid=AbMP6k6G

(17) http://www.linkiesta.it/monti-dimissioni

(18) http://tg24.sky.it/tg24/politica/2012/03/31/monti_wen_jiabao_italia_cina.html

(19) http://mementotnemem.blogspot.it/2012/03/30032012-governo-tecnico-e-messa-tra.html

(20) http://www.repubblica.it/politica/2011/10/06/news/montezemolo_confindustria-22816708/

(21) http://bit.ly/U5RkCO

(22) http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=17035&typeb=0&Evasione-fiscale-490-miliardi-di-bottino

(23) http://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2012/05/02-Senato.pdf

(24) http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/cresci_italia/

(25) http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-potere-di-generare-crisi/

(26) http://www.linkiesta.it/italia-economia-congiuntura-decennio-perso

(27) http://www.wallstreetitalia.com/article/1468622/pil-italia-2-4-in-iii-trimestre-tasse-dicembre-94-5.aspx

(28) http://www.umbrialeft.it/notizie/consumatori-governo-monti-debito-pubblico-cresce-8-miliardi-al-mese

(29) http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/L-anno-perduto-di-Mario-Monti-15511

(30) http://www.corriere.it/economia/12_giugno_11/piani-ue-italia-paghera-48-miliardi_9194b364-b385-11e1-a52e-4174479f1ca9.shtml

(31) http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/radiocor/economia/dettaglio/nRC.html

(32) http://www.economiaepolitica.it/index.php/lavoro-e-sindacato/altro-che-spread-la-vera-emergenza-e-la-disoccupazione/#.UMTLbPnjn0p

(33) http://www.repubblica.it/economia/2012/11/30/news/disoccupazione_giovanile_record/

martedì 11 dicembre 2012

C'ERA UNA VOLTA LA CIVILTÀ EUROPEA [1 di 4]

Il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, recentemente, ha voluto rimarcare la necessità di proseguire senza tentennamenti con le cosiddette politiche di rigore e austerità nell’Eurozona, dato che alcuni Paesi «hanno vissuto in un mondo di favola, sottostimando gli squilibri» di deficit e debito pubblico, oramai divenuti “insostenibili”. Insomma: la BCE «farà tutto il necessario per preservare l’euro» (1), solo nella prospettiva di uno stabile contenimento della spesa pubblica.

Ci sono (almeno) due punti di estremo interesse in queste dichiarazioni di Draghi.
Innanzi tutto, vi è una esplicita ammissione di quanto sia essenziale l’intervento operativo della Banca Centrale per la tenuta della moneta, tenendo bene a mente l’anomalia della sussistenza e persistenza di una moneta unica, in assenza di un unico Stato (ma su questo ritorneremo più avanti).

Non meno importante, però, è l’impatto dogmatico della lettura (parziale) che si continua a dare a questa fase storica: deficit di spesa corrente e debito pubblico sarebbero un male da evitare sempre e comunque e rappresenterebbero, senz’altro, la causa prima di questa crisi economica, apparentemente, senza rapide e indolori vie d’uscita.

E più ancora del principio ― che pure ci sembra ampiamente discutibile, a dire il vero ― è l’applicazione di questo dogma della condanna indiscriminata della spesa pubblica che ci sembra doveroso analizzare: contenimento perenne delle voci di spesa del bilancio pubblico e, conseguentemente, revisione e ridimensionamento degli stessi concetti di Stato sociale e di servizio pubblico universale, oltre che dell’intervento pubblico diretto in economia. Dunque, in sostanza: Stato leggero e primato economico del privato e del mercato; una sorta di uscita “da destra” dalla crisi, se vogliamo dare un minimo di connotazione politica a scelte economiche che sono tutt’altro che neutre e oggettive. Uno slittamento a destra che, però, non va banalmente interpretato come convergenza continentale o mondiale verso un comune sentire, che si traduce in risultati elettorali che premiano, democraticamente, quei progetti politici che perseguono una certa idea di società (più individualista e meno egalitaria) a scapito di un’altra, fondata su opposti valori. Vi è qualcosa di profondamente diverso e di nuovo nella vulgata della fine delle favole che sta accompagnando i progetti di riassetto economico delle nostre società, vessate da questa imponente crisi del modello economico. Vi è, innanzi tutto (e alquanto paradossalmente), il ribaltamento dei fattori di crisi in valori positivi. L’occultamento delle responsabilità che il modello economico e i suoi attori privati hanno avuto nel generare questa crisi e, anzi, sic et simpliciter un sostanzioso rilancio del medesimo modello economico senza significativi correttivi di sorta, come ‘ovvia’ soluzione della crisi che esso stesso ha determinato e prodotto.

La cifra distintiva di quella che potremmo ben definire come una vera e propria restaurazione capitalistica su larga scala, ancora una volta, è espressa magistralmente da Luciano Gallino, nel suo recente “La lotta di classe dopo la lotta di classe” (testo di cui si raccomanda vivamente la lettura).

In estrema sintesi, secondo il sociologo torinese:
«La caratteristica saliente della lotta di classe nella nostra epoca è questa: la classe di quelli che da diversi punti di vista sono da considerare i vincitori ― termine molto apprezzato da chi ritiene che l’umanità debba inevitabilmente dividersi in vincitori e perdenti ― sta conducendo una tenace lotta di classe contro la classe dei perdenti. Questa classe dominante globale esiste in tutti i paesi del mondo, sia pure con differenti proporzioni e peso. Essa ha tra i suoi principali interessi quello di limitare o contrastare lo sviluppo di classi sociali ― quali la classe operaia e le classi medie ― che possano in qualche misura intaccare il suo potere di decidere che cosa convenga fare del capitale che controlla allo scopo di continuare ad accumularlo» (2).
In questo scenario, un ruolo decisivo nell’affermazione di quello che tende a configurarsi come un modello di pensiero unico elitario, che non riesce (ancora?) a incontrare forme diffuse e strutturate di opposizione di massa, è svolto chiaramente dai mezzi di comunicazione tradizionali e non. Televisioni, radio, giornali e persino i portali web dell’informazione mainstream, nell’apparente pluralismo dell’offerta, infatti, sul piano quantitativo veicolano massicce dosi del pensiero dominante, ammantandolo sovente col piglio autorevole del parere tecnico. Strategia di cui in Italia abbiamo avuto diretta esperienza nella fase di governo dell’attuale legislatura, soprattutto nel suo scorcio conclusivo, ma ― seppur in forme differenti ― in realtà tutto il periodo della cosiddetta Seconda Repubblica ne porta ancora i segni, ormai diventati vere e proprie cicatrici.

Se dunque, per dirla con lessico marxiano, «i pensieri della classe dominante sono in ogni epoca i pensieri dominanti» (3), è evidente che quando la classe dominante arriva a possedere strumenti di persuasione potenti e penetranti come mai ve n’erano stati in passato, gli spazi di manovra per provare a opporsi ai «pensieri del loro dominio» si fanno sempre più ristretti.

In prosieguo di discorso proveremo allora a comprendere al meglio a che punto è la crisi: come si è generata e come se ne esce, o, meglio, quali sono gli esiti delle prescrizioni dominanti che, per ora, si sono imposte come indiscutibili vie d’uscita. Cercheremo di capire se è vero e fino a che punto può essere verosimile l’idea che deficit di bilancio e debito pubblico continuamente crescente siano l’inevitabile conseguenza di un mondo che offre diritti e garanzie giuridiche ai lavoratori e avanzati sistemi di Welfare State (4) e, soprattutto, se un elevato stock di debito pubblico accumulato è un problema in sé, o se un qualche rischio di tenuta dei conti si presenta eventualmente, solo al ricorrere di determinate condizioni. Cercheremo insomma di capire se è vero che in Europa si è vissuti per decenni in “mondo di favola”, per usare le parole di Draghi, o se c’è qualcuno che racconta favole e che cerca di trasformare il sogno dell’integrazione europea in un incubo fatto di austerità e vessazioni delle classi lavoratrici. Un incubo del tutto insensato e controproducente, se l’ottica che si vuole perseguire è quella del benessere diffuso.

Sotto questo aspetto, la dolorosa vicenda della Grecia è paradigmatica. Un misto di errori tecnici, di egoismi (non solo) nazionalisti e di ottuso ideologismo ha fatto sì che, nel giro di un paio d’anni, i problemi del Paese si siano drammaticamente aggravati sia nei fondamentali economici, che nella carne viva dei cittadini greci, costretti a fare i conti con scenari di una miseria che l’Europa intera si illudeva di aver definitivamente relegato nella soffitta di un passato che mai più si sarebbe dovuto rivivere.

Vito Lops, sul quotidiano di confindustria (5), è chiarissimo, in proposito:
«Sono trascorsi più di due anni dal primo salvataggio (110 miliardi) della Grecia orchestrato dall’Eurozona. Da allora, complici previsioni ottimistiche e calcoli errati sul moltiplicatore fiscale (i danni sul Pil ipotizzati, derivanti dalle riforme di austerity, erano stimati con una leva dello 0,5 mentre in realtà il “moltiplicatore dei danni” è risultato superiore a 1) da parte delle autorità europee hanno complicato le cose».
E, più avanti, citando l’economista di AllianceBernstein, Darren Williams, offre alcuni numeri difficilmente equivocabili:
«Il tasso di disoccupazione sarebbe dovuto salire al 15,2% quest’anno e il debito del settore pubblico al 149,7% del Pil nel 2013. I fatti si sono dimostrati ben diversi. Secondo gli ultimi dati, l’economia greca si è contratta dell’11,7% nel 2010 e 2011, e le proiezioni ufficiali suggeriscono che calerà al 9,9% nel 2012 e 2013. Nonostante questo calo, le prime proiezioni per il mercato del lavoro si sono dimostrate troppo ottimistiche: il tasso di disoccupazione ha raggiunto oggi il 25,4% e continua a salire. Naturalmente questo programma ha avuto un forte impatto sia sull’economia che sulla popolazione. Ma ci sono stati dei risultati in termini di miglioramento della sostenibilità del debito? La risposta è negativa. Anziché raggiungere il 149,7% del Pil nel 2013, le ultime proiezioni vedono il debito governativo salire al 191,6% del Pil nel 2014. La natura autodistruttiva del programma greco porta importanti lezioni per gli altri Paesi in difficoltà dell’Eurozona».
Si poteva agire diversamente, dunque? Certo che si poteva! E si doveva farlo, se solo si considera che l’intero PIL della Grecia rappresenta una minuscola frazione ― circa il 2% (6) ― del PIL UE, ragion per cui a fronte di disagi minimi per tutti, un meccanismo di messa in comune dei debiti avrebbe immediatamente rappresentato al capitale speculativo la certezza che l’unione monetaria è anche politica e che non esistono dunque anelli deboli della catena, che possono saltare da un momento all’altro, innescando ulteriori processi depressivi, con conseguenze negative incalcolabili.

Anche qui, quindi, la transizione infinita (e dal carattere incerto) verso una Unione Europea che si costituisca a tutti gli effetti come Stato federale democratico, gioca senz’altro un ruolo decisivo negli sviluppi tutt’altro che risolutivi della vicenda greca.

Ma vi è un di più che non può essere ignorato. Già all’inizio di questo 2012, in Grecia, la percezione degli effetti devastanti delle pretese della cosiddetta troika (UE, FMI e BCE) era talmente forte e diffusa da scatenare violente reazioni di piazza, in presenza di un’ulteriore stretta nel senso dell’austerità. A fronte dei previsti licenziamenti e decurtazioni salariali nel settore pubblico, uniti a diffusi incrementi delle imposte dirette e indirette, il conseguente peggioramento delle condizioni economiche di ampie fasce della popolazione greca era oramai scontato, così come non bisognava avere capacità divinatorie per comprendere che se decine di migliaia di persone perdono il lavoro e altre centinaia (e centinaia) di migliaia di cittadini greci comunque avrebbero avuto minori risorse a disposizione da spendere, il risultato finale sarebbe stato il crollo della domanda interna. Una situazione, tra l’altro, non rimediabile, stante l’impossibilità ― la politica monetaria è di competenza esclusiva della BCE, nell’area euro ― di provare a controbilanciare le perdite interne, con una svalutazione competitiva. E se crolla la domanda interna e non si può nemmeno svalutare per tentare di rilanciare le esportazioni, la conseguenza è inevitabile: avvitamento recessivo e peggioramento ulteriore della situazione economica generale del Paese. Come è poi puntualmente avvenuto.

Ebbene di fronte alle prime perplessità che, anche qui da noi, questa strategia del tutto irragionevole cominciava a destare, i Boldrin di turno, da buoni campioni dell’ideologia dominante, spiegavano che, in sostanza, la Grecia non merita né fiducia, né sconti, né compassione, dato che:
«per più di un decennio ha vissuto su una spesa pubblica impazzita ed in continua crescita, prendendo a prestito da chiunque, per consumare e non per investire, mentre alterava i propri conti per ingannare i creditori» (8).
Gli effetti di queste politiche possono essere ben sintetizzati da queste righe scritte un paio di mesi fa da Ettore Livini:
«La Grecia dà l’ok alla vendita di cibi scaduti per provare a combattere la marea montante della povertà. Il ministero allo Sviluppo, secondo quanto riportano siti on line greci, ha approvato infatti una nuova legge che consentirà ai supermercati di lasciare sugli scaffali a prezzi super-scontati una serie di prodotti anche dopo la data entro cui devono essere “preferibilmente consumati”. Il cibo dovrà essere esposto separato da quello a prezzo pieno e il venditore risponderà del suo buon stato di conservazione. Il costo per il cliente dovrebbe secondo le stime essere pari a un terzo circa del normale. Non è consentito invece l’utilizzo di questa merce all’interno di ristoranti o negli alberghi. (…) La decisione del governo ellenico conferma la difficile situazione sociale della popolazione greca. La disoccupazione è salita a luglio al 25,1% contro il 17% di un anno fa con quella giovanile (tra i 15 e i 24 anni) arrivata allo stratosferico livello del 54,2%. Un greco su quattro, insomma, è senza lavoro e il 27% dei cittadini vive sotto la soglia della povertà secondo i dati Eurostat. È il frutto della politica di austerity degli ultimi quattro anni che ha portato a un calo del PIL del 22% e a una serie di manovre finanziarie pari a 63 miliardi di euro, pari più o meno al 33% del PIL. Come se l’Italia fosse stata costretta a digerire tagli di bilancio per 600 miliardi circa» (9).
Ma, evidentemente, il popolo greco, la Grecia stessa nella sua interezza ― «un paese dove, sino all’altro giorno, le figlie nubili dei dipendenti pubblici ottenevano uno stipendio dal governo e i barbieri vanno in pensione, pubblica e sussidiata, a 50 anni perché maneggiano sostanze pericolose!», come faceva notare sempre il nostro buon Boldrin ― tutto questo se lo merita. Così come, in base a questa logica, un trattamento del genere se lo meriterebbero anche tutti gli altri Paesi che si rifiutassero di fare i cosiddetti “compiti a casa”, espressione che il tecnico e sobrio Mario Monti ama ripetere spessissimo a beneficio della stampa di mezzo mondo (10).

E in tutto ciò la cosa più incredibile è quanto, proprio nell’anno in cui l’UE si può fregiare del premio Nobel per la pace (11), si continui a sottovalutare il rischio che una straordinaria opera di vessazione di larghe fasce di ceti popolari possa tradursi, nel medio periodo, non solo nel tanto temuto e vituperato populismo in chiave anti-europea, ma in un molto più temibile diffuso risveglio di un’ultra-nazionalismo di stampo dichiaratamente nazi-fascista.

Ciò di cui, purtroppo, proprio in Grecia vi è già traccia tangibile, alla luce dell’impressionante successo che un partito violento e pericoloso (12) come Alba Dorata ha avuto nelle ultime elezioni.

Dal sogno dell’Europa dei popoli che si federano in uno Stato del benessere, all’incubo dei fascismi di ritorno, il passo è fin troppo breve, dunque! Soprattutto, quando dall’obiettivo del benessere diffuso si passa a una sorta di logica perversamente punitiva di intere popolazioni, senza nemmeno soffermarsi a ragionare sulle effettive responsabilità di chi avrebbe commesso errori. Perché se c’è una fetta di popolazione che si è arricchita illecitamente a danno dell’economia pubblica, nel momento in cui si assume a fondamento base della politica economica il risanamento del bilancio dello Stato, o si individuano esattamente i responsabili del dissesto e si ripiana il disavanzo (quantomeno al netto degli interessi), rimettendo a posto il maltolto e addebitandolo solo a chi se n’è effettivamente appropriato, o si opera come si è scelto di fare in Grecia: si distrugge un’intera economia e, magari, si permette pure ai veri disonesti di farla franca, pur di non condividere tra tutti gli Stati membri il costo del risanamento, per intero o solo per quella quota che non si riesce a recuperare direttamente da chi ha sbagliato.

Giuseppe D'Elia

 per L'Indiependente.it  
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lunedì 14 maggio 2012

CHI HA PAURA DEL CAMBIAMENTO?

Dal blog di Grillo, alla politica attiva:
un movimento che si radica nelle istituzioni, 
mentre i media mainstream 
continuano a demonizzarlo
 
Non c’è bisogno di aspettare l’esito dei ballottaggi, per individuare le tre principali linee di tendenza che emergono dalla recente tornata elettorale. Elezioni amministrative, legate dunque chiaramente alle dinamiche territoriali dei singoli comuni in cui si votava, ma con tre indicazioni di massima, di carattere nazionale, ben precise.

In primo luogo, si registra un significativo incremento dell’astensione: il numero dei votanti, infatti, cala dal 74% circa delle precedenti comunali, al 67% scarso di questo primo turno (1).

In secondo luogo, si registra un netto arretramento dei partiti di Berlusconi e Bossi, la cui leadership è, già da qualche tempo, in lento declino, a causa degli scandali per vicende di sesso e corruzione, il cui impatto mediatico, evidentemente, sopravanza e precede gli esiti giudiziari delle stesse.

Infine, di questa vera e propria emorragia di consensi non se ne giova tanto l’opposizione tradizionale (PD, IDV e sinistre varie), né quella che sarebbe dovuta convergere nel cosiddetto Terzo Polo (UdC e FLI, soprattutto), ma in larga misura se n’è avvantaggiato il Movimento 5 Stelle, la creatura politica nata dal blog di Beppe Grillo e ormai palesemente in grado di confrontarsi seriamente con le altre forze partitiche.

Di questa sintesi, un riscontro più analitico, lo si può avere, leggendo i risultati elaborati dall’Istituto Cattaneo di Bologna, in proposito (2).

In particolare, qui, ci interessa approfondire meglio la terza questione, che, poi, in un certo senso, riassume anche le prime due.
«Della pesante sconfitta leghista ha approfittato il movimento Cinque stelle: Grillo ha presentato liste in 101 Comuni, conquistando quasi 200.000 voti, che rappresentano poco meno del 9% dei voti validi (per la precisione, l’8,74%). Il successo di Grillo è molto legato alle regioni settentrionali, quelle dove la Lega Nord andava forte. Al Nord il Movimento ha ottenuto un risultato medio pari al 10,75%, mentre al Sud si ferma al 3,6%. (…) Emblematico il caso di Parma, dove, osservano i ricercatori dell’Istituto Cattaneo, il 38,5% di coloro che avevano votato Lega nord nel 2010 hanno scelto di votare il candidato Pizzarotti del Movimento 5 Stelle».
A noi, in verità, proprio l’esempio di Parma, già a spoglio in corso (3), dava la sensazione netta che il grosso dei voti del candidato sindaco targato M5S provenisse dall’intero blocco sociale del vecchio centrodestra.

Del resto, il raffronto col dato delle precedenti comunali (4) ci sembra appunto confermare che, essendo sostanzialmente immutato il dato elettorale del centrosinistra (5), il grosso dei voti dispersi del vecchio sindaco (ossia, dei voti non confermati alle liste del centrodestra) si è diviso tra quel 10% di incremento dell’astensione e il successo netto di Pizzarotti, che appunto correrà per la poltrona di sindaco, sfidando al ballottaggio Bernazzoli, il candidato forte del centrosinistra.

Se questa tendenza si confermasse anche nell’immediato futuro, emergerebbe con forza una delle più evidenti contraddizioni di questo movimento politico che, pur presentando un programma fondamentalmente progressista (6), nel suo proporsi come soggetto portatore di “idee” e non di «ideologie di sinistra o di destra», finisce poi con l’attrarre a sé proprio quella parte di elettorato di destra che più si riconosce in quel qualunquismo rancoroso e anti-politico, che ha fatto sì che Wu-Ming1 scegliesse addirittura di usare il termine “criptofascismo”, per descrivere il grillismo (7).

Due i punti nodali, di questa lunga riflessione che, a nostro avviso, comunque andrebbe letta: 1) «Beppe Grillo è proprietario unico del logo e del nome «Movimento 5 Stelle», ed è lui a decidere insindacabilmente chi possa usarlo»; 2) «è la tematica dell’immigrazione quella in cui il discorso grillino si fa più decifrabile e lascia trasparire l’animus fascistoide».

Il secondo punto, purtroppo, ci sembra decisamente meno controverso del primo.

Quando Grillo si scaglia contro gli zingari e i rumeni (8) non fa ridere. Per nulla. E meno che mai fa riflettere:
«la Romania è in Europa. Ma cosa vuol dire Europa? Migrazioni selvagge di persone senza lavoro da un Paese all’altro? Senza la conoscenza della lingua, senza possibilità di accoglienza? Ricevo ogni giorno centinaia di lettere sui rom.
È un vulcano, una bomba a tempo. Va disinnescata. Si poteva fare una moratoria per la Romania, è stata applicata in altri Paesi europei. Si poteva fare un serio controllo degli ingressi. Ma non è stato fatto nulla.
Un governo che non garantisce la sicurezza dei suoi cittadini a cosa serve, cosa governa? Chi paga per questa insicurezza sono i più deboli, gli anziani, chi vive nelle periferie, nelle case popolari.
Una volta i confini della Patria erano sacri, i politici li hanno sconsacrati».
E che questo post del 2007 non costituisca una sgradevole eccezione, ma rappresenti invece un ben chiaro modo di vedere le cose, ce lo confermano queste poche righe (9), assai più recenti:
«La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall’altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della “liberalizzazione” delle nascite».
Lo sciocco svilimento di una campagna per garantire la cittadinanza italiana agli stranieri nati in Italia (10), ottenuto banalizzando la civilissima proposta di abbandonare l’idea che la nazionalità sia principalmente un fatto di sangue (più o meno puro?), che si trasmette di generazione in generazione. L’idea di ricollegare la cittadinanza alla residenza, al nascere e al vivere nel Paese, a essere parte della sua cultura, insomma, per Grillo, non ha senso. Se due stranieri mettono al mondo un loro figlio in Italia, ciò non basta a far sì che questa persona possa dirsi italiana. Ovviamente, Grillo qui si guarda bene dal precisare che la campagna nasce per tutelare migliaia di ragazze e ragazzi, nati in Italia da genitori stranieri, ma cresciuti, imparando la nostra lingua, studiando da noi, e facendo insomma tutto ciò che normalmente ti rende partecipe di una comunità nazionale. Mettere una firma per sostenere questa battaglia di civiltà, a quanto pare, distrae dai veri problemi del Paese. L’idea che questi nuovi cittadini, magari, potrebbero aiutarci a creare un paese migliore non è da prendere minimamente in considerazione.

Tuttavia, se è vero che le posizioni di Grillo in fatto di immigrazione risultano palesemente xenofobe, come abbiamo appena constatato, resta invece tutto da dimostrare il punto 1, precedentemente citato: che la proprietà del simbolo del M5S definisca necessariamente il rapporto tra Grillo e il movimento in termini di subordinazione.

Segnalavamo prima come il programma di questo movimento proponga contenuti sostanzialmente progressisti.

Vediamone più in dettaglio, qualche esempio (11): democrazia partecipativa («realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità dei cittadini il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi»); economia («Favorire le produzioni locali – Sostenere le società no profit – Sussidio di disoccupazione garantito – Disincentivi alle aziende che generano un danno sociale»); istruzione pubblica («Risorse finanziarie dello Stato erogate solo alla scuola pubblica – Abolizione della legge Gelmini – Diffusione obbligatoria di Internet nelle scuole con l’accesso per gli studenti – Graduale abolizione dei libri di scuola stampati, e quindi la loro gratuità, con l’accessibilità via Internet in formato digitale – Insegnamento obbligatorio della lingua inglese dall’asilo»); salute («Garantire l’accesso alle prestazioni essenziali del Servizio Sanitario Nazionale universale e gratuito»), energia («La prima cosa da fare è accrescere l’efficienza e ridurre gli sprechi delle centrali esistenti, accrescendo al contempo l’efficienza con cui l’energia prodotta viene utilizzata dalle utenze») trasporti («Disincentivo dell’uso dei mezzi privati motorizzati nelle aree urbane – Sviluppo di reti di piste ciclabili protette estese a tutta l’area urbana ed extra urbana – Potenziamento dei mezzi pubblici a uso collettivo e dei mezzi pubblici a uso individuale (car sharing) con motori elettrici alimentati da reti – Blocco immediato del Ponte sullo Stretto – Blocco immediato della Tav in Val di Susa – Proibizione di costruzione di nuovi parcheggi nelle aree urbane – Sviluppo delle tratte ferroviarie legate al pendolarismo»); informazione e telecomunicazioni («Un solo canale televisivo pubblico, senza pubblicità, informativo e culturale, indipendente dai partiti – Abolizione della legge Gasparri – Copertura completa dell’ADSL a livello di territorio nazionale – Statalizzazione della dorsale telefonica, con il suo riacquisto a prezzo di costo da Telecom Italia, e l’impegno da parte dello Stato di fornire gli stessi servizi a prezzi competitivi ad ogni operatore telefonico – Introduzione dei ripetitori Wimax per l’accesso mobile e diffuso alla Rete – Eliminazione del canone telefonico per l’allacciamento alla rete fissa»).

Molti di questi contenuti sono tipicamente “di sinistra”. E sebbene esistano anche aspetti più controversi (a sinistra non sarebbe particolarmente apprezzata, per esempio, né l’idea di abolire il valore legale dei titoli di studio, né quella di cancellare completamente i finanziamenti pubblici alla stampa libera), il punto realmente innovativo è chiaramente quello che tende a superare il rapporto tra rappresentanti e rappresentati, promuovendo e valorizzando la partecipazione di tutta la cittadinanza alla vita della polis.

Non solo si tratta di un tema particolarmente sentito in tutta quella vasta galassia di piccoli soggetti politici che stanno provando a ricostruire più apertamente “da sinistra” ― si pensi ad ALBA, ossia l’Alleanza per Lavoro, Benicomuni e Ambiente (12), per fare un esempio emblematico ― una politica a misura d’uomo, ma è anche e soprattutto in questa prassi partecipativa che, bene o male, si risolverà il contrasto tra il proprietario del simbolo e il movimento di cittadini.

Se, infatti, il Movimento 5 Stelle vuole essere davvero un soggetto collettivo in cui le pratiche democratiche sono la regola aurea, da declinare non più nei termini di mera scelta di rappresentanti a cui delegare il compito di provvedere ad attuare le istanze dei rappresentati, è ovvio che tutto ciò che pensa e sostiene Beppe Grillo non dovrebbe essere nulla di più che l’opinione di uno dei tanti soggetti di questo movimento politico.

Che Grillo non sia un leader politico in senso tradizionale è innegabile, così come sarebbe improprio definirlo come una sorta di ideologo del movimento nato dal suo blog.

Più di un attivista, in effetti, quando si tocca l’argomento delicato del rapporto Grillo/M5S, evidenzia la persistenza di un doppio cordone ombelicale: quello della gratitudine verso la persona che ha fatto sì che questa avventura politica potesse nascere e crescere vigorosa; quello della visibilità mediatica che la figura di Grillo garantisce al movimento, fuori da internet e dai contatti diretti sul territorio.

Ma, per quanto forti possono essere questi legami, delle due l’una: o il movimento è in grado di scegliere democraticamente di non fare tutto quello che Grillo pensa che sia giusto fare (e/o di fare eventualmente anche tutto quello che Grillo invece non ritenesse opportuno) o non può. E se non può ― che sia in virtù della questione della proprietà del simbolo o solo per il carisma col quale il comico genovese sarebbe in grado di condizionare sempre la maggioranza dei cittadini che portano avanti questo progetto politico ― allora il M5S non è né libero, né autonomo, né democratico, perché l’essenza di una vera democrazia è la possibilità di scelta. Meglio ancora: se in una comunità non c’è possibilità di scegliere, ma ci deve necessariamente conformare alla volontà di un determinato individuo, per quanto nobile e autorevole, ebbene: in quella comunità politica non c’è democrazia.

Anche per questo, se il movimento vuole camminare con le sue gambe farebbe meglio a recidere i cordoni ombelicali col comico chioccia; senza che questo significhi automaticamente rinnegare tutto ciò che Grillo ha rappresentato per loro in questi anni.

E se definire una volta per tutte la questione della proprietà del simbolo, costruendo anche formalmente l’autonomia del movimento, renderebbe storia antica e superata ogni polemica sugli ordini impartiti dal capo, come nella recente questione del non partecipare ai dibattiti politici televisivi (13), anche la visibilità che Grillo garantisce al movimento nei media mainstream si sta rivelando sempre più spesso un’arma a doppio taglio.

Persino all’osservatore più distratto, infatti, non sarà sfuggito come, soprattutto in TV, Grillo e il ‘suo’ movimento, ultimamente, non vengano più trattati come una sorta di nota folkloristica, a margine della politica ufficiale. Ora, le ‘sparate’ di Grillo, sovente, vengono utilizzate per provare a depotenziare l’attrattiva di un soggetto politico in crescita, che fa tanto più paura a chi ha interesse a che nulla cambi in questo Paese, quanto più il soggetto appare forte ed estraneo al sistema di potere precostituito.

Qui va detto subito che la sfacciataggine e l’ipocrisia di una comunicazione tutta improntata all’oggi, fanno sì che a dare del nazifascista a Grillo possano essere gli stessi personaggi (14) che negli ultimi venti anni hanno contribuito, muovendo le leve del potere politico e mediatico, a quel tentativo (riuscito solo in parte) di trasformare la costituzione antifascista in anticomunismo viscerale, provando addirittura a riscrivere la storia di questo Paese, rappresentando come deprecabili episodi singoli (15), gli effetti della dittatura fascista e di un conflitto bellico di dimensioni planetarie. E, d’altra parte, l’incentrare questo tipo di lettura critica non tanto sulla violenza verbale delle invettive ad personam del comico genovese, quanto, piuttosto, sulla xenofobia di certi suoi testi ― come qui abbiamo già ampiamente sottolineato ― comporterebbe poi la necessità di fare i conti coi CIE (16) e i respingimenti di massa (17), giusto per voler stare strettamente al tema e senza andare a riaprire anche le ferite di Genova 2001 (18) e le troppe coperture di comportamenti fascisti nelle istituzioni.

Ma al di là della evidente strumentalità di molti degli attacchi mediatici che sono stati rivolti a Grillo, da quando si è diffusa la notizia che il movimento cominciava a raccogliere cifre interessanti nei sondaggi (19), non si può negare che, con la storia della mafia che «non ha mai strangolato il proprio cliente» (20), il comico ha fatto un clamoroso doppio errore di comunicazione.

In un momento in cui si capiva benissimo che i grandi media lo stessero un po’ aspettando al varco, per sferrare una sorta di attacco concentrico, Grillo ha scelto di fare una provocazione concettuale, che, anche se formulata alla perfezione, sarebbe stata comunque facilmente strumentalizzabile, per la delicatezza del tema trattato. E già questo, in campagna elettorale, è un errore politico da dilettanti.

Ma ancor più grave è stata l’incapacità di sviluppare logicamente la provocazione che si voleva proporre. Grillo, infatti, non ha detto che siamo in presenza di uno Stato che, di fronte a una grave crisi economica, invece di chiedere sacrifici a chi non ha mai versato il proprio contribuito o di domandare, tra quelli che lo versano, soprattutto ai più facoltosi, sceglie di pretendere tanto dai tanti che già hanno risorse economiche molto scarse, rischiando, così, metaforicamente, di strangolarli. Non ha detto questo e non ha aggiunto a ciò la battuta, tanto iperbolica, quanto rischiosa, sullo Stato che, così facendo, si comporta anche peggio della mafia, che ti uccide soltanto se non paghi il pizzo e non quando lo paghi. Niente di tutto questo: ha scelto semplicemente malissimo le parole, improvvisate o preparate che fossero.

Per tutte queste ragioni, sarebbe dunque interesse primario del Movimento 5 Stelle separare nettamente gli sviluppi presenti e futuri del proprio precorso politico da ciò che direttamente si connette alla persona del suo mentore. A meno che non vogliano disinteressarsi totalmente della rappresentazione mediatica del loro operare, infatti, fintanto che resterà valida l’equazione Grillo = M5S, ogni attacco alla persona di Grillo imporrà loro di sottrarre tempo alla realizzazione della progettualità politica, per dedicarlo a parare gli attacchi mediatici, tanto più intensi, quanto più i sondaggi pronosticheranno un possibile successo della loro proposta politica.

Da ultimo, vorremmo provare a chiarire brevemente perché abbiamo sostenuto che il successo elettorale del Movimento nato dal blog di Grillo, rispetto alle tre linee di tendenza nazionale, che sono emerse dopo queste comunali, aveva aspetto prevalente e riassumeva, in un certo senso, anche le altre due.

Se c’è un dato politico certo, in questo momento, è che nel Paese esiste una forte domanda di cambiamento.

Crollano quelli che avevano vinto nettamente le politiche del 2008, si sfalda quello che noi abbiamo spesso definito come un progetto eterodiretto di bipartitismo coatto, il principale partito dell’opposizione (e ora di tutto il Paese che ancora va a votare), nel persistente inseguimento della sua chimera centrista, ugualmente perde elettori, anche se in percentuale la cosa si nota di meno, a causa dell’incremento dell’astensionismo, e la multiforme sinistra extraparlamentare non riesce a riproporre a livello nazionale quei percorsi unitari che in ambito locale sono risultati spesso vincenti, anche sfidando apertamente i due sedicenti grandi partiti dell’aborto bipartitico e le occasionali forze centriste.

Tendenze consolidate in diverse tornate elettorali, di cui questa ultima costituisce solo un’ulteriore conferma.

In questo quadro, il successo elettorale di un nuovo movimento politico che, nel breve periodo, riesce a trarre forza da tutte le contraddizioni fin qui rilevate, a nostro avviso, dimostra soprattutto come questo successo sia sintomo di una diffusa insoddisfazione verso una classe politica che non è più credibile.

Sulle ragioni di questo deficit di credibilità abbiamo già scritto in passato e ancora scriveremo, ma ora ci sembra innegabile che, per una fetta considerevole della popolazione italiana (un terzo dei votanti), l’insoddisfazione per la classe politica è tale da far sì che il “non voto” rappresenti, di fatto, il primo partito. Ma ancora più interessante è il dato che mette in crisi il dogma propagandato per quasi tutta la cosiddetta seconda Repubblica: la democrazia dell’alternanza, fondata su due opzioni politiche che non possono differenziarsi più di tanto, perché le elezioni si vincono sempre al centro, in base a come si orientano di volta in volta quelle fantomatiche masse di elettori moderati, che, però, evidentemente in Italia non esistono. Non esistono, perché, anche stavolta, non c’è spostamento di masse di elettori da destra a sinistra (o viceversa): ragionando sui grandi numeri, infatti, l’elettore deluso dal proprio schieramento politico di riferimento o si astiene o punta su una proposta politica radicalmente nuova.

Ed è proprio questo, in ultima analisi, il motivo per cui Grillo (e per transitività il M5S) diventa oggetto di attacchi mediatici concentrici: il successo di una proposta di radicale cambiamento rischia di spezzare definitivamente il sacro dogma della conservazione, offrendo un’alternativa concreta all’astensione, a tutti quei cittadini italiani che non sono più disposti a legittimare col proprio voto questa immutabile conservazione.

Cittadini insoddisfatti, che diventano sempre di più.

Una lezione politica che ― piaccia o meno ― quelle forze che davvero hanno intenzione di provare a cambiare questo Paese dovranno tener nel dovuto conto, presto o tardi.

Giuseppe D'Elia

 per L'Indiependente.it 
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(1) http://comunali.interno.it/votanti/votanti120506/Cvotanti.htm

(2) http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=164945

(3) http://friendfeed.com/seideegiapulp/1331be83/in-un-piccolo-comune-leghista-e-berlusconiano

(4) http://comunali.interno.it/comunali/amm120506/retro/C0560270.htm

(5) http://comunali.interno.it/comunali/amm120506/C0560270.htm

(6) http://www.beppegrillo.it/movimento/2010/08/istruzione.html

(7) http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=6524#

(8) http://www.beppegrillo.it/2007/10/i_confini_scons/index.html

(9) http://www.beppegrillo.it/2012/01/la_cittadinanza.html

(10) http://www.litaliasonoanchio.it/index.php?id=521

(11) http://www.beppegrillo.it/iniziative/movimentocinquestelle/Programma-Movimento-5-Stelle.pdf

(12) http://www.soggettopoliticonuovo.it/scegliamo-il-nome/

(13) http://www.beppegrillo.it/2012/05/i_talk_show.html

(14) http://affaritaliani.libero.it/politica/crosetto-grillo-usa-toni-fascisti270412.html?refresh_ce

(15) http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/antifa/cazzinostri.htm

(16) http://giualsud.it/interventi/i-cie-in-italia-dove-la-tortura-e-legalizzata/

(17) http://friendfeed.com/seideegiapulp/15b6367a/presadiretta-mare-chiuso-documentario-di

(18) http://mementotnemem.blogspot.it/2012/03/genova-le-lacrime-di-luglio-dieci-anni.html

(19) http://www.corriere.it/politica/12_aprile_15/bersani-antipolitica_a6aa68dc-86eb-11e1-9381-31bd76a34bd1.shtml

(20) http://www.youtube.com/watch?v=bkewHuB6J-I&t=0m42s

martedì 3 aprile 2012

GOVERNO TECNICO E MESSA TRA PARENTESI DI BERLUSCONI: COSTITUENTE ARISTOCRATICA VS. DEMOCRAZIA POPOLARE/ 3

(segue) Prima di entrare nel merito del magma vivo e incandescente del terzo capitolo di intervento del governo, quello in materia di diritti dei lavoratori, è necessario offrire al lettore qualche ulteriore indizio a suffragio della nostra tesi di fondo.

Ancora una volta, è dalla illustre penna di Eugenio Scalfari che possiamo ricavare significativi elementi di giudizio sul come e sul perché si possa passare dall’anti-berlusconismo militante, alla messa tra parentesi di Berlusconi e alle cosiddette politiche unitarie, garantite dall’autorità suprema di Mario Monti.

Giusto pochi giorni fa, col suo sprezzante e banale tentativo di irridere tutto ciò che ‘osa’ muoversi fuori dal recinto della politica dei partiti sedicenti responsabili (43), Scalfari ha individuato chiaramente il Nemico, tentando curiosamente di emulare un modo di fare giornalismo, tipico della stampa berlusconiana (e di quello di proprietà della famiglia Berlusconi, in particolar modo).

Sulla questione ci sembrano molto incisive e dirimenti le righe conclusive del testo collettivo (44) scritto in risposta a questo singolare modo di argomentare, da Alberto Lucarelli, Maria Rosaria Marella, Ugo Mattei e Luca Nivarra.

Righe che illustrano molto bene la divaricazione politica che si sta realizzando in questo Paese, tra spinte oligarchiche ed esigenze di partecipazione democratica:
«Si è sviluppata una spinta alla rivendicazione dei beni comuni (…) il cui filo unitario è costituito, per un verso, da un netto rifiuto della prospettiva di una integrale mercificazione del mondo e, per altro verso, da una intensa domanda di partecipazione democratica, sin qui mortificata dal micidiale combinato disposto di deriva oligarchica dei partiti e di deriva tecnocratica delle istituzioni.
(…) Più democrazia, meno mercato; più partecipazione e più valore d’uso, meno delega e meno valore di scambio: questo, in sintesi, il mondo dei beni comuni che, per dirla con Rodotà, propone un’altra politica capace di sconfiggere l’antipolitica. Si può dissentire: ma quando il dissenso assume le forme della caricatura e dell’aperto dileggio, vuol dire che quelle parole d’ordine cominciano a suscitare inquietudine in quel grande partito trasversale, a cui Repubblica dà voce, per il quale viceversa la parola d’ordine è: non disturbate il manovratore.
Un’ultima notazione. Proprio all’inizio del suo articolo Scalfari, inopinatamente imbossito, si avvale dell’elegante metafora del «dito medio» per descrivere quell’atteggiamento di ostilità a tutte le divinità in cui egli crede. Non possiamo non ricordare al nostro autorevolissimo interlocutore che, nella storia recente dei beni comuni, l’unico «dito medio» (sempre metaforicamente parlando) è quello che governo, Parlamento e Presidenza della Repubblica continuano ad alzare nei confronti del popolo sovrano dopo aver reintrodotto la disciplina dei servizi pubblici locali abrogata dai referendum (…)».
In precedenza, sempre nel solito editoriale domenicale (45), Scalfari ci aveva invece indicato il Bene Assoluto, in vista della prossima tornata elettorale nazionale:
«Il Pd e il Centro possono allearsi per una legislatura costituente. Possono chiedere a Monti di presiedere il governo. Monti risponderà come crede, ma ove la risposta fosse positiva penso che il Parlamento riunito per eleggere il presidente della Repubblica dovrebbe votare per un nuovo settennato di Giorgio Napolitano. Lui e Monti ci stanno portando fuori dal tunnel. Se il lavoro si deve compiere nessuno meglio di quel tandem può farlo. Napolitano ― lo conosco bene ― dirà risolutamente di no, ma se il nuovo Parlamento decidesse in quel senso penso che dovrebbe arrendersi alla volontà dei rappresentanti del popolo sovrano».
Ora, non si capisce bene se Scalfari, nel far riferimento a «un Centro ovviamente rinforzato dall’implosione del Pdl», stia invitando il PD a stringere un’alleanza programmatica coi partiti di Casini e Fini o se creda che l’UdC di Casini sia l’unico interlocutore da privilegiare, in quanto partito in grado di attrarre a sé ampie fasce del vecchio elettorato berlusconiano, ma si capisce benissimo cosa è essenziale per il fondatore di quello che ― piaccia o meno ― resta, ancora oggi, un quotidiano di riferimento per larga parte dell’elettorato di centrosinistra: per Scalfari, quello che davvero conta è l’emarginazione di ogni istanza politica che voglia ostacolare in qualunque modo la supremazia valoriale dei mercati, che la politica, invece, a quanto pare, non può e non deve far altro che assecondare.

Non è un caso, infatti, che, in entrambi gli articoli citati, Scalfari si scagli apertamente non solo contro il movimento nazionale nato a supporto della lotta per avere chiarezza sul progetto della linea Tav valsusina, ma addirittura anche contro l’istituto referendario.

Va detto, in proposito, che se le elezioni amministrative dell’anno scorso, col trionfo di Pisapia a Milano e ancor di più con quello di De Magistris a Napoli, hanno rappresentato un primo campanello d’allarme per la tenuta del progetto moderato di un bipartitismo della falsa alternanza, i 27 milioni di sì ai referendum dello scorso giugno sono l’elemento che, forse, più di tutti ha favorito l’affermarsi di un consenso trasversale sulla prospettiva di avviare una stagione di politiche di unità nazionale, all’insegna di una auto-dichiarato senso di responsabilità, che ― come abbiamo visto ― va ben al di là delle contingenze emergenziali di breve periodo (per quanto artatamente amplificate).

Ma l’aspetto che più direttamente interessa il prosieguo del nostro discorso, qui, è quello relativo all’atteggiamento preponderante assunto dai media mainstream nel trattare le questioni citate. Chiariamo subito: ciò che accomuna i referendum di giugno alla questione della Tav valsusina è appunto la modalità comunicativa prevalente che si viene a riprodurre in maniera ossessiva nel discorso mediatico. Coro mediatico e retorica argomentativa. Voci consonanti su (quasi) tutti i media per mesi, sofismi su sofismi, terrorismo psicologico, esempi emozionali tanto efficaci nel solleticare gli istinti, quanto slegati dalla realtà del caso di specie, etc. etc.

Tecniche comunicative, queste, sulle quali il berlusconismo ha costruito le proprie fortune elettorali. Tecniche comunicative che diventano doppiamente pericolose quando il coro mediatico riduce ulteriormente le voci dissonanti e lo spazio a queste concesso. Vale la pena di ricordare, infatti, che il carattere della comunicazione di massa che smette di informare per fare mera propaganda non si fonda sulla scomparsa assoluta del pensiero non omologato, ma sulla marginalizzazione e sulla mistificazione di ogni pensiero non allineato, oltre che sulla tendenza alla menzogna ripetuta incessantemente per creare una parvenza di verità.

Tutti dovremmo ricordare quante volte, nel corso della campagna referendaria dell’anno scorso, i sostenitori del nucleare da fissione hanno utilizzato l’argomento della dipendenza energetica dell’Italia da fonti di approvvigionamento estero. Argomento falsissimo e stupido, non essendo il nostro Paese un produttore di uranio. Eppure ― sebbene per la verifica dell’inattendibilità di questa informazione sarebbe bastato anche solo un rapido controllo su Wikipedia (46) ― la menzogna è stata ripetuta ossessivamente, non solo dai comitati pro-nuke, ma anche da giornalisti dimentichi delle più basilari regole di deontologia professionale. E non è da escludere che senza la fatalità del concomitante disastro nucleare giapponese, il ruolo dell’informazione indipendente e la campagna capillare dei comitati promotori dei referendum non sarebbero bastati a far percepire l’assurdità di questi argomenti e, complessivamente, di un investimento economico che puntava all’utilizzo pluriennale di una tecnologia che risultava già obsoleta ― basti pensare al progetto sperimentale, ormai in via di realizzazione (47), di una centrale nucleare a fusione, per intenderci ― al momento in cui si andavano ad avviare i programmi di costruzione delle nuove centrali.

Anche la linea Tav valsusina, ultimamente, è stata oggetto dello stesso trattamento: l’opera rappresenta la modernità e chi non la vuole è un retrogrado; la sua realizzazione comporta solo innegabili benefici; gli oppositori, in ultima analisi, sono egoisti e violenti. Questo in sintesi brutale, il coro mediatico che ha occultato le vere ragioni della protesta (48), fondate appunto sull’assenza di una convincente analisi del rapporto tra i costi e i benefici dell’opera e sul rischio di destinare ingenti risorse ― l’opera infatti non è affatto pagata interamente coi fondi UE e le stime più ottimistiche alludono, tutt’al più, a una copertura del 40% dei costi di realizzazione (49) ― a un progetto non particolarmente vantaggioso per la collettività, a fronte dei sostanziosi tagli alla spesa pubblica di cui abbiamo già dato ampio conto in precedenza. Soprattutto non è vero che nessuno al mondo avanza dubbi sul valore assolutamente positivo delle linee ferroviarie ad alta velocità, come è testimoniato da questo articolo dell’Economist (50) che, in particolare, mette l’accento sul costo elevato del servizio offerto e sulla sostanziale sparizione delle tratte intermedie, conseguente alla necessità di avere pochissime fermate, in modo da ridurre ulteriormente la durata totale del tragitto tra la stazione di partenza e quella di arrivo.

E il coro mediatico propagandistico è stato il protagonista assoluto, anche nella vicenda che ha interessato e che ancora sta interessando la terza fase dell’attività del governo tecnico: quella inerente alla cosiddetta riforma del mercato del lavoro.

Un disegno di legge che il consiglio dei ministri ha approvato in data 23 marzo 2012 (51). Esattamente dieci anni dopo la storica (e partecipatissima) manifestazione del Circo Massimo in difesa dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori: quella norma che il sedicente governo tecnico ha deliberatamente deciso di manomettere, portando a compimento il disegno del secondo governo Berlusconi, e dunque meritandosi a pieno l’etichetta tranchant di “Licenzia Italia” che Alessandro Gilioli (52) ha prontamente affibbiato al progetto governativo, quando è stato reso pubblico, due giorni prima che venisse, poi, formalizzato come testo di indirizzo normativo.

Un testo che, nel suo punto più controverso, prevede esattamente questo (53):
«Per i licenziamenti oggettivi o economici, ove accerti l’inesistenza del giustificato motivo oggettivo addotto, il giudice dichiara risolto il rapporto di lavoro disponendo il pagamento, in favore del lavoratore, di un’indennità risarcitoria onnicomprensiva, che può essere modulata dal giudice tra 15 e 27 mensilità di retribuzione, tenuto conto di vari criteri.
Al fine di evitare la possibilità di ricorrere strumentalmente a licenziamenti oggettivi o economici che dissimulino altre motivazioni, di natura discriminatoria o disciplinare, è fatta salva la facoltà del lavoratore di provare che il licenziamento è stato determinato da ragioni discriminatorie o disciplinari, nei quali casi il giudice applica la relativa tutela».
E si capisce perfettamente che, in base a questa cosiddetta riforma, ogni persona che perderà il proprio posto di lavoro per un “falso” motivo economico, rischia seriamente di rimanere senza lavoro: questo lavoratore ingiustamente licenziato, infatti, con la nuova normativa, potrebbe essere senz’altro reintegrato soltanto qualora riuscisse a dimostrare che il vero motivo del licenziamento era un motivo discriminatorio. Riuscendo invece a dimostrare che il falso licenziamento economico nascondeva in realtà un licenziamento disciplinare, spetterebbe comunque al giudice la scelta tra risarcimento del danno subito dal lavoratore ― che, poi, dovrà ugualmente trovarsi un nuovo posto di lavoro ― e suo reintegro nel posto di lavoro ingiustamente perso.

Ed è del tutto comprensibile che la CGIL si sia opposta a questa soluzione regressiva, che Giorgio Cremaschi ha stigmatizzato alla perfezione in poche righe (54):
«L’articolo 18 viene semplicemente cancellato. Infatti i licenziamenti discriminatori sono vietati già oggi da qualsiasi convenzione, legge, costituzione, italiana, europea, internazionale. Ed è uno dei tanti falsi del governo che con questo provvedimento questo divieto sia esteso sotto i quindici dipendenti. Esso c’è sempre stato, ma non ha mai agito per la semplice ragione che nessun padrone è così stupido da licenziare per esplicita discriminazione personale, ideologica, razziale.
Su tutti gli altri licenziamenti, quelli veri, salta la copertura dell’articolo 18. Naturalmente salta per chi ce l’aveva, cioè per circa 8 milioni di lavoratori dipendenti. Non un piccolo numero, quindi. Ed è ridicolo questo balletto attorno all’applicazione della nuova legge nel pubblico impiego. È ovvio che sarà così, perché tutte le amministrazioni pubbliche, in un modo o nell’altro, hanno applicato lo Statuto dei lavoratori. Quindi se questo viene cambiato ne assumono automaticamente anche le modifiche.
Ma tutto questo fa parte di quel misto di incompetenza, arroganza, sfacciataggine che oggi contraddistingue l’operato del ministro Fornero e del suo Presidente del Consiglio. L’articolo 18 è la reintegra del posto di lavoro, senza di essa il licenziamento è libero.
È utile ricordare che una legge contro la libertà di licenziamento c’era già prima dello Statuto dei lavoratori, è la legge 604 del 1966, legge che prevede il solo indennizzo in caso di licenziamento ingiusto. È stata proprio l’inefficacia di questa legge a indurre il Parlamento a introdurre quell’istituto della reintegra che il governo oggi smantella in forma brutale e truffaldina. La reintegra viene abolita del tutto per i licenziamenti cosiddetti economici. In un periodo di crisi, di ristrutturazione, di esternalizzazioni, di tagli comunque definiti, questo significa licenziare a piacimento».
Ed è dunque su quel “salvo intese” ― con cui il governo ha voluto accompagnare il rilascio al pubblico del testo di indirizzo ― che ora si giocherà, in Parlamento, una partita decisiva per la sorte di milioni di lavoratori italiani, ma ancor di più per l’assetto dei rapporti di forza nell’insopprimibile conflitto che sussiste sempre tra capitale e lavoro.

D’altra parte, è evidente la rilevanza della questione, se persino l’arcivescovo Giancarlo Bregantini, capo-commissione CEI per il Lavoro, di recente, sul punto, dapprima ha affermato (55) che «bisogna chiedersi, davanti alla questione dei licenziamenti, chiamati elegantemente, con un eufemismo, “flessibilità in uscita”, se il lavoratore è persona o merce», per poi sottolineare che, chiaramente, «il lavoratore non è una merce. Non lo si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio».

Con il che non deve affatto meravigliare se anche Bersani, a nome del PD (56), e Bonanni, a nome della CISL (57), hanno cominciato a dare segni evidenti di una volontà di modificare la parte relativa ai licenziamenti economici, equiparando il trattamento a quello ora previsto per i licenziamenti disciplinari: lasciando dunque al giudice la libertà di decidere tra reintegro del lavoratore ingiustamente licenziato nel suo posto di lavoro e risarcimento senza reintegro. Situazione che, pur costituendo un notevole passo indietro, sul piano della tutela complessiva contro il licenziamento immotivato, al momento, rappresenterebbe quantomeno una soluzione che permetterebbe di limitare i danni e di mantenere comunque, in qualche modo, ancora in piedi il meccanismo del reintegro, vera e propria colonna portante per l’efficacia dell’effetto di deterrenza dell’art. 18.

Senza modifiche, infatti, la nuova normativa produrrebbe danni considerevoli, lo ribadiamo. Con una sostanziale precarizzazione di milioni di lavoratori che, così, rimarrebbero esposti al ricatto perenne del rischio licenziamento arbitrario.

E lo vogliamo ripetere ancora una volta, essendo questo il punto decisivo della questione: stabilire per legge che una determinata tipologia di licenziamento ingiusto (qualunque essa sia) non comporta più il reintegro nel posto di lavoro, ma solo un risarcimento, significa stabilire il prezzo del licenziamento pretestuoso. Perché? Perché è tutt’altro che facile, per il lavoratore, andare poi a dimostrare in giudizio, non solo che il suo datore di lavoro ha mentito sulle ragioni addotte, ma anche che le sue reali intenzioni fossero di natura (lato sensu) discriminatoria.

In concreto, con questa norma, senz’altro, saranno direttamente a rischio i sindacalisti scomodi ― non a caso l’art. 18 è collocato nella parte che lo Statuto dei lavoratori dedica alla “libertà sindacale” (58) ― che, già oggi, patiscono la strategia da Far West della Fiat di Marchionne, come certificato proprio in questi giorni, dalle motivazione della sentenza di reintegro dei tre operai di Melfi, ingiustamente licenziati con la pretestuosa e non dimostrata accusa di boicottaggio della produzione (59).

Ma se poniamo mente al contenuto della riforma pensionistica ― non si può andare in pensione prima del compimento dei 67 anni di età, salvo maturazione di 41–42 anni di contributi e con le eccezioni specifiche per alcuni tipi di lavori particolarmente usuranti (60) ― messa in campo col famigerato decreto “Salva Italia”, ci rendiamo agevolmente conto del rischio serissimo che potrebbero presto patire i tanti lavoratori ultra-cinquantenni che ciascuna azienda deciderà di dismettere, con un licenziamento individuale, motivato con ragioni economiche puramente fittizie, avendo a questo punto la ragionevole certezza di non incorrere nel rischio di doverli reintegrare. L’azienda in sostanza può decidere di optare per il licenziamento individuale, tutte le volte in cui riterrà che il calo di produttività, dovuto all’invecchiamento del lavoratore, che non ha ancora raggiunto i 66 anni necessari per godere di un trattamento pensionistico, sia più svantaggioso del pagare il risarcimento previsto dalla nuova legge per il licenziamento ingiusto.

Inutile aggiungere che chi direttamente potrà trarre profitto da questa nuova situazione sono le compagnie assicurative che, verosimilmente, molto presto, avranno nuove quote di rischio da poter coprire, oltre a quelle delle cosiddette pensioni integrative…

Di fronte a questo quadro desolante, si fa davvero fatica a comprendere la posizione assunta in proposito dal Presidente della Repubblica: che Giorgio Napolitano, infatti, decida di dimenticarsi del suo ruolo di figura super partes per sostenere pubblicamente una riforma che, a suo dire (61), «non può essere identificata con la sola modifica dell’art. 18» è a dir poco inspiegabile!

Certo, è vero che la proposta di riforma del governo si pone anche l’obiettivo di andare a toccare alcune delle questioni che realmente affliggono quella oramai larga parte del mondo del lavoro italiano che non gode di particolari tutele, trovandosi di fatto intrappolata in percorsi di precarietà esistenziale, che sembrano spesso non avere sbocchi. Ma non è affatto vero che per dare tutele ai precari bisogna necessariamente ridurre le tutele dei lavoratori con contratti stabili, né è vero che l’abuso nel ricorso a tipologie contrattuali a vario titolo “a tempo determinato” è l’effetto di un eccesso di tutela (la famigerata mancanza di flessibilità in uscita) del tipico contratto a tempo indeterminato.

Le balle mediatiche propagandate ossessivamente da mesi sul tema, vengono smentite dalla letteratura scientifica, ad esempio, qui (62), in una efficacissima sintesi di Emiliano Brancaccio, si evidenzia la totale assenza di conferma al dogma della flessibilità come precondizione per la crescita dell’occupazione:
«Su tredici ricerche realizzate sugli stock, nove di esse danno risultati indeterminati, tre segnalano che la maggior flessibilità del lavoro riduce l’occupazione e aumenta la disoccupazione, e una soltanto segnala che la flessibilità riduce la disoccupazione (…). La tesi prevalente, secondo cui la flessibilità aumenterebbe i posti di lavoro, non sembra dunque trovare riscontri empirici convincenti».
La leggenda che in Italia non vi sarebbero ingenti investimenti esteri per le eccessive rigidità sul versante dei licenziamenti è smentita dall’indice EPL (Employment Protection Legislation) dell’OCSE (63) che è tanto più alto quanto più e difficile licenziare un lavoratore a tempo indeterminato e, al 2008, ci colloca al di sotto del dato medio: nell’area indicata, sono soltanto nove, cioè, i Paesi in cui si licenzia con maggiore facilità che nel nostro!

In ogni caso, se fosse vero che il ricorso a forme contrattuali precarie è il modo con cui l’impresa italiana cerca di sfuggire alla terribile gabbia dell’art. 18, nelle aziende con meno di 15 dipendenti ― laddove cioè l’art. 18 non si e mai dovuto applicare ― ci dovrebbe essere un boom di occupazione e tutta (o quasi) con contratti a tempo indeterminato. Situazione questa che è smentita dalla comune esperienza, oltre che dal dato Unioncamere che testimonia come, nel 2011, le assunzioni in Italia siano avvenute quasi esclusivamente nelle strutture imprenditoriali con 50 e più dipendenti e non nella piccola impresa.

La carenza di tutele per i circa 5 milioni di lavoratori precari italiani è un dato di fatto.

Ma è assurdo continuare a sostenere che ciò dipenda dalla propagandata figura mitologica del lavoratore iper-garantito (sia chiaro: un esempio tipico di questa figura è l’operaio che sta alla catena di montaggio) e dai suoi inaccettabili privilegi (lo vogliamo ribadire: secondo il coro mediatico propagandistico, chi si deve fare ogni santo giorno otto ore di catena di montaggio è un privilegiato, perché può essere reintegrato nel posto di lavoro a fronte di un licenziamento ingiusto).

Sarebbe interessante invece prestare ascolto a chi la vive la precarietà (64), ovvero sia a chi, da precario, insieme ad altri precari, prova a rivendicare politicamente un futuro più giusto in una società più giusta e più democratica:
«La precarietà non è la conseguenza di una generazione “privilegiata” e “garantita” che si è arricchita a danno dei propri figli. La precarietà è il frutto di scelte politiche precise di un’intera classe dirigente che con incredibile ipocrisia adesso pensa di utilizzare i giovani per giustificare l’esigenza di maggiore precarietà. La precarietà è causa della crisi, non la soluzione.
La precarietà, non solo mina la vita delle persone ma frena lo sviluppo di un Paese, dei suoi lavoratori e delle sue imprese, che scaricano la crisi sui precari senza più innovare.
È il quadro del nostro tempo. Impietoso e avvilente. Non vogliamo rimanerci imprigionati. Vogliamo uscirne in modo dirompente e svelare l’inadeguatezza delle ricette di chi il quadro lo ha disegnato scientemente».
Bisogna comprendere una buona volta, infatti, due dati di fatto innegabili:

1) che lo slogan propagandistico secondo cui “le imprese hanno bisogno di maggiore flessibilità in entrata e in uscita per competere sui mercati internazionali” significa che le imprese italiane chiedono a una classe politica ― evidentemente disposta ad assecondare, senza discutere, ogni loro pretesa ― di avere la libertà di disporre dei lavoratori come se fossero cose e non persone; il lavoratore da usare solo quando serve e da gettare via appena il mercato flette (o quando il lavoratore invecchia, diventando così meno produttivo), perché ormai non serve più, finisce con l’essere così l’unica variabile della competizione internazionale; come se la produttività di un’impresa e la sua capacità di stare sul mercato non dipendessero anche e soprattutto dalle scelte di investimento, dalle innovazioni tecnologiche e dalla qualità dei prodotti realizzati.

2) che in assenza di riforme che autorizzino la totale mercificazione (o reificazione, se si preferisce usare questo termine) del lavoratore, la precarizzazione di milioni di lavoratori non dipende necessariamente dalle forme contrattuali previste dalla normativa vigente, ma più esattamente dipende dal quotidiano abuso che se ne fa, in un quadro di illegalità diffusa: non è un caso insomma che il 61% delle imprese controllate dagli ispettori del lavoro, nel 2011, abbia fatto registrare la presenza di situazioni di irregolarità (65).

E, d’altra parte, lo stesso governo ‘certifica’ nei fatti questo stato di illegalità diffusa, quando, in sede di riforma, stigmatizza e offre (i suoi) rimedi a problemi come: quello dello stage formativo gratuito che non forma il lavoratore ma offre solo l’opportunità, alla parte datoriale, di gestire una quota del lavoro di impresa, senza dover elargire un’adeguata retribuzione; quello delle false partite IVA, dietro le quali si nasconde un rapporto di lavoro subordinato, connesso a un fenomeno di evasione contributiva; la reiterazione illimitata di contratti a tempo determinato, che nasconde un rapporto di lavoro stabile, che però non viene formalizzato come rapporto di lavoro a tempo indeterminato; e ― forse il caso più assurdo di tutti ― il contratto di associazione in partecipazione usato da alcuni negozianti per non applicare il contratto collettivo di categoria ai propri commessi (66), con la conseguenza che questi ultimi non solo hanno retribuzioni minori di quelle che spetterebbero loro in qualità di dipendenti, ma addirittura si possono trovare a dover subire le conseguenze dell’aleatorietà dell’attività imprenditoriale, in luogo di datori di lavoro, doppiamente disonesti, che provano a scaricare sui commessi gli effetti dei propri mancati guadagni.

Ma, se sulla efficacia dei rimedi governativi proposti, al momento, ovviamente, non è possibile pronunciarsi con certezza assoluta, quello che si può notare subito ― oltre al deliberato tentativo di precarizzare anche le esistenze dei lavoratori titolari di contratti a tempo indeterminato ― è la mancanza dello strumento principale per la risoluzione della questione del precariato di massa: una qualche forma di reddito minimo garantito, da condizionare logicamente anche alla disponibilità ad accettare le offerte di lavoro regolare, ogni volta che queste si presentino, in modo da scoraggiare eventuali fenomeni di parassitismo.

E va sottolineato che, come gli stessi movimenti di coordinamento dei precari sanno bene e ricordano a chi inopinatamente tende a parlare in loro nome (67), si tratta di forme di intervento pubblico perfettamente compatibili con l’ordinamento comunitario e che la stessa UE tende a promuovere.

Nello specifico è doveroso precisare che, tra i Paesi comunitari, soltanto l’Italia e la Grecia non prevedono una misura di protezione siffatta e che, per determinarne il costo, si può far riferimento ai dati europei relativi alla “Spesa per l’esclusione sociale” (68): questa, in percentuale di PIL, al 2009, registra una divaricazione in negativo dello 0,34%, per metterci in linea col dato medio (Paesi Membri EU27: 0,41% vs. Media Italia 0,07%).

Si tratterebbe di 5 o 6 miliardi di euro, insomma. Una cifra che ― come già abbiamo osservato in precedenza ― potrebbe benissimo essere messa a carico della rendita o dei grandi patrimoni, oppure anche dal recupero di risorse derivante dalla lotta all’evasione fiscale e alla corruzione o da un opportuno mix di tutte queste fonti di equo prelievo fiscale.

Tuttavia, ci pare evidente come (purtroppo) non sia affatto questa la direzione verso la quale ci si sta incamminando, essendo di dominio pubblico che il governo tecnico: non ritiene di particolare urgenza nemmeno l’approvazione della famosa normativa di recepimento della convenzione europea per la lotta alla corruzione, cui dovrà poi seguire una opportuna opera di adeguamento della normativa interna (69); mentre l’orientamento manifestato, al momento, in materia di lotta all’evasione fiscale è quello di usare le eventuali risorse aggiuntive recuperate, per ridurre la pressione fiscale (70).

Resta solo un ultimo aspetto da chiarire: quello che ci ha portato a definire la prospettiva di restaurazione aristocratica in atto ― che abbiamo cercato di descrivere sommariamente in queste pagine ― come una prospettiva costituente.

Ne avevamo già parlato, mesi fa, in relazione alla modifica dell’art. 81 della Costituzione (71). Ora, però, da più fronti (72), emergono timidi appelli (speriamo non inascoltati) all’attuale vasta maggioranza partitica che sostiene il cosiddetto governo tecnico, affinché si eviti di mettere mano alla Costituzione repubblicana, a fine legislatura e senza che alla cittadinanza venga lasciata possibilità di pronunciarsi democraticamente sulle modifiche effettuale.

Discorso questo che, chiaramente, vale per la cosiddetta introduzione in Costituzione del vincolo del pareggio di bilancio, ma non solo.

E, sul punto, ci sembrano risolutive le riflessioni di un costituzionalista del calibro di Gustavo Zagrebelski:
«Come possiamo accettare che un parlamento tanto screditato qual è quello scaturito dalla legge elettorale attuale possa mettere mano alla Costituzione? I frutti sono il prodotto dell’albero. Nessuna speranza può esserci che i frutti siano buoni se l’albero è malato. In ogni caso, LeG [Libertà e giustizia, nda] chiede, come elementare esigenza, che le eventuali riforme possano essere sottoposte al controllo del corpo elettorale in un referendum di particolare significato: come difesa d’una democrazia aperta contro i possibili tentativi d’ulteriore involuzione autoreferenziale dell’attuale sistema politico».
Parole inequivocabili. Che davvero non necessitano di ulteriore commento.

Giuseppe D'Elia


«È vero che, formalmente, 
il parlamentarismo deve servire ad esprimere 
nell'organizzazione statale 
gli interessi di tutta la società. 
Ma d'altro lato 
esso è un'espressione soltanto della società capitalistica, 
cioè di una società 
nella quale sono preponderanti 
gli interessi capitalistici. 
Le istituzioni formalmente democratiche 
diventano con ciò sostanzialmente 
strumenti degli interessi della classe dominante. 
E questo si palesa in modo evidente 
nel fatto che, 
non appena la democrazia 
tende a smentire il suo carattere classista 
ed a trasformarsi 
in uno strumento dei reali interessi del popolo, 
le stesse forme democratiche 
vengono sacrificate 
dalla borghesia 
e dalla sua rappresentanza statale».
___________________________________________________

(43 )http://www.repubblica.it/politica/2012/03/18/news/scalfari_18_marzo-31746256/

(44) http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120320/manip2pg/01/manip2pz/319814/

(45)http://www.repubblica.it/politica/2012/03/04/news/una_strana_giovent_che_odia_la_velocit-30907056/?ref=HRER1-1

(46) http://it.wikipedia.org/wiki/Uranio#Produzione_e_distribuzione

(47) http://www.fusione.enea.it/PROJECTS/iter/index.html.it

(48) http://friendfeed.com/seideegiapulp/3122157a/tav-val-di-susa-docenti-e-ricercatori-chiedono

(49) http://www.sitavtorino.net/?p=503

(50) http://friendfeed.com/seideegiapulp/fe894de0/fortunato-e-quel-paese-che-ha-una-stampa-fa

(51) http://www.governo.it/Presidenza/Comunicati/dettaglio.asp?d=67284

(52) http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/03/21/lerba-cattiva-e-la-memoria-fragile/

(53) http://ilcorsaro.info/palazzo/388-il-governo-vara-l-iter-della-riforma-fornero-il-testo?utm_source=twitterfeed&utm_medium=facebook

(54) http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/03/23/giorgio-cremaschi-perche-cancellano-larticolo-18/

(55) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-03-23/lavoratori-sono-merce-083342.shtml?uuid=AbybfmCF

(56) http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2012/03/23/AP7Jfe9B-parlamento_cambi_chiuda.shtml#axzz1ns9qQQCM

(57) http://www.cislscuola.it/content/20120322-una-riforma-credibile-modificare-la-norma-sui-licenziamenti-economici?quicktabs_menu_cosa_chi=1

(58) http://www.altalex.com/index.php?idnot=39728

(59) http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Caso-Melfi-i-giudici-Fiat-licenzio-i-tre-operai-per-liberarsi-di-sindacalisti_313124473991.html

(60) http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2012-01-01/tutte-novita-riforma-pensioni-161914.shtml?uuid=AamukrZE

(61) http://www.rainews24.rai.it/it/video.php?id=27097

(62) http://www.emilianobrancaccio.it/2012/02/03/la-maggiore-precarieta-non-riduce-la-disoccupazione/

(63) http://keynesblog.com/2012/02/25/locse-politica-contro-locse-dei-dati/

(64) http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/252-non-ce-la-beviamo-il-19-marzo-in-piazza-contro-la-precarieta.html

(65) http://www.lettera43.it/attualita/44470/lavoro-nero-irregolarita-al-61-nel-2011.htm

(66) http://friendfeed.com/seideegiapulp/e0f29aff/associati-in-partecipazione-per-fare-i

(67) http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/238-reddito-minimo-dinserimento.html

(68) http://friendfeed.com/seideegiapulp/ae2e4686/serviziopubblico-redditominimogarantito

(69) http://www.ipsoa.it/cnf/documenti/1073391.asp?linkparam=1

(70) http://www.studioconsulenzaromano.net/news-online/grillimeno-tasse-con-recupero-evasione/21711/

(71) http://seideegiapulp.blogspot.it/2011/12/la-crisi-economica-come-pretesto-per.html

(72) http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2012/3/4/20281-art-81-costituzione-ferrero-prc-federazione-della-sinistra/

(73) http://www.libertaegiustizia.it/2012/02/23/dipende-da-noi-dissociarsi-per-riconciliarci/