lunedì 14 maggio 2012

CHI HA PAURA DEL CAMBIAMENTO?

Dal blog di Grillo, alla politica attiva:
un movimento che si radica nelle istituzioni, 
mentre i media mainstream 
continuano a demonizzarlo
 
Non c’è bisogno di aspettare l’esito dei ballottaggi, per individuare le tre principali linee di tendenza che emergono dalla recente tornata elettorale. Elezioni amministrative, legate dunque chiaramente alle dinamiche territoriali dei singoli comuni in cui si votava, ma con tre indicazioni di massima, di carattere nazionale, ben precise.

In primo luogo, si registra un significativo incremento dell’astensione: il numero dei votanti, infatti, cala dal 74% circa delle precedenti comunali, al 67% scarso di questo primo turno (1).

In secondo luogo, si registra un netto arretramento dei partiti di Berlusconi e Bossi, la cui leadership è, già da qualche tempo, in lento declino, a causa degli scandali per vicende di sesso e corruzione, il cui impatto mediatico, evidentemente, sopravanza e precede gli esiti giudiziari delle stesse.

Infine, di questa vera e propria emorragia di consensi non se ne giova tanto l’opposizione tradizionale (PD, IDV e sinistre varie), né quella che sarebbe dovuta convergere nel cosiddetto Terzo Polo (UdC e FLI, soprattutto), ma in larga misura se n’è avvantaggiato il Movimento 5 Stelle, la creatura politica nata dal blog di Beppe Grillo e ormai palesemente in grado di confrontarsi seriamente con le altre forze partitiche.

Di questa sintesi, un riscontro più analitico, lo si può avere, leggendo i risultati elaborati dall’Istituto Cattaneo di Bologna, in proposito (2).

In particolare, qui, ci interessa approfondire meglio la terza questione, che, poi, in un certo senso, riassume anche le prime due.
«Della pesante sconfitta leghista ha approfittato il movimento Cinque stelle: Grillo ha presentato liste in 101 Comuni, conquistando quasi 200.000 voti, che rappresentano poco meno del 9% dei voti validi (per la precisione, l’8,74%). Il successo di Grillo è molto legato alle regioni settentrionali, quelle dove la Lega Nord andava forte. Al Nord il Movimento ha ottenuto un risultato medio pari al 10,75%, mentre al Sud si ferma al 3,6%. (…) Emblematico il caso di Parma, dove, osservano i ricercatori dell’Istituto Cattaneo, il 38,5% di coloro che avevano votato Lega nord nel 2010 hanno scelto di votare il candidato Pizzarotti del Movimento 5 Stelle».
A noi, in verità, proprio l’esempio di Parma, già a spoglio in corso (3), dava la sensazione netta che il grosso dei voti del candidato sindaco targato M5S provenisse dall’intero blocco sociale del vecchio centrodestra.

Del resto, il raffronto col dato delle precedenti comunali (4) ci sembra appunto confermare che, essendo sostanzialmente immutato il dato elettorale del centrosinistra (5), il grosso dei voti dispersi del vecchio sindaco (ossia, dei voti non confermati alle liste del centrodestra) si è diviso tra quel 10% di incremento dell’astensione e il successo netto di Pizzarotti, che appunto correrà per la poltrona di sindaco, sfidando al ballottaggio Bernazzoli, il candidato forte del centrosinistra.

Se questa tendenza si confermasse anche nell’immediato futuro, emergerebbe con forza una delle più evidenti contraddizioni di questo movimento politico che, pur presentando un programma fondamentalmente progressista (6), nel suo proporsi come soggetto portatore di “idee” e non di «ideologie di sinistra o di destra», finisce poi con l’attrarre a sé proprio quella parte di elettorato di destra che più si riconosce in quel qualunquismo rancoroso e anti-politico, che ha fatto sì che Wu-Ming1 scegliesse addirittura di usare il termine “criptofascismo”, per descrivere il grillismo (7).

Due i punti nodali, di questa lunga riflessione che, a nostro avviso, comunque andrebbe letta: 1) «Beppe Grillo è proprietario unico del logo e del nome «Movimento 5 Stelle», ed è lui a decidere insindacabilmente chi possa usarlo»; 2) «è la tematica dell’immigrazione quella in cui il discorso grillino si fa più decifrabile e lascia trasparire l’animus fascistoide».

Il secondo punto, purtroppo, ci sembra decisamente meno controverso del primo.

Quando Grillo si scaglia contro gli zingari e i rumeni (8) non fa ridere. Per nulla. E meno che mai fa riflettere:
«la Romania è in Europa. Ma cosa vuol dire Europa? Migrazioni selvagge di persone senza lavoro da un Paese all’altro? Senza la conoscenza della lingua, senza possibilità di accoglienza? Ricevo ogni giorno centinaia di lettere sui rom.
È un vulcano, una bomba a tempo. Va disinnescata. Si poteva fare una moratoria per la Romania, è stata applicata in altri Paesi europei. Si poteva fare un serio controllo degli ingressi. Ma non è stato fatto nulla.
Un governo che non garantisce la sicurezza dei suoi cittadini a cosa serve, cosa governa? Chi paga per questa insicurezza sono i più deboli, gli anziani, chi vive nelle periferie, nelle case popolari.
Una volta i confini della Patria erano sacri, i politici li hanno sconsacrati».
E che questo post del 2007 non costituisca una sgradevole eccezione, ma rappresenti invece un ben chiaro modo di vedere le cose, ce lo confermano queste poche righe (9), assai più recenti:
«La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall’altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della “liberalizzazione” delle nascite».
Lo sciocco svilimento di una campagna per garantire la cittadinanza italiana agli stranieri nati in Italia (10), ottenuto banalizzando la civilissima proposta di abbandonare l’idea che la nazionalità sia principalmente un fatto di sangue (più o meno puro?), che si trasmette di generazione in generazione. L’idea di ricollegare la cittadinanza alla residenza, al nascere e al vivere nel Paese, a essere parte della sua cultura, insomma, per Grillo, non ha senso. Se due stranieri mettono al mondo un loro figlio in Italia, ciò non basta a far sì che questa persona possa dirsi italiana. Ovviamente, Grillo qui si guarda bene dal precisare che la campagna nasce per tutelare migliaia di ragazze e ragazzi, nati in Italia da genitori stranieri, ma cresciuti, imparando la nostra lingua, studiando da noi, e facendo insomma tutto ciò che normalmente ti rende partecipe di una comunità nazionale. Mettere una firma per sostenere questa battaglia di civiltà, a quanto pare, distrae dai veri problemi del Paese. L’idea che questi nuovi cittadini, magari, potrebbero aiutarci a creare un paese migliore non è da prendere minimamente in considerazione.

Tuttavia, se è vero che le posizioni di Grillo in fatto di immigrazione risultano palesemente xenofobe, come abbiamo appena constatato, resta invece tutto da dimostrare il punto 1, precedentemente citato: che la proprietà del simbolo del M5S definisca necessariamente il rapporto tra Grillo e il movimento in termini di subordinazione.

Segnalavamo prima come il programma di questo movimento proponga contenuti sostanzialmente progressisti.

Vediamone più in dettaglio, qualche esempio (11): democrazia partecipativa («realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità dei cittadini il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi»); economia («Favorire le produzioni locali – Sostenere le società no profit – Sussidio di disoccupazione garantito – Disincentivi alle aziende che generano un danno sociale»); istruzione pubblica («Risorse finanziarie dello Stato erogate solo alla scuola pubblica – Abolizione della legge Gelmini – Diffusione obbligatoria di Internet nelle scuole con l’accesso per gli studenti – Graduale abolizione dei libri di scuola stampati, e quindi la loro gratuità, con l’accessibilità via Internet in formato digitale – Insegnamento obbligatorio della lingua inglese dall’asilo»); salute («Garantire l’accesso alle prestazioni essenziali del Servizio Sanitario Nazionale universale e gratuito»), energia («La prima cosa da fare è accrescere l’efficienza e ridurre gli sprechi delle centrali esistenti, accrescendo al contempo l’efficienza con cui l’energia prodotta viene utilizzata dalle utenze») trasporti («Disincentivo dell’uso dei mezzi privati motorizzati nelle aree urbane – Sviluppo di reti di piste ciclabili protette estese a tutta l’area urbana ed extra urbana – Potenziamento dei mezzi pubblici a uso collettivo e dei mezzi pubblici a uso individuale (car sharing) con motori elettrici alimentati da reti – Blocco immediato del Ponte sullo Stretto – Blocco immediato della Tav in Val di Susa – Proibizione di costruzione di nuovi parcheggi nelle aree urbane – Sviluppo delle tratte ferroviarie legate al pendolarismo»); informazione e telecomunicazioni («Un solo canale televisivo pubblico, senza pubblicità, informativo e culturale, indipendente dai partiti – Abolizione della legge Gasparri – Copertura completa dell’ADSL a livello di territorio nazionale – Statalizzazione della dorsale telefonica, con il suo riacquisto a prezzo di costo da Telecom Italia, e l’impegno da parte dello Stato di fornire gli stessi servizi a prezzi competitivi ad ogni operatore telefonico – Introduzione dei ripetitori Wimax per l’accesso mobile e diffuso alla Rete – Eliminazione del canone telefonico per l’allacciamento alla rete fissa»).

Molti di questi contenuti sono tipicamente “di sinistra”. E sebbene esistano anche aspetti più controversi (a sinistra non sarebbe particolarmente apprezzata, per esempio, né l’idea di abolire il valore legale dei titoli di studio, né quella di cancellare completamente i finanziamenti pubblici alla stampa libera), il punto realmente innovativo è chiaramente quello che tende a superare il rapporto tra rappresentanti e rappresentati, promuovendo e valorizzando la partecipazione di tutta la cittadinanza alla vita della polis.

Non solo si tratta di un tema particolarmente sentito in tutta quella vasta galassia di piccoli soggetti politici che stanno provando a ricostruire più apertamente “da sinistra” ― si pensi ad ALBA, ossia l’Alleanza per Lavoro, Benicomuni e Ambiente (12), per fare un esempio emblematico ― una politica a misura d’uomo, ma è anche e soprattutto in questa prassi partecipativa che, bene o male, si risolverà il contrasto tra il proprietario del simbolo e il movimento di cittadini.

Se, infatti, il Movimento 5 Stelle vuole essere davvero un soggetto collettivo in cui le pratiche democratiche sono la regola aurea, da declinare non più nei termini di mera scelta di rappresentanti a cui delegare il compito di provvedere ad attuare le istanze dei rappresentati, è ovvio che tutto ciò che pensa e sostiene Beppe Grillo non dovrebbe essere nulla di più che l’opinione di uno dei tanti soggetti di questo movimento politico.

Che Grillo non sia un leader politico in senso tradizionale è innegabile, così come sarebbe improprio definirlo come una sorta di ideologo del movimento nato dal suo blog.

Più di un attivista, in effetti, quando si tocca l’argomento delicato del rapporto Grillo/M5S, evidenzia la persistenza di un doppio cordone ombelicale: quello della gratitudine verso la persona che ha fatto sì che questa avventura politica potesse nascere e crescere vigorosa; quello della visibilità mediatica che la figura di Grillo garantisce al movimento, fuori da internet e dai contatti diretti sul territorio.

Ma, per quanto forti possono essere questi legami, delle due l’una: o il movimento è in grado di scegliere democraticamente di non fare tutto quello che Grillo pensa che sia giusto fare (e/o di fare eventualmente anche tutto quello che Grillo invece non ritenesse opportuno) o non può. E se non può ― che sia in virtù della questione della proprietà del simbolo o solo per il carisma col quale il comico genovese sarebbe in grado di condizionare sempre la maggioranza dei cittadini che portano avanti questo progetto politico ― allora il M5S non è né libero, né autonomo, né democratico, perché l’essenza di una vera democrazia è la possibilità di scelta. Meglio ancora: se in una comunità non c’è possibilità di scegliere, ma ci deve necessariamente conformare alla volontà di un determinato individuo, per quanto nobile e autorevole, ebbene: in quella comunità politica non c’è democrazia.

Anche per questo, se il movimento vuole camminare con le sue gambe farebbe meglio a recidere i cordoni ombelicali col comico chioccia; senza che questo significhi automaticamente rinnegare tutto ciò che Grillo ha rappresentato per loro in questi anni.

E se definire una volta per tutte la questione della proprietà del simbolo, costruendo anche formalmente l’autonomia del movimento, renderebbe storia antica e superata ogni polemica sugli ordini impartiti dal capo, come nella recente questione del non partecipare ai dibattiti politici televisivi (13), anche la visibilità che Grillo garantisce al movimento nei media mainstream si sta rivelando sempre più spesso un’arma a doppio taglio.

Persino all’osservatore più distratto, infatti, non sarà sfuggito come, soprattutto in TV, Grillo e il ‘suo’ movimento, ultimamente, non vengano più trattati come una sorta di nota folkloristica, a margine della politica ufficiale. Ora, le ‘sparate’ di Grillo, sovente, vengono utilizzate per provare a depotenziare l’attrattiva di un soggetto politico in crescita, che fa tanto più paura a chi ha interesse a che nulla cambi in questo Paese, quanto più il soggetto appare forte ed estraneo al sistema di potere precostituito.

Qui va detto subito che la sfacciataggine e l’ipocrisia di una comunicazione tutta improntata all’oggi, fanno sì che a dare del nazifascista a Grillo possano essere gli stessi personaggi (14) che negli ultimi venti anni hanno contribuito, muovendo le leve del potere politico e mediatico, a quel tentativo (riuscito solo in parte) di trasformare la costituzione antifascista in anticomunismo viscerale, provando addirittura a riscrivere la storia di questo Paese, rappresentando come deprecabili episodi singoli (15), gli effetti della dittatura fascista e di un conflitto bellico di dimensioni planetarie. E, d’altra parte, l’incentrare questo tipo di lettura critica non tanto sulla violenza verbale delle invettive ad personam del comico genovese, quanto, piuttosto, sulla xenofobia di certi suoi testi ― come qui abbiamo già ampiamente sottolineato ― comporterebbe poi la necessità di fare i conti coi CIE (16) e i respingimenti di massa (17), giusto per voler stare strettamente al tema e senza andare a riaprire anche le ferite di Genova 2001 (18) e le troppe coperture di comportamenti fascisti nelle istituzioni.

Ma al di là della evidente strumentalità di molti degli attacchi mediatici che sono stati rivolti a Grillo, da quando si è diffusa la notizia che il movimento cominciava a raccogliere cifre interessanti nei sondaggi (19), non si può negare che, con la storia della mafia che «non ha mai strangolato il proprio cliente» (20), il comico ha fatto un clamoroso doppio errore di comunicazione.

In un momento in cui si capiva benissimo che i grandi media lo stessero un po’ aspettando al varco, per sferrare una sorta di attacco concentrico, Grillo ha scelto di fare una provocazione concettuale, che, anche se formulata alla perfezione, sarebbe stata comunque facilmente strumentalizzabile, per la delicatezza del tema trattato. E già questo, in campagna elettorale, è un errore politico da dilettanti.

Ma ancor più grave è stata l’incapacità di sviluppare logicamente la provocazione che si voleva proporre. Grillo, infatti, non ha detto che siamo in presenza di uno Stato che, di fronte a una grave crisi economica, invece di chiedere sacrifici a chi non ha mai versato il proprio contribuito o di domandare, tra quelli che lo versano, soprattutto ai più facoltosi, sceglie di pretendere tanto dai tanti che già hanno risorse economiche molto scarse, rischiando, così, metaforicamente, di strangolarli. Non ha detto questo e non ha aggiunto a ciò la battuta, tanto iperbolica, quanto rischiosa, sullo Stato che, così facendo, si comporta anche peggio della mafia, che ti uccide soltanto se non paghi il pizzo e non quando lo paghi. Niente di tutto questo: ha scelto semplicemente malissimo le parole, improvvisate o preparate che fossero.

Per tutte queste ragioni, sarebbe dunque interesse primario del Movimento 5 Stelle separare nettamente gli sviluppi presenti e futuri del proprio precorso politico da ciò che direttamente si connette alla persona del suo mentore. A meno che non vogliano disinteressarsi totalmente della rappresentazione mediatica del loro operare, infatti, fintanto che resterà valida l’equazione Grillo = M5S, ogni attacco alla persona di Grillo imporrà loro di sottrarre tempo alla realizzazione della progettualità politica, per dedicarlo a parare gli attacchi mediatici, tanto più intensi, quanto più i sondaggi pronosticheranno un possibile successo della loro proposta politica.

Da ultimo, vorremmo provare a chiarire brevemente perché abbiamo sostenuto che il successo elettorale del Movimento nato dal blog di Grillo, rispetto alle tre linee di tendenza nazionale, che sono emerse dopo queste comunali, aveva aspetto prevalente e riassumeva, in un certo senso, anche le altre due.

Se c’è un dato politico certo, in questo momento, è che nel Paese esiste una forte domanda di cambiamento.

Crollano quelli che avevano vinto nettamente le politiche del 2008, si sfalda quello che noi abbiamo spesso definito come un progetto eterodiretto di bipartitismo coatto, il principale partito dell’opposizione (e ora di tutto il Paese che ancora va a votare), nel persistente inseguimento della sua chimera centrista, ugualmente perde elettori, anche se in percentuale la cosa si nota di meno, a causa dell’incremento dell’astensionismo, e la multiforme sinistra extraparlamentare non riesce a riproporre a livello nazionale quei percorsi unitari che in ambito locale sono risultati spesso vincenti, anche sfidando apertamente i due sedicenti grandi partiti dell’aborto bipartitico e le occasionali forze centriste.

Tendenze consolidate in diverse tornate elettorali, di cui questa ultima costituisce solo un’ulteriore conferma.

In questo quadro, il successo elettorale di un nuovo movimento politico che, nel breve periodo, riesce a trarre forza da tutte le contraddizioni fin qui rilevate, a nostro avviso, dimostra soprattutto come questo successo sia sintomo di una diffusa insoddisfazione verso una classe politica che non è più credibile.

Sulle ragioni di questo deficit di credibilità abbiamo già scritto in passato e ancora scriveremo, ma ora ci sembra innegabile che, per una fetta considerevole della popolazione italiana (un terzo dei votanti), l’insoddisfazione per la classe politica è tale da far sì che il “non voto” rappresenti, di fatto, il primo partito. Ma ancora più interessante è il dato che mette in crisi il dogma propagandato per quasi tutta la cosiddetta seconda Repubblica: la democrazia dell’alternanza, fondata su due opzioni politiche che non possono differenziarsi più di tanto, perché le elezioni si vincono sempre al centro, in base a come si orientano di volta in volta quelle fantomatiche masse di elettori moderati, che, però, evidentemente in Italia non esistono. Non esistono, perché, anche stavolta, non c’è spostamento di masse di elettori da destra a sinistra (o viceversa): ragionando sui grandi numeri, infatti, l’elettore deluso dal proprio schieramento politico di riferimento o si astiene o punta su una proposta politica radicalmente nuova.

Ed è proprio questo, in ultima analisi, il motivo per cui Grillo (e per transitività il M5S) diventa oggetto di attacchi mediatici concentrici: il successo di una proposta di radicale cambiamento rischia di spezzare definitivamente il sacro dogma della conservazione, offrendo un’alternativa concreta all’astensione, a tutti quei cittadini italiani che non sono più disposti a legittimare col proprio voto questa immutabile conservazione.

Cittadini insoddisfatti, che diventano sempre di più.

Una lezione politica che ― piaccia o meno ― quelle forze che davvero hanno intenzione di provare a cambiare questo Paese dovranno tener nel dovuto conto, presto o tardi.

Giuseppe D'Elia

 per L'Indiependente.it 
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(1) http://comunali.interno.it/votanti/votanti120506/Cvotanti.htm

(2) http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=164945

(3) http://friendfeed.com/seideegiapulp/1331be83/in-un-piccolo-comune-leghista-e-berlusconiano

(4) http://comunali.interno.it/comunali/amm120506/retro/C0560270.htm

(5) http://comunali.interno.it/comunali/amm120506/C0560270.htm

(6) http://www.beppegrillo.it/movimento/2010/08/istruzione.html

(7) http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=6524#

(8) http://www.beppegrillo.it/2007/10/i_confini_scons/index.html

(9) http://www.beppegrillo.it/2012/01/la_cittadinanza.html

(10) http://www.litaliasonoanchio.it/index.php?id=521

(11) http://www.beppegrillo.it/iniziative/movimentocinquestelle/Programma-Movimento-5-Stelle.pdf

(12) http://www.soggettopoliticonuovo.it/scegliamo-il-nome/

(13) http://www.beppegrillo.it/2012/05/i_talk_show.html

(14) http://affaritaliani.libero.it/politica/crosetto-grillo-usa-toni-fascisti270412.html?refresh_ce

(15) http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/antifa/cazzinostri.htm

(16) http://giualsud.it/interventi/i-cie-in-italia-dove-la-tortura-e-legalizzata/

(17) http://friendfeed.com/seideegiapulp/15b6367a/presadiretta-mare-chiuso-documentario-di

(18) http://mementotnemem.blogspot.it/2012/03/genova-le-lacrime-di-luglio-dieci-anni.html

(19) http://www.corriere.it/politica/12_aprile_15/bersani-antipolitica_a6aa68dc-86eb-11e1-9381-31bd76a34bd1.shtml

(20) http://www.youtube.com/watch?v=bkewHuB6J-I&t=0m42s

martedì 3 aprile 2012

GOVERNO TECNICO E MESSA TRA PARENTESI DI BERLUSCONI: COSTITUENTE ARISTOCRATICA VS. DEMOCRAZIA POPOLARE/ 3

(segue) Prima di entrare nel merito del magma vivo e incandescente del terzo capitolo di intervento del governo, quello in materia di diritti dei lavoratori, è necessario offrire al lettore qualche ulteriore indizio a suffragio della nostra tesi di fondo.

Ancora una volta, è dalla illustre penna di Eugenio Scalfari che possiamo ricavare significativi elementi di giudizio sul come e sul perché si possa passare dall’anti-berlusconismo militante, alla messa tra parentesi di Berlusconi e alle cosiddette politiche unitarie, garantite dall’autorità suprema di Mario Monti.

Giusto pochi giorni fa, col suo sprezzante e banale tentativo di irridere tutto ciò che ‘osa’ muoversi fuori dal recinto della politica dei partiti sedicenti responsabili (43), Scalfari ha individuato chiaramente il Nemico, tentando curiosamente di emulare un modo di fare giornalismo, tipico della stampa berlusconiana (e di quello di proprietà della famiglia Berlusconi, in particolar modo).

Sulla questione ci sembrano molto incisive e dirimenti le righe conclusive del testo collettivo (44) scritto in risposta a questo singolare modo di argomentare, da Alberto Lucarelli, Maria Rosaria Marella, Ugo Mattei e Luca Nivarra.

Righe che illustrano molto bene la divaricazione politica che si sta realizzando in questo Paese, tra spinte oligarchiche ed esigenze di partecipazione democratica:
«Si è sviluppata una spinta alla rivendicazione dei beni comuni (…) il cui filo unitario è costituito, per un verso, da un netto rifiuto della prospettiva di una integrale mercificazione del mondo e, per altro verso, da una intensa domanda di partecipazione democratica, sin qui mortificata dal micidiale combinato disposto di deriva oligarchica dei partiti e di deriva tecnocratica delle istituzioni.
(…) Più democrazia, meno mercato; più partecipazione e più valore d’uso, meno delega e meno valore di scambio: questo, in sintesi, il mondo dei beni comuni che, per dirla con Rodotà, propone un’altra politica capace di sconfiggere l’antipolitica. Si può dissentire: ma quando il dissenso assume le forme della caricatura e dell’aperto dileggio, vuol dire che quelle parole d’ordine cominciano a suscitare inquietudine in quel grande partito trasversale, a cui Repubblica dà voce, per il quale viceversa la parola d’ordine è: non disturbate il manovratore.
Un’ultima notazione. Proprio all’inizio del suo articolo Scalfari, inopinatamente imbossito, si avvale dell’elegante metafora del «dito medio» per descrivere quell’atteggiamento di ostilità a tutte le divinità in cui egli crede. Non possiamo non ricordare al nostro autorevolissimo interlocutore che, nella storia recente dei beni comuni, l’unico «dito medio» (sempre metaforicamente parlando) è quello che governo, Parlamento e Presidenza della Repubblica continuano ad alzare nei confronti del popolo sovrano dopo aver reintrodotto la disciplina dei servizi pubblici locali abrogata dai referendum (…)».
In precedenza, sempre nel solito editoriale domenicale (45), Scalfari ci aveva invece indicato il Bene Assoluto, in vista della prossima tornata elettorale nazionale:
«Il Pd e il Centro possono allearsi per una legislatura costituente. Possono chiedere a Monti di presiedere il governo. Monti risponderà come crede, ma ove la risposta fosse positiva penso che il Parlamento riunito per eleggere il presidente della Repubblica dovrebbe votare per un nuovo settennato di Giorgio Napolitano. Lui e Monti ci stanno portando fuori dal tunnel. Se il lavoro si deve compiere nessuno meglio di quel tandem può farlo. Napolitano ― lo conosco bene ― dirà risolutamente di no, ma se il nuovo Parlamento decidesse in quel senso penso che dovrebbe arrendersi alla volontà dei rappresentanti del popolo sovrano».
Ora, non si capisce bene se Scalfari, nel far riferimento a «un Centro ovviamente rinforzato dall’implosione del Pdl», stia invitando il PD a stringere un’alleanza programmatica coi partiti di Casini e Fini o se creda che l’UdC di Casini sia l’unico interlocutore da privilegiare, in quanto partito in grado di attrarre a sé ampie fasce del vecchio elettorato berlusconiano, ma si capisce benissimo cosa è essenziale per il fondatore di quello che ― piaccia o meno ― resta, ancora oggi, un quotidiano di riferimento per larga parte dell’elettorato di centrosinistra: per Scalfari, quello che davvero conta è l’emarginazione di ogni istanza politica che voglia ostacolare in qualunque modo la supremazia valoriale dei mercati, che la politica, invece, a quanto pare, non può e non deve far altro che assecondare.

Non è un caso, infatti, che, in entrambi gli articoli citati, Scalfari si scagli apertamente non solo contro il movimento nazionale nato a supporto della lotta per avere chiarezza sul progetto della linea Tav valsusina, ma addirittura anche contro l’istituto referendario.

Va detto, in proposito, che se le elezioni amministrative dell’anno scorso, col trionfo di Pisapia a Milano e ancor di più con quello di De Magistris a Napoli, hanno rappresentato un primo campanello d’allarme per la tenuta del progetto moderato di un bipartitismo della falsa alternanza, i 27 milioni di sì ai referendum dello scorso giugno sono l’elemento che, forse, più di tutti ha favorito l’affermarsi di un consenso trasversale sulla prospettiva di avviare una stagione di politiche di unità nazionale, all’insegna di una auto-dichiarato senso di responsabilità, che ― come abbiamo visto ― va ben al di là delle contingenze emergenziali di breve periodo (per quanto artatamente amplificate).

Ma l’aspetto che più direttamente interessa il prosieguo del nostro discorso, qui, è quello relativo all’atteggiamento preponderante assunto dai media mainstream nel trattare le questioni citate. Chiariamo subito: ciò che accomuna i referendum di giugno alla questione della Tav valsusina è appunto la modalità comunicativa prevalente che si viene a riprodurre in maniera ossessiva nel discorso mediatico. Coro mediatico e retorica argomentativa. Voci consonanti su (quasi) tutti i media per mesi, sofismi su sofismi, terrorismo psicologico, esempi emozionali tanto efficaci nel solleticare gli istinti, quanto slegati dalla realtà del caso di specie, etc. etc.

Tecniche comunicative, queste, sulle quali il berlusconismo ha costruito le proprie fortune elettorali. Tecniche comunicative che diventano doppiamente pericolose quando il coro mediatico riduce ulteriormente le voci dissonanti e lo spazio a queste concesso. Vale la pena di ricordare, infatti, che il carattere della comunicazione di massa che smette di informare per fare mera propaganda non si fonda sulla scomparsa assoluta del pensiero non omologato, ma sulla marginalizzazione e sulla mistificazione di ogni pensiero non allineato, oltre che sulla tendenza alla menzogna ripetuta incessantemente per creare una parvenza di verità.

Tutti dovremmo ricordare quante volte, nel corso della campagna referendaria dell’anno scorso, i sostenitori del nucleare da fissione hanno utilizzato l’argomento della dipendenza energetica dell’Italia da fonti di approvvigionamento estero. Argomento falsissimo e stupido, non essendo il nostro Paese un produttore di uranio. Eppure ― sebbene per la verifica dell’inattendibilità di questa informazione sarebbe bastato anche solo un rapido controllo su Wikipedia (46) ― la menzogna è stata ripetuta ossessivamente, non solo dai comitati pro-nuke, ma anche da giornalisti dimentichi delle più basilari regole di deontologia professionale. E non è da escludere che senza la fatalità del concomitante disastro nucleare giapponese, il ruolo dell’informazione indipendente e la campagna capillare dei comitati promotori dei referendum non sarebbero bastati a far percepire l’assurdità di questi argomenti e, complessivamente, di un investimento economico che puntava all’utilizzo pluriennale di una tecnologia che risultava già obsoleta ― basti pensare al progetto sperimentale, ormai in via di realizzazione (47), di una centrale nucleare a fusione, per intenderci ― al momento in cui si andavano ad avviare i programmi di costruzione delle nuove centrali.

Anche la linea Tav valsusina, ultimamente, è stata oggetto dello stesso trattamento: l’opera rappresenta la modernità e chi non la vuole è un retrogrado; la sua realizzazione comporta solo innegabili benefici; gli oppositori, in ultima analisi, sono egoisti e violenti. Questo in sintesi brutale, il coro mediatico che ha occultato le vere ragioni della protesta (48), fondate appunto sull’assenza di una convincente analisi del rapporto tra i costi e i benefici dell’opera e sul rischio di destinare ingenti risorse ― l’opera infatti non è affatto pagata interamente coi fondi UE e le stime più ottimistiche alludono, tutt’al più, a una copertura del 40% dei costi di realizzazione (49) ― a un progetto non particolarmente vantaggioso per la collettività, a fronte dei sostanziosi tagli alla spesa pubblica di cui abbiamo già dato ampio conto in precedenza. Soprattutto non è vero che nessuno al mondo avanza dubbi sul valore assolutamente positivo delle linee ferroviarie ad alta velocità, come è testimoniato da questo articolo dell’Economist (50) che, in particolare, mette l’accento sul costo elevato del servizio offerto e sulla sostanziale sparizione delle tratte intermedie, conseguente alla necessità di avere pochissime fermate, in modo da ridurre ulteriormente la durata totale del tragitto tra la stazione di partenza e quella di arrivo.

E il coro mediatico propagandistico è stato il protagonista assoluto, anche nella vicenda che ha interessato e che ancora sta interessando la terza fase dell’attività del governo tecnico: quella inerente alla cosiddetta riforma del mercato del lavoro.

Un disegno di legge che il consiglio dei ministri ha approvato in data 23 marzo 2012 (51). Esattamente dieci anni dopo la storica (e partecipatissima) manifestazione del Circo Massimo in difesa dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori: quella norma che il sedicente governo tecnico ha deliberatamente deciso di manomettere, portando a compimento il disegno del secondo governo Berlusconi, e dunque meritandosi a pieno l’etichetta tranchant di “Licenzia Italia” che Alessandro Gilioli (52) ha prontamente affibbiato al progetto governativo, quando è stato reso pubblico, due giorni prima che venisse, poi, formalizzato come testo di indirizzo normativo.

Un testo che, nel suo punto più controverso, prevede esattamente questo (53):
«Per i licenziamenti oggettivi o economici, ove accerti l’inesistenza del giustificato motivo oggettivo addotto, il giudice dichiara risolto il rapporto di lavoro disponendo il pagamento, in favore del lavoratore, di un’indennità risarcitoria onnicomprensiva, che può essere modulata dal giudice tra 15 e 27 mensilità di retribuzione, tenuto conto di vari criteri.
Al fine di evitare la possibilità di ricorrere strumentalmente a licenziamenti oggettivi o economici che dissimulino altre motivazioni, di natura discriminatoria o disciplinare, è fatta salva la facoltà del lavoratore di provare che il licenziamento è stato determinato da ragioni discriminatorie o disciplinari, nei quali casi il giudice applica la relativa tutela».
E si capisce perfettamente che, in base a questa cosiddetta riforma, ogni persona che perderà il proprio posto di lavoro per un “falso” motivo economico, rischia seriamente di rimanere senza lavoro: questo lavoratore ingiustamente licenziato, infatti, con la nuova normativa, potrebbe essere senz’altro reintegrato soltanto qualora riuscisse a dimostrare che il vero motivo del licenziamento era un motivo discriminatorio. Riuscendo invece a dimostrare che il falso licenziamento economico nascondeva in realtà un licenziamento disciplinare, spetterebbe comunque al giudice la scelta tra risarcimento del danno subito dal lavoratore ― che, poi, dovrà ugualmente trovarsi un nuovo posto di lavoro ― e suo reintegro nel posto di lavoro ingiustamente perso.

Ed è del tutto comprensibile che la CGIL si sia opposta a questa soluzione regressiva, che Giorgio Cremaschi ha stigmatizzato alla perfezione in poche righe (54):
«L’articolo 18 viene semplicemente cancellato. Infatti i licenziamenti discriminatori sono vietati già oggi da qualsiasi convenzione, legge, costituzione, italiana, europea, internazionale. Ed è uno dei tanti falsi del governo che con questo provvedimento questo divieto sia esteso sotto i quindici dipendenti. Esso c’è sempre stato, ma non ha mai agito per la semplice ragione che nessun padrone è così stupido da licenziare per esplicita discriminazione personale, ideologica, razziale.
Su tutti gli altri licenziamenti, quelli veri, salta la copertura dell’articolo 18. Naturalmente salta per chi ce l’aveva, cioè per circa 8 milioni di lavoratori dipendenti. Non un piccolo numero, quindi. Ed è ridicolo questo balletto attorno all’applicazione della nuova legge nel pubblico impiego. È ovvio che sarà così, perché tutte le amministrazioni pubbliche, in un modo o nell’altro, hanno applicato lo Statuto dei lavoratori. Quindi se questo viene cambiato ne assumono automaticamente anche le modifiche.
Ma tutto questo fa parte di quel misto di incompetenza, arroganza, sfacciataggine che oggi contraddistingue l’operato del ministro Fornero e del suo Presidente del Consiglio. L’articolo 18 è la reintegra del posto di lavoro, senza di essa il licenziamento è libero.
È utile ricordare che una legge contro la libertà di licenziamento c’era già prima dello Statuto dei lavoratori, è la legge 604 del 1966, legge che prevede il solo indennizzo in caso di licenziamento ingiusto. È stata proprio l’inefficacia di questa legge a indurre il Parlamento a introdurre quell’istituto della reintegra che il governo oggi smantella in forma brutale e truffaldina. La reintegra viene abolita del tutto per i licenziamenti cosiddetti economici. In un periodo di crisi, di ristrutturazione, di esternalizzazioni, di tagli comunque definiti, questo significa licenziare a piacimento».
Ed è dunque su quel “salvo intese” ― con cui il governo ha voluto accompagnare il rilascio al pubblico del testo di indirizzo ― che ora si giocherà, in Parlamento, una partita decisiva per la sorte di milioni di lavoratori italiani, ma ancor di più per l’assetto dei rapporti di forza nell’insopprimibile conflitto che sussiste sempre tra capitale e lavoro.

D’altra parte, è evidente la rilevanza della questione, se persino l’arcivescovo Giancarlo Bregantini, capo-commissione CEI per il Lavoro, di recente, sul punto, dapprima ha affermato (55) che «bisogna chiedersi, davanti alla questione dei licenziamenti, chiamati elegantemente, con un eufemismo, “flessibilità in uscita”, se il lavoratore è persona o merce», per poi sottolineare che, chiaramente, «il lavoratore non è una merce. Non lo si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio».

Con il che non deve affatto meravigliare se anche Bersani, a nome del PD (56), e Bonanni, a nome della CISL (57), hanno cominciato a dare segni evidenti di una volontà di modificare la parte relativa ai licenziamenti economici, equiparando il trattamento a quello ora previsto per i licenziamenti disciplinari: lasciando dunque al giudice la libertà di decidere tra reintegro del lavoratore ingiustamente licenziato nel suo posto di lavoro e risarcimento senza reintegro. Situazione che, pur costituendo un notevole passo indietro, sul piano della tutela complessiva contro il licenziamento immotivato, al momento, rappresenterebbe quantomeno una soluzione che permetterebbe di limitare i danni e di mantenere comunque, in qualche modo, ancora in piedi il meccanismo del reintegro, vera e propria colonna portante per l’efficacia dell’effetto di deterrenza dell’art. 18.

Senza modifiche, infatti, la nuova normativa produrrebbe danni considerevoli, lo ribadiamo. Con una sostanziale precarizzazione di milioni di lavoratori che, così, rimarrebbero esposti al ricatto perenne del rischio licenziamento arbitrario.

E lo vogliamo ripetere ancora una volta, essendo questo il punto decisivo della questione: stabilire per legge che una determinata tipologia di licenziamento ingiusto (qualunque essa sia) non comporta più il reintegro nel posto di lavoro, ma solo un risarcimento, significa stabilire il prezzo del licenziamento pretestuoso. Perché? Perché è tutt’altro che facile, per il lavoratore, andare poi a dimostrare in giudizio, non solo che il suo datore di lavoro ha mentito sulle ragioni addotte, ma anche che le sue reali intenzioni fossero di natura (lato sensu) discriminatoria.

In concreto, con questa norma, senz’altro, saranno direttamente a rischio i sindacalisti scomodi ― non a caso l’art. 18 è collocato nella parte che lo Statuto dei lavoratori dedica alla “libertà sindacale” (58) ― che, già oggi, patiscono la strategia da Far West della Fiat di Marchionne, come certificato proprio in questi giorni, dalle motivazione della sentenza di reintegro dei tre operai di Melfi, ingiustamente licenziati con la pretestuosa e non dimostrata accusa di boicottaggio della produzione (59).

Ma se poniamo mente al contenuto della riforma pensionistica ― non si può andare in pensione prima del compimento dei 67 anni di età, salvo maturazione di 41–42 anni di contributi e con le eccezioni specifiche per alcuni tipi di lavori particolarmente usuranti (60) ― messa in campo col famigerato decreto “Salva Italia”, ci rendiamo agevolmente conto del rischio serissimo che potrebbero presto patire i tanti lavoratori ultra-cinquantenni che ciascuna azienda deciderà di dismettere, con un licenziamento individuale, motivato con ragioni economiche puramente fittizie, avendo a questo punto la ragionevole certezza di non incorrere nel rischio di doverli reintegrare. L’azienda in sostanza può decidere di optare per il licenziamento individuale, tutte le volte in cui riterrà che il calo di produttività, dovuto all’invecchiamento del lavoratore, che non ha ancora raggiunto i 66 anni necessari per godere di un trattamento pensionistico, sia più svantaggioso del pagare il risarcimento previsto dalla nuova legge per il licenziamento ingiusto.

Inutile aggiungere che chi direttamente potrà trarre profitto da questa nuova situazione sono le compagnie assicurative che, verosimilmente, molto presto, avranno nuove quote di rischio da poter coprire, oltre a quelle delle cosiddette pensioni integrative…

Di fronte a questo quadro desolante, si fa davvero fatica a comprendere la posizione assunta in proposito dal Presidente della Repubblica: che Giorgio Napolitano, infatti, decida di dimenticarsi del suo ruolo di figura super partes per sostenere pubblicamente una riforma che, a suo dire (61), «non può essere identificata con la sola modifica dell’art. 18» è a dir poco inspiegabile!

Certo, è vero che la proposta di riforma del governo si pone anche l’obiettivo di andare a toccare alcune delle questioni che realmente affliggono quella oramai larga parte del mondo del lavoro italiano che non gode di particolari tutele, trovandosi di fatto intrappolata in percorsi di precarietà esistenziale, che sembrano spesso non avere sbocchi. Ma non è affatto vero che per dare tutele ai precari bisogna necessariamente ridurre le tutele dei lavoratori con contratti stabili, né è vero che l’abuso nel ricorso a tipologie contrattuali a vario titolo “a tempo determinato” è l’effetto di un eccesso di tutela (la famigerata mancanza di flessibilità in uscita) del tipico contratto a tempo indeterminato.

Le balle mediatiche propagandate ossessivamente da mesi sul tema, vengono smentite dalla letteratura scientifica, ad esempio, qui (62), in una efficacissima sintesi di Emiliano Brancaccio, si evidenzia la totale assenza di conferma al dogma della flessibilità come precondizione per la crescita dell’occupazione:
«Su tredici ricerche realizzate sugli stock, nove di esse danno risultati indeterminati, tre segnalano che la maggior flessibilità del lavoro riduce l’occupazione e aumenta la disoccupazione, e una soltanto segnala che la flessibilità riduce la disoccupazione (…). La tesi prevalente, secondo cui la flessibilità aumenterebbe i posti di lavoro, non sembra dunque trovare riscontri empirici convincenti».
La leggenda che in Italia non vi sarebbero ingenti investimenti esteri per le eccessive rigidità sul versante dei licenziamenti è smentita dall’indice EPL (Employment Protection Legislation) dell’OCSE (63) che è tanto più alto quanto più e difficile licenziare un lavoratore a tempo indeterminato e, al 2008, ci colloca al di sotto del dato medio: nell’area indicata, sono soltanto nove, cioè, i Paesi in cui si licenzia con maggiore facilità che nel nostro!

In ogni caso, se fosse vero che il ricorso a forme contrattuali precarie è il modo con cui l’impresa italiana cerca di sfuggire alla terribile gabbia dell’art. 18, nelle aziende con meno di 15 dipendenti ― laddove cioè l’art. 18 non si e mai dovuto applicare ― ci dovrebbe essere un boom di occupazione e tutta (o quasi) con contratti a tempo indeterminato. Situazione questa che è smentita dalla comune esperienza, oltre che dal dato Unioncamere che testimonia come, nel 2011, le assunzioni in Italia siano avvenute quasi esclusivamente nelle strutture imprenditoriali con 50 e più dipendenti e non nella piccola impresa.

La carenza di tutele per i circa 5 milioni di lavoratori precari italiani è un dato di fatto.

Ma è assurdo continuare a sostenere che ciò dipenda dalla propagandata figura mitologica del lavoratore iper-garantito (sia chiaro: un esempio tipico di questa figura è l’operaio che sta alla catena di montaggio) e dai suoi inaccettabili privilegi (lo vogliamo ribadire: secondo il coro mediatico propagandistico, chi si deve fare ogni santo giorno otto ore di catena di montaggio è un privilegiato, perché può essere reintegrato nel posto di lavoro a fronte di un licenziamento ingiusto).

Sarebbe interessante invece prestare ascolto a chi la vive la precarietà (64), ovvero sia a chi, da precario, insieme ad altri precari, prova a rivendicare politicamente un futuro più giusto in una società più giusta e più democratica:
«La precarietà non è la conseguenza di una generazione “privilegiata” e “garantita” che si è arricchita a danno dei propri figli. La precarietà è il frutto di scelte politiche precise di un’intera classe dirigente che con incredibile ipocrisia adesso pensa di utilizzare i giovani per giustificare l’esigenza di maggiore precarietà. La precarietà è causa della crisi, non la soluzione.
La precarietà, non solo mina la vita delle persone ma frena lo sviluppo di un Paese, dei suoi lavoratori e delle sue imprese, che scaricano la crisi sui precari senza più innovare.
È il quadro del nostro tempo. Impietoso e avvilente. Non vogliamo rimanerci imprigionati. Vogliamo uscirne in modo dirompente e svelare l’inadeguatezza delle ricette di chi il quadro lo ha disegnato scientemente».
Bisogna comprendere una buona volta, infatti, due dati di fatto innegabili:

1) che lo slogan propagandistico secondo cui “le imprese hanno bisogno di maggiore flessibilità in entrata e in uscita per competere sui mercati internazionali” significa che le imprese italiane chiedono a una classe politica ― evidentemente disposta ad assecondare, senza discutere, ogni loro pretesa ― di avere la libertà di disporre dei lavoratori come se fossero cose e non persone; il lavoratore da usare solo quando serve e da gettare via appena il mercato flette (o quando il lavoratore invecchia, diventando così meno produttivo), perché ormai non serve più, finisce con l’essere così l’unica variabile della competizione internazionale; come se la produttività di un’impresa e la sua capacità di stare sul mercato non dipendessero anche e soprattutto dalle scelte di investimento, dalle innovazioni tecnologiche e dalla qualità dei prodotti realizzati.

2) che in assenza di riforme che autorizzino la totale mercificazione (o reificazione, se si preferisce usare questo termine) del lavoratore, la precarizzazione di milioni di lavoratori non dipende necessariamente dalle forme contrattuali previste dalla normativa vigente, ma più esattamente dipende dal quotidiano abuso che se ne fa, in un quadro di illegalità diffusa: non è un caso insomma che il 61% delle imprese controllate dagli ispettori del lavoro, nel 2011, abbia fatto registrare la presenza di situazioni di irregolarità (65).

E, d’altra parte, lo stesso governo ‘certifica’ nei fatti questo stato di illegalità diffusa, quando, in sede di riforma, stigmatizza e offre (i suoi) rimedi a problemi come: quello dello stage formativo gratuito che non forma il lavoratore ma offre solo l’opportunità, alla parte datoriale, di gestire una quota del lavoro di impresa, senza dover elargire un’adeguata retribuzione; quello delle false partite IVA, dietro le quali si nasconde un rapporto di lavoro subordinato, connesso a un fenomeno di evasione contributiva; la reiterazione illimitata di contratti a tempo determinato, che nasconde un rapporto di lavoro stabile, che però non viene formalizzato come rapporto di lavoro a tempo indeterminato; e ― forse il caso più assurdo di tutti ― il contratto di associazione in partecipazione usato da alcuni negozianti per non applicare il contratto collettivo di categoria ai propri commessi (66), con la conseguenza che questi ultimi non solo hanno retribuzioni minori di quelle che spetterebbero loro in qualità di dipendenti, ma addirittura si possono trovare a dover subire le conseguenze dell’aleatorietà dell’attività imprenditoriale, in luogo di datori di lavoro, doppiamente disonesti, che provano a scaricare sui commessi gli effetti dei propri mancati guadagni.

Ma, se sulla efficacia dei rimedi governativi proposti, al momento, ovviamente, non è possibile pronunciarsi con certezza assoluta, quello che si può notare subito ― oltre al deliberato tentativo di precarizzare anche le esistenze dei lavoratori titolari di contratti a tempo indeterminato ― è la mancanza dello strumento principale per la risoluzione della questione del precariato di massa: una qualche forma di reddito minimo garantito, da condizionare logicamente anche alla disponibilità ad accettare le offerte di lavoro regolare, ogni volta che queste si presentino, in modo da scoraggiare eventuali fenomeni di parassitismo.

E va sottolineato che, come gli stessi movimenti di coordinamento dei precari sanno bene e ricordano a chi inopinatamente tende a parlare in loro nome (67), si tratta di forme di intervento pubblico perfettamente compatibili con l’ordinamento comunitario e che la stessa UE tende a promuovere.

Nello specifico è doveroso precisare che, tra i Paesi comunitari, soltanto l’Italia e la Grecia non prevedono una misura di protezione siffatta e che, per determinarne il costo, si può far riferimento ai dati europei relativi alla “Spesa per l’esclusione sociale” (68): questa, in percentuale di PIL, al 2009, registra una divaricazione in negativo dello 0,34%, per metterci in linea col dato medio (Paesi Membri EU27: 0,41% vs. Media Italia 0,07%).

Si tratterebbe di 5 o 6 miliardi di euro, insomma. Una cifra che ― come già abbiamo osservato in precedenza ― potrebbe benissimo essere messa a carico della rendita o dei grandi patrimoni, oppure anche dal recupero di risorse derivante dalla lotta all’evasione fiscale e alla corruzione o da un opportuno mix di tutte queste fonti di equo prelievo fiscale.

Tuttavia, ci pare evidente come (purtroppo) non sia affatto questa la direzione verso la quale ci si sta incamminando, essendo di dominio pubblico che il governo tecnico: non ritiene di particolare urgenza nemmeno l’approvazione della famosa normativa di recepimento della convenzione europea per la lotta alla corruzione, cui dovrà poi seguire una opportuna opera di adeguamento della normativa interna (69); mentre l’orientamento manifestato, al momento, in materia di lotta all’evasione fiscale è quello di usare le eventuali risorse aggiuntive recuperate, per ridurre la pressione fiscale (70).

Resta solo un ultimo aspetto da chiarire: quello che ci ha portato a definire la prospettiva di restaurazione aristocratica in atto ― che abbiamo cercato di descrivere sommariamente in queste pagine ― come una prospettiva costituente.

Ne avevamo già parlato, mesi fa, in relazione alla modifica dell’art. 81 della Costituzione (71). Ora, però, da più fronti (72), emergono timidi appelli (speriamo non inascoltati) all’attuale vasta maggioranza partitica che sostiene il cosiddetto governo tecnico, affinché si eviti di mettere mano alla Costituzione repubblicana, a fine legislatura e senza che alla cittadinanza venga lasciata possibilità di pronunciarsi democraticamente sulle modifiche effettuale.

Discorso questo che, chiaramente, vale per la cosiddetta introduzione in Costituzione del vincolo del pareggio di bilancio, ma non solo.

E, sul punto, ci sembrano risolutive le riflessioni di un costituzionalista del calibro di Gustavo Zagrebelski:
«Come possiamo accettare che un parlamento tanto screditato qual è quello scaturito dalla legge elettorale attuale possa mettere mano alla Costituzione? I frutti sono il prodotto dell’albero. Nessuna speranza può esserci che i frutti siano buoni se l’albero è malato. In ogni caso, LeG [Libertà e giustizia, nda] chiede, come elementare esigenza, che le eventuali riforme possano essere sottoposte al controllo del corpo elettorale in un referendum di particolare significato: come difesa d’una democrazia aperta contro i possibili tentativi d’ulteriore involuzione autoreferenziale dell’attuale sistema politico».
Parole inequivocabili. Che davvero non necessitano di ulteriore commento.

Giuseppe D'Elia


«È vero che, formalmente, 
il parlamentarismo deve servire ad esprimere 
nell'organizzazione statale 
gli interessi di tutta la società. 
Ma d'altro lato 
esso è un'espressione soltanto della società capitalistica, 
cioè di una società 
nella quale sono preponderanti 
gli interessi capitalistici. 
Le istituzioni formalmente democratiche 
diventano con ciò sostanzialmente 
strumenti degli interessi della classe dominante. 
E questo si palesa in modo evidente 
nel fatto che, 
non appena la democrazia 
tende a smentire il suo carattere classista 
ed a trasformarsi 
in uno strumento dei reali interessi del popolo, 
le stesse forme democratiche 
vengono sacrificate 
dalla borghesia 
e dalla sua rappresentanza statale».
___________________________________________________

(43 )http://www.repubblica.it/politica/2012/03/18/news/scalfari_18_marzo-31746256/

(44) http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120320/manip2pg/01/manip2pz/319814/

(45)http://www.repubblica.it/politica/2012/03/04/news/una_strana_giovent_che_odia_la_velocit-30907056/?ref=HRER1-1

(46) http://it.wikipedia.org/wiki/Uranio#Produzione_e_distribuzione

(47) http://www.fusione.enea.it/PROJECTS/iter/index.html.it

(48) http://friendfeed.com/seideegiapulp/3122157a/tav-val-di-susa-docenti-e-ricercatori-chiedono

(49) http://www.sitavtorino.net/?p=503

(50) http://friendfeed.com/seideegiapulp/fe894de0/fortunato-e-quel-paese-che-ha-una-stampa-fa

(51) http://www.governo.it/Presidenza/Comunicati/dettaglio.asp?d=67284

(52) http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/03/21/lerba-cattiva-e-la-memoria-fragile/

(53) http://ilcorsaro.info/palazzo/388-il-governo-vara-l-iter-della-riforma-fornero-il-testo?utm_source=twitterfeed&utm_medium=facebook

(54) http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/03/23/giorgio-cremaschi-perche-cancellano-larticolo-18/

(55) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-03-23/lavoratori-sono-merce-083342.shtml?uuid=AbybfmCF

(56) http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2012/03/23/AP7Jfe9B-parlamento_cambi_chiuda.shtml#axzz1ns9qQQCM

(57) http://www.cislscuola.it/content/20120322-una-riforma-credibile-modificare-la-norma-sui-licenziamenti-economici?quicktabs_menu_cosa_chi=1

(58) http://www.altalex.com/index.php?idnot=39728

(59) http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Caso-Melfi-i-giudici-Fiat-licenzio-i-tre-operai-per-liberarsi-di-sindacalisti_313124473991.html

(60) http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2012-01-01/tutte-novita-riforma-pensioni-161914.shtml?uuid=AamukrZE

(61) http://www.rainews24.rai.it/it/video.php?id=27097

(62) http://www.emilianobrancaccio.it/2012/02/03/la-maggiore-precarieta-non-riduce-la-disoccupazione/

(63) http://keynesblog.com/2012/02/25/locse-politica-contro-locse-dei-dati/

(64) http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/252-non-ce-la-beviamo-il-19-marzo-in-piazza-contro-la-precarieta.html

(65) http://www.lettera43.it/attualita/44470/lavoro-nero-irregolarita-al-61-nel-2011.htm

(66) http://friendfeed.com/seideegiapulp/e0f29aff/associati-in-partecipazione-per-fare-i

(67) http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/238-reddito-minimo-dinserimento.html

(68) http://friendfeed.com/seideegiapulp/ae2e4686/serviziopubblico-redditominimogarantito

(69) http://www.ipsoa.it/cnf/documenti/1073391.asp?linkparam=1

(70) http://www.studioconsulenzaromano.net/news-online/grillimeno-tasse-con-recupero-evasione/21711/

(71) http://seideegiapulp.blogspot.it/2011/12/la-crisi-economica-come-pretesto-per.html

(72) http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2012/3/4/20281-art-81-costituzione-ferrero-prc-federazione-della-sinistra/

(73) http://www.libertaegiustizia.it/2012/02/23/dipende-da-noi-dissociarsi-per-riconciliarci/

martedì 27 marzo 2012

GOVERNO TECNICO E MESSA TRA PARENTESI DI BERLUSCONI: COSTITUENTE ARISTOCRATICA VS. DEMOCRAZIA POPOLARE /2

(segue) Un’analisi attenta dell’operato del governo Monti deve condursi necessariamente su due piani: quello della comunicazione politica e quello dell’azione concreta.

Sul piano comunicativo, questo esecutivo “tecnico” si è fin da subito presentato come il classico medico che non deve far altro che somministrare l’unica terapia possibile, per provare a salvare il paziente Italia da morte certa. Abbiamo già visto come questo modo di presentarsi abbia trovato e ancora trovi ampio risalto e cassa di risonanza nei media mainstream, con la lodevole eccezione delle poche voci che coraggiosamente si sottraggono al coro incensante.

Avendo già sufficientemente chiarito quanta esagerazione ed esasperazione ci sia stata nel descrivere la ‘malattia’ del Paese e la necessità e l’univocità della terapia da somministrare, vedremo ora, in concreto come l’azione politica dell’esecutivo Monti risulti in sostanziale continuità con i programmi e gli interessi del precedente esecutivo e quanto, di conseguenza, sia folle e potenzialmente suicida la scelta del Partito Democratico di assecondare questo progetto di restaurazione aristocratica.

Prima di entrare nel merito, però, è necessaria una premessa esplicativa di metodo: abbiamo già più volte fatto riferimento a questa idea di restaurazione aristocratica che, con la messa tra parentesi di Berlusconi, viene a contrapporsi alla democrazia popolare. In realtà, si potrebbe anche far ricorso al lessico marxiano e descrivere il corso degli eventi come un caratteristico sviluppo del conflitto tra capitale e lavoro e, più esattamente, tra la classe che ha accumulato capitali per generazioni e quella dei lavoratori salariati. Solo che la sfrontatezza con cui, oggi, le ricche oligarchie difendono i propri privilegi, contando sulla capacità di controllo e manipolazione dell’opinione pubblica, assicurata dal coro mediatico, rende prioritario porre l’accento sulla natura stessa di un ordinamento democratico che, di fatto, tende a cancellare un’autentica possibilità di scelta.

Per essere ancora più espliciti, la domanda che si impone al momento è questa: può ancora dirsi democratico un ordinamento che non consente opzioni di scelta realmente differenti?

Perché il nocciolo della questione è tutto qui: può dirsi democratico, un governo sedicente tecnico che propone ricette politiche che, quand’anche vengano discusse, in ogni caso, poi, saranno attuate secondo i piani predefiniti, anche se questi piani peggioreranno le condizioni di vita della maggioranza dei cittadini costretti a subirle?

Per comprendere a pieno il senso e l’urgenza di questa domanda è il caso allora di passare finalmente in rassegna ciò che ha fatto, fin qui, il governo Monti, cosa si propone di fare, come spaccia per inevitabili e assolutamente buone le proprie ricette ― con la complicità di una informazione che, per lo più, sembra aver smarrito per strada ogni capacità critica e di giudizio ― e quali sono invece le nefaste conseguenze logiche di queste scelte politiche, che vengono volutamente taciute o messe ai margini di ogni discorso sull’argomento.

Cominciamo dalla manovra economica all’insegna del tanto anelato “pareggio di bilancio”. Estrapolando i dati più significativi dall’ottima sintesi realizzata da Quattrogatti.info (18) si scopre subito che i tre quarti della manovra consistono in nuove tasse (19). All’insegna dell’equità (20) come annunciato? Vediamo. I carichi del prelievo aggiuntivo sono stati così distribuiti (21): Tassazione beni di lusso = 2% vs. Accise & Tabacchi = 22%; Tassazione strumenti finanziari e beni esteri = 5% vs. IMU e rivalutazione catastale (in sostanza: la nuova ICI anche sulle prime case) = 44%. Sul versante residuale delle minori spese (22): i due terzi dell’intervento gravano sui pensionati.

Numeri, non ipotesi (23). Dati che, giova chiarirlo, mostrano come la volontà dichiarata di mettere in linea entrate e spese previste si sia realizzata, in sostanza, con un taglio alla spesa pubblica di 9 miliardi di euro che è quasi interamente ― per il 66% del totale (il resto sono quasi tutti tagli ai trasferimenti agli enti locali) ― messo a carico di pensionati e pensionandi.

Ma è soprattutto con le nuove tasse, ripetiamo, che si è realizzato l’equilibrio d bilancio. E, indubbiamente, l’equità non può certo essere data da questi numeri: su circa 26 miliardi di nuove entrate, anche qui, i due terzi finiscono con gravare diffusamente sulla cittadinanza. Scegliere infatti di prendere il 44% di queste nuove entrate dalla tassazione delle abitazioni di proprietà e un altro bel 22% da accise (si pensi soprattutto ai carburanti) e tabacchi e non di andare a incidere pesantemente sulla rendita finanziaria e immobiliare a quale ragione tecnica (e non squisitamente politica) dovrebbe rispondere?

Tenendo bene a mente che in Italia la Costituzione riconosce espressamente, all’art 53, il principio della progressività delle imposte (24), ha senso realizzare il pareggio di bilancio a danno dei cittadini consumatori, dei pensionati e dei proprietari di unità immobiliari in cui risiedono (ossia la casa familiare, spesso acquisita faticosamente con mutui ultra-decennali)?

Dalla sola rendita ― quella immobiliare, recentemente stimata in 1700 miliardi di euro, e quella finanziaria addirittura in 2700 miliardi (25) ― si sarebbe potuto ottenere agevolmente la quota messa a carico dei piccoli proprietari e si sarebbe potuto benissimo anche evitare l’ennesimo taglio alla spesa pensionistica.

Se, dunque, si analizza il modo in cui si è scelto di distribuire i famigerati sacrifici da fare per risanare i conti pubblici, emerge chiaramente quel contrasto che in USA i movimenti hanno sintetizzato nella formula del “We are the 99%” (26) di cittadinanza costretta a vedere peggiorare le proprie condizioni di vita, in situazioni di crisi economica, per mantenere intatti i privilegi dell’1% più ricco. Va detto, poi, che questo slogan, per il caso italiano, può essere facilmente tradotto in una misura precisa e attendibile, essendo di pubblico dominio (anche se mai sufficientemente pubblicizzato) il dato registrato dalla Banca d’Italia (27) di quel 10% di famiglie italiane che possiede circa il 45% della ricchezza complessiva del Paese. Ed è curioso che quasi nessuno osservi come la scelta di questo governo di non chiedere il surplus di sacrifici ai rentiers, si configuri come un chiaro esempio di conflitto di interessi, visto che il primo tenutario di rendite finanziarie e immobiliari è lo stesso Presidente del Consiglio in carica (28) e considerato che anche i suoi ministri non se la passano affatto male, da questo punto di vista (29).

Ricapitolando: il governo del 10% degli Italiani più ricchi definisce “salva Italia” (30) una manovra economica che prevede il pareggio di bilancio nel 2014, ma mettendo il grosso del conto da pagare a carico dei ceti medio-bassi e promettendo contestualmente una pronta azione per lo sviluppo economico.

Pur essendo guidato da un economista di chiara fama, però, commette l’errore tecnico di ridurre la capacità di spesa di milioni di cittadini italiani, con questo intervento fiscale. La recessione economica ― ormai riconosciuta e certificata (31) ― dunque era tutt’altro che imprevedibile, nel suo consolidarsi. E sia chiaro: se la manovra fosse stata caricata interamente sulle rendite e sui grandi patrimoni, l’effetto depressivo sulla domanda interna (che decresce in corrispondenza del minor potere di spesa delle famiglie tassate a vario titolo) non si sarebbe prodotto e, oggi, sarebbe meno arduo invertire la tendenza recessiva.

Nondimeno il governo ha una sua ricetta anche per bloccare la recessione economica (32):
«Il decreto legge rinominato dal presidente del Consiglio Monti “Cresci Italia” consentirà nel breve periodo, di traghettare l’economia nazionale fuori dalla spirale recessiva e possibilmente, nel medio/lungo periodo, di allinearla ai ritmi di crescita dei partners europei e internazionali».
Si tratta del famoso provvedimento sulle liberalizzazioni, immediatamente sommerso da una pioggia di migliaia di emendamenti (33), dato che le categorie interessate ― a cominciare da quegli avvocati che in parlamento hanno un’ampia rappresentanza corporativa ― hanno scelto di dar fondo «alle loro risorse di lobbying, scatenando i propri rappresentanti in Commissione».

Come è andata a finire? Lo stesso Monti (34) si è espresso in questi termini, in proposito:
«La disciplina di queste materie per molti aspetti è stata migliorata nel corso dell’esame al Senato, a seguito di costruttivi interventi dei gruppi parlamentari e anche di singoli parlamentari».
Il provvedimento, però, è ancora in fase di approvazione definitiva e, quindi, ogni previsione sui suoi esiti possibili sarebbe doppiamente azzardata, potendo benissimo sparire o cambiare il singolo caso preso in esame.

Di certo, a noi non sembra che le contrastatissime azioni in materia di farmacie, taxi, carburanti, avvocati e notai possano realizzare chissà quale rivoluzione o anche solo significativo progresso per la cittadinanza, ma attendiamo fiduciosi che le norme vadano stabilmente in porto, con la conversione in legge del decreto, e che dispieghino pienamente i propri effetti di medio periodo, per dare una valutazione più compiuta.

Vanno fin d’ora registrate, però, le perplessità della Ragioneria dello Stato sulla copertura economica di alcune delle modifiche apportate al decreto dal Senato (35) e la questione spinosa delle commissioni bancarie omnicomprensive.

La scorsa settimana, il sottosegretario allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, sul punto si esprimeva così (36):
«La posizione del Governo è nota: quella sulle commissioni bancarie è una norma votata dal Parlamento. Naturalmente il parere del Governo era contrario. Se il Parlamento riterrà di modificare la norma noi saremo assolutamente favorevoli a modificarla. Tutto qui. Non ci sono novità».
Cos’è successo esattamente, dunque?

Uno dei tanti emendamenti al decreto liberalizzazioni votati in Senato ha sancito (37) una invalidazione generale di
«tutte le clausole, comunque denominate, che prevedano commissioni a favore delle banche a fronte della concessione di linee di credito, della loro messa a disposizione, del loro mantenimento in essere, del loro utilizzo anche nel caso di sconfinamenti in assenza di affidamento ovvero oltre il limite del fido».
La norma ― lo ribadiamo: votata con parere contrario del Governo ― avrebbe permesso insomma di annullare tutti quegli escamotage con i quali le banche, di fatto, hanno aggirato la precedente abrogazione delle cosiddette commissioni di massimo scoperto.

Tuttavia, la reazione scomposta (dimissioni, poi, congelate) e la pressione continua dei vertici dell’ABI hanno portato il governo a scegliere di mettere in campo un apposito decreto, teso a neutralizzare questa norma (38): come dire? Tutti dobbiamo fare i necessari sacrifici per il bene dell’Italia, ma le banche devono comunque continuare a fare ingenti profitti…

Mettendo da parte il sarcasmo, però, già a questo punto, al lettore, dovrebbe risultare ormai sufficientemente chiaro come e quanto l’azione di questo esecutivo sia tutt’altro che neutrale, una volta visti gli interessi che va a toccare senza esitazioni e quelli intoccabili (o quasi).

La sostanziale convergenza con le politiche programmatiche del governo uscente è lampante e, d’altro canto, che Mario Monti potesse essere definito come un uomo di destra, pur non essendo affatto devoto a Silvio Berlusconi, lo si poteva ben comprendere leggendo questo suo articolo dell’anno scorso (39), in cui accostava Berlusconi a Marx (sic!), liquidandoli come due illusionisti, e contestualmente esaltava la concretezza dell’azione politica di Sergio Marchionne e di Maria Stella Gelmini… E, sia chiaro, Monti era uno che in Berlusconi inizialmente ci aveva creduto, come lui stesso ricordava, nell’articolo appena citato: nel 1994, salutando con speranza l’avvento al governo dell’imprenditore ‘prestato’ alla politica, Monti gli dava fiducia; come potenziale campione del liberismo (40), ma gli dava fiducia.

Resta sul tavolo un interrogativo decisivo per la comprensione della complessa partita politica che si sta giocando al momento nel Paese: com’è possibile che la mera messa tra parentesi di Berlusconi risulti sufficiente, a pezzi significativi dell’opposizione partitica e sociale, per sposare ciecamente la causa montiana? Come è possibile che quella stessa stampa ‘autorevole’ che ha denunciato per anni le tante nefandezze berlusconiane, dimentichi tutto da un giorno all’altro, quasi come se Berlusconi fosse svanito nel nulla, e sostenga il governo Monti, appunto, come se la tenuta di questo governo non dipendesse dalla folta pattuglia parlamentare berlusconiana?

La risposta a questa domanda, per quanto possa suonare sgradevole, sta appunto nella convergenza di interessi economici e di potere che è alla base della fallita svolta bipartitica tentata nel 2008. L’idea era quella di ridurre la dialettica politica allo scontro tra due sole opzioni partitiche, con politiche programmatiche sostanzialmente omogenee, dato che la contesa politica si sarebbe dovuta svolgere tutta e sola, spostando un po’ più destra o un po’ più a sinistra quell’ipotetica fascia di elettorato moderato e pragmatico che, di volta in volta, avrebbe scelto di votare il candidato in grado di realizzare al meglio quel programma che, in fondo, più o meno, è sempre lo stesso: più mercato e meno Stato.

Al netto delle forzature richieste dallo sforzo di sintesi, il nocciolo della questione è appunto questo: la supremazia incontestabile del mercato, con annessa riduzione di tutto ciò che è intervento pubblico e stato sociale. D’altra parte ― una volta esclusa la possibilità di incrementare le entrate, tassando le rendite e i grandi patrimoni ― il dogma dell’azzeramento del debito pubblico mediante riduzione della spesa pubblica, a cosa porta, se non allo smantellamento del Welfare? E da questo smantellamento chi altri ne trarrebbe profitto, se non chi ha capitali da investire in quei nuovi profittevoli settori di mercato che si vengono così a creare? Una volta smantellata la scuola e l’università pubblica, chi ne trarrebbe immediato giovamento se non coloro che già hanno investito e ulteriormente potrebbero investire nel settore, facendosi pagare profumatamente il servizio offerto? Idem dicasi per la sanità, per la spesa previdenziale e assistenziale, per le energie, i trasporti, i servizi pubblici essenziali e finanche per l’acqua, mercato preziosissimo, essendo legato a un bene letteralmente vitale.

L’obiettivo politico, dunque, è di assoluta evidenza: declinare la democrazia dell’alternanza, offrendo una scelta che appaia tale soltanto da un punto di vista formale, svolgendosi, poi, in realtà, tra due sole ‘opzioni’, ma fittizie, in quanto identiche nella sostanza. E se, nonostante tutti gli artifici manipolativi introdotti (compresa quella famigerata legge elettorale ora riconosciuta come indecente dalle stesse persone che l’hanno creata e che ne hanno direttamente beneficiato), questo progetto del bipartitismo coatto della falsa alternanza fallisce ― perché le forze partitiche non si riducono a due (41) e la società civile si organizza fuori dai partiti, riuscendo persino a far rivivere l’istituto referendario (42) ― allora si può anche mettere da parte la logica dell’alternanza e puntare tutto sull’unità politica necessitata delle forze auto-proclamatesi “più responsabili”.

Responsabili verso cosa e per soddisfare quali necessità, fermo restando quanto già chiarito fin qui, lo si capirà ancora meglio, esaminando la cosiddetta terza fase dell’attività dell’esecutivo.


Giuseppe D'Elia

 per L'Indiependente.it 


«È vero che, formalmente, 
il parlamentarismo deve servire ad esprimere 
nell'organizzazione statale 
gli interessi di tutta la società. 
Ma d'altro lato 
esso è un'espressione soltanto della società capitalistica, 
cioè di una società 
nella quale sono preponderanti 
gli interessi capitalistici. 
Le istituzioni formalmente democratiche 
diventano con ciò sostanzialmente 
strumenti degli interessi della classe dominante. 
E questo si palesa in modo evidente 
nel fatto che, 
non appena la democrazia 
tende a smentire il suo carattere classista 
ed a trasformarsi 
in uno strumento dei reali interessi del popolo, 
le stesse forme democratiche 
vengono sacrificate 
dalla borghesia 
e dalla sua rappresentanza statale».
________________________________________________________

(18) http://www.scribd.com/doc/76329142/La-manovra-del-governo-Monti-Quattrogatti-info

(19) http://s3.amazonaws.com/data.tumblr.com/tumblr_lwvd7gYcpo1qc3cneo2_1280.png

(20) http://www.dirittodicritica.com/2011/11/18/monti-senato-rigore-equita-famiglie-risparmio-fiducia-49973/

(21) http://s3.amazonaws.com/data.tumblr.com/tumblr_lwvd7gYcpo1qc3cneo4_1280.png

(22) http://s3.amazonaws.com/data.tumblr.com/tumblr_lwvd7gYcpo1qc3cneo5_1280.png

(23) http://seideegiapulp.tumblr.com/post/14864430952/la-composizione-della-manovra-monti-in-7#

(24) http://www.quirinale.it/qrnw/statico/costituzione/costituzione.htm

(25) http://www.linkiesta.it/patrimoniale-immobili-tassa-ricchezza

(26) http://seideegiapulp.blogspot.it/2011/10/uniti-per-un-cambiamento-globale.html

(27) http://bit.ly/GEXbN0

(28) http://www.governo.it/Presidente/patrimoniale/Dichiarazione_Monti.pdf

(29) http://www.iltempo.it/politica/2012/02/22/1324131-redditi_monti_banca_milioni.shtml?refresh_ce

(30) http://www.youtube.com/watch?v=7mjHyXcUaoQ&t=4m03s

(31) http://www.julienews.it/notizia/economia-e-finanza/istat-italia-in-recessione-tecnica/105446_economia-e-finanza_4_1.html

(32) http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/cresci_italia/

(33) http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/442115/

(34) http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/cresci_italia/intervento_monti_camera20120315.html

(35) http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=186714

(36) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-03-14/commissioni-azzerate-intravedono-possibili-152926.shtml?uuid=AbB1Iv7E

(37) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-02-29/banche-stretta-linee-credito-063622.shtml?uuid=AadjLUzE

(38) http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=201203212137593380&chkAgenzie=TMFI&sez=news&testo=&titolo=Banche,%20arriva%20la%20norma%20salva-commissioni

(39) http://www.corriere.it/editoriali/11_gennaio_02/monti-meno-illusioni-per-dare-speranza-editoriale_07bad636-1648-11e0-9c76-00144f02aabc.shtml

(40) http://archiviostorico.corriere.it/1994/maggio/08/liberismo_con_rigore_co_0_9405085267.shtml

(41) http://www.sondaggipoliticoelettorali.it/asp/visualizza_sondaggio.asp?idsondaggio=5293

(42) http://friendfeed.com/referendum-giugno-2011/ccc1f705/altro-che-effetto-fukushima-referendum-4-si